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Sala d'Armi

Sala d'armi

Andrea Bocconi Campione del mondo a squadre e Bronzo individuale

14-10-2022

Grande risultato per Andrea Bocconi, atleta del Maestro Sorin Radoi, che ha vinto la medaglia d’oro a squadre e si è aggiudicato la medaglia di bronzo individuale ai Campionati del Mondo Master di sulle pedane di Zara (Croazia).

Dopo una brillante prova nel girone di qualificazione, Andre Bocconi ha superato tutti gli avversari per poi arrendersi solo in semifinale per 10-7 contro il compagno di squadra Giulio Paroli, vincitore della medaglia d'oro.

BOCCONI CAMPIONE DEL MONDO A SQUADRE E BRONZO INDIVIDUALE


Livorno 1938.

01-02-2022

Arrivo nel pomeriggio di una giornata moderatamente assolata della tarda primavera. 
Ho 17 anni da pochi mesi, una ciocca bianca nel mezzo dei capelli neri che non so com’è venuta, ma mi piace un sacco. 
Gli allenamenti di scherma cominceranno presto il giorno dopo. 
Giusto il tempo di arrivare a casa di zia per poggiare valigia e sacca con le armi, poi via sul lungo mare a fare passeggio e respirare un po’ di iodio come s’e’ raccomandata mamma e come ha scritto per tempo alla sorella. 
Le altre atlete arriveranno alla spicciolata nei giorni immediatamente a venire, l’appuntamento è al Circolo Fides per esercitarsi e mettere a punto strategie in vista dei campionati toscani di scherma. 
Qualcuna la conosco e c’ho già incrociato lama in gare provinciali. So come tirano e non le temo. 

Il maestro Bonelli, m’ha messo sotto in questi mesi. È stato maestro militare, la disciplina è ferrea, e l’obiettivo lo ha stimolato ad allenamenti serrati. 
Ho fatto talmente tanti affondi che non sapevo più dov’ero. 
Il lungomare a Livorno è sempre bellissimo e oggi il mare ha una grande forza perché c’è stata una forte libecciata ieri e le scogliere sono lucide per la potenza delle onde.
Respiro a fondo e mando un pensiero a quel ragazzo che mi piace un sacco e che vuol fare l’aviatore. Lo sposerò, ma lui ancora non lo sa. 

È ora di andare a casa, che poi zia sta in pensiero se viene buio. 
Cena leggera e poi a nanna, così ascolto poche chiacchiere che mi annoiano. 
In questo sono come il mi babbo. 
La sveglia è presto e da cucina l’odore è buono. Sono carica e schizzo via a passo veloce che è già allenarsi. 

(Lilly Paci Scarafia quarta da destra, in piedi.)

Attraverso la porta del Circolo e entro nel regno della scherma. 
Sono emozionata anche se ci sono venuta molte volte, ma è l’aria che ci respiri, la sensazione che danno le pedane dove già ci sono spadaccini in prova.  Intorno è silenzio, solo lame che si toccano, solo musica di fiato e fatica. 
Sei in un tempio e ci vuole rispetto, fede e determinazione. 
Mi cambio con le altre ragazze, sorrisi e strizzate d’occhio, voci basse. 
Ce le daremo, ma c’è complicità e sostegno. 
Ecco, sono a posto, mi muovo bene nel corpetto, il guanto è quello vecchio che si adatta bene alla guardia dei miei fioretti. 
Preferisco l’impugnatura italiana, ma oggi proverò anche la francese. Si sa mai. 
Un paio di colpi a vuoto e infilo la maschera, salgo in pedana. 

(Aldo Montano, foto con dedica. 1938)

Davanti a me c’è Aldo Montano, ci allenerà lui. È già una leggenda, sorride e infila la maschera.  “Pronta signorina?”
Una goccia di sudore mi scende lungo il naso, come sempre. 
Saluto e mi metto in posizione.
Respiro e butto fuori l’aria. Il cuore accelera, lascio andare  giù le spalle. 
Sono pronta all’assalto. Sono una tigre. 
Morderò e andrò a podio.
Ci potere scommettere tutto quello che avete. Via!

Autore Riccardo Scarafia, medico e scrittore


Finale di scherma del 16 febbraio 2019

16-02-2019

Scherma

Anche oggi è andata, un 10-9 in finale con il mio amico Andrea Bocconi che sinceramente ha fatto una gara bellissima, battendo in semifinale il quotato Paolo Busi. Se Andrea avesse vinto la gara non avrebbe rubato niente, bravo davvero, ti abbraccio e alla prossima.


Psicologia dello schermitore veterano

15-04-2014

Non so se preferisco considerarmi "master" o "veterano": la prima definizione glissa elegantemente sull'età, in favore di una maestria tutta da dimostrare; la seconda fa pensare a quei reduci di mille battaglie con le stampelle. Forse questa è più vicina alla realtà: ricordo un incontro agli europei di Moulins in cui il mio avversario si massaggiava il ginocchio mentre io mi tenevo il gomito. Dopo l'assalto ci ritrovammo in infermeria e lui commentò amichevolmente: "Ah, les veterains, les veterains.".
Chiamatele come vi pare, queste gare "over 40, 50, 60 e anche 70", hanno una loro bellezza tutta particolare. È come sfogliare un album che testimonia l'evoluzione dell'arte. I più vecchi in guardie larghe, sempre alla ricerca del ferro, i più giovani, si fa per dire, ancora vicini alla scherma atletica tutta scelta di tempo dei nostri giorni.
Tre erano le qualità canoniche: tempo, misura e velocità. A queste qualche cinico aggiungeva: salute e quattrini, visto che nella scherma i soldi si spendono invece di guadagnarli come in qualsiasi squadretta di calcio di seconda categoria. Meglio così, ci permette un certo snobismo da decaduti, anche se il nostro è tutto meno che uno sport elitario.
A queste qualità che riguardano il soma, aggiungerei quelle della psiche: tenacia, concentrazione, creatività, intelligenza, intuito, grinta. Come psicologo ne potrei vedere anche altre, come schermitore voglio sottolineare l'imponderabile, un quid che rende il combattimento sempre affascinante e talvolta sorprendente: come mai Numa, uno dei grandissimi, perdeva spesso con Ranza di Brescia. Misteri dell'arte. Alla fine però le Olimpiadi le vinceva Numa.
Nelle gare veterani però non c'è rispetto per il pedigree e insigni medagliati le buscano da gente assolutamente meno titolata. Fa un certo effetto affrontare Krovoputskov, oro olimpico e sentirsi dire dai compagni di squadra: "con lui non puoi perdere". Non si può dire che sia l'ombra di se stesso, piuttosto è il triplo di se stesso, in difficoltà nel muovere il suo quintale abbondante sulla pedana. Trovo bello che accetti di perdere con gente che non avrebbe neanche visto, questo è il vero spirito sportivo. Ricordo Livio Berruti che partecipava ai campionati piemontesi per il gusto di correre, anche se perdeva. La sua medaglia d'oro la onorava meglio così. Mi piacerebbe vedere più ex campioni anche da noi, anche per provare a prendermi tardive rivincite con chi me le ha sempre date...
Non si pensi però ad un agonismo blando: con la maschera calata si hanno sempre diciotto anni, anche se i menischi scricchiolano e i legamenti gridano vendetta. Ricordo un giudice ansioso a Sanremo che cercava di convincere Nando Cappelli a darci un po' meno dentro con le fleches: inutilmente. Tanto l'ambulanza era parcheggiata fuori.
Una differenza però c'è, ed è nel dopo. Finita la gara ci si ricorda che esiste un mondo fuori dalla pedana, i figli ci richiamano all'ordine, una certa allegria si accompagna perfino alla sconfitta, quasi si crede per un momento che la scherma sia uno sport e non un combattimento ritualizzato che ha come posta la vita o la morte.
Aiuta a relativizzare anche il poderoso versante turistico enogastronomico che accompagna le competizioni: mitiche pizze a Caserta, cacciucchi livornesi, vodka e caviale a Mosca. E quanto ho apprezzato al campionato italiano organizzato con grande signorilità dai padovani, l'offerta di un frizzantino all'ora dell'aperitivo.
Come mai non si riesce a smettere?
Perchè la gara è una splendida metafora della vita, in cui per una volta ci si affronta faccia a faccia, e ci si stringe la mano alla fine riconoscendo il risultato. E poi c'è la bellezza del gesto, che certe volte ci fa provare piacere anche se la stoccata la prendiamo invece di darla.
Non che gli schermitori siano così propensi a riconoscere le ragioni dell'altro; in buona o cattiva fede, si pensa (quasi) sempre di avere ragione. Ma questo non è troppo diverso dalla vita.
Quando si smette. A parte eventi naturali (niente scongiuri, non è bello), smettere mi sembra molto più difficile che continuare, anche se con Giulio Paroli avremmo fissato la data ai sessantacinque anni. Ma so già che a sessantasei mi telefonerà per dirmi: "ci sarebbe una gara...", e io cercherò dove diavolo ho messo le sciabole.

Andrea Bocconi


La via della scherma

15-04-2014

I regolamenti cambiano in accordo coi tempi: si è introdotta una sanzione per chi alla fine dell'assalto non stringe la mano all'avversario. Del resto gli schermitori oggi si salutano a malapena prima dell'assalto, non rispondono al "Pronti?" del presidente di giuria, e allora perché mai dovrebbero salutarsi cavallerescamente dopo l'ultima stoccata? Per non parlare delle intemperanze isteriche tollerate girandosi altrove se si tratta di un atleta forte, magari di un nazionale.
Quando nel diritto romano si introdussero sanzioni per coloro che non si prendevano cura degli anziani genitori, qualcuno commentò amaramente sui tempi in cui si viveva, in cui la pietà filiale andava imposta per legge. "O tempora, o mores".
Non scrivo perché voglia rimpiangere il bel tempo andato, che spesso molto bello non era: mi interessa aprire una riflessione psicologica, quasi filosofica, sulla scherma.Lo faccio in quanto psicologo specializzato in psicosintesi e schermitore di lunga pratica molto interessato alle vie di trasformazione di sé. Un autore giapponese, Kenji Tokitsu, scrive nell'introduzione a "Lo zen e la via del karate" (Sugarco edizioni): "Un giorno, mentre camminavo alla volta del liceo in un chiaro mattino di primavera, mentre la macchia scura della mia ombra si proiettava sul sentiero sterrato sovrastante i campi di riso, volli sforzarmi di camminare per davvero, di essere presente a ogni passo; ma invano. Questa sensazione di non essere, questo incompiuto tentativo do esistere autenticamente, mi orientarono a una ricerca dell'esistenza di sé attraverso la pratica delle arti marziali. & Ero molto attratto da quanto avevo sentito raccontare, da piccolo, a proposito della condizione spirituale raggiunta dagli adepti della sciabola. Per discutere vari aspetti che chiamerei tecnicospirituali Tokitsu si confronterà con gli scritti di cinque maestri di sciabola dell'epoca Tokugawa. (1603-1868). Si discute di strategie e tattiche, di tecniche di allenamento, di tempo e misura, ma soprattutto dell'atteggiamento mentale da sviluppare. Scrive il maestro Takuan, tradotto da D.T. Suzuki Roshi, che ha portato lo zen in America:
" Ciò che più conta nell'arte della scherma è l'acquisizione di un certo atteggiamento spirituale definito "saggezza immutabile". È una saggezza che si acquisisce intuitivamente dopo un prolungato addestramento pratico.
" Immutabile" non significa rigida, pesante e senza vita come una roccia o un pezzo di legno. Significa il massimo grado di mobilità attorno a un centro immutabile."
Non si pensi che queste istruzioni siano disgiunte dalla pratica: occorre tenere presente che qua si lottava per la vita e quindi la filosofia astratta è di poco aiuto.
" Bisogna usare le tecniche di combattimento conoscendo la distanza alla quale la sciabola dell'avversario non può arrivare a toccarci. Il riflesso della luna sull'acqua simboleggia la tecnica con cui si stabilisce tale distanza senza che l'avversario se ne accorga. Quando si guarda la luna, essa apparentemente non si muove, quando si guarda l'acqua essa non riflette la luna, ma all'improvviso ci si accorge del riflesso della luna sull'acqua dello stagno."

Un'immagine poetica, evocativa di quell'impalpabile che noi potremmo chiamare scelta di tempo. Leggendo questo libro mi si sono chiarite alcune sottigliezze dell'arte e gli sciabolatori a cui lo ho fatto leggere hanno anch'essi riconosciuto quello spirito sottile del combattimento che ne fa il fascino e che "costringe" rispettabili professionisti con la pancetta a dedicare ancora tempo e passione alla gara di scherma, sia pure nelle categorie Veterani.
La mia esperienza è che la buona pratica schermistica crea effettivamente uno stato di coscienza particolare, in cui la mente non viaggia dissociata dal corpo, in cui vi sono attimi di piena presenza, raramente riscontrabili nella vita quotidiana, in cui, assorti nei pensieri, siamo propensi a dissociarsi dall'ambiente circostante e perfino dal nostro corpo. La piena presenza è una concentrazione particolare, senza sforzo apparente: chi ha visto tirare Maffei o Nazlimov sa di cosa parlo.
Ma la scherma, la nostra scherma italiana, occidentale, è un'arte marziale, ovvero una via di perfezionamento di sé? Più no che sì, a mio parere.
Dico di no perché c'è un'ossessione del risultato a tutti i costi, un agonismo spesso nevrotico, una perdita di alcune qualità etiche della pratica schermistica: dico di sì perché quando il Maestro ama il suo lavoro (e per fare il Maestro di scherma occorre molto amore), stabilisce con l'allievo un rapporto assai profondo. Il proprio Maestro rimane una figura importante anche quando, da adulto, ne possiamo vedere assieme limiti e qualità. Ciò che è importante è il suo esserci completamente nel momento della lezione, la disponibilità a continuare ad apprendere, la generosità verso l'allievo che magari può arrivare a superare la propria possessività e ad affidarlo ad un altro quando si sente che questo lo farà crescere. Del rapporto tra allievo e maestro vorrei scrivere ancora, approfondendone gli aspetti psicologici. Ma ora torno all'osservazione di partenza, sulla mancata stretta di mano, sul saluto abborracciato, sulla tolleranza verso la cafoneria isterica.
La parola "disciplina" etimologicamente ci riporta proprio a "discepolo". E quindi a un rapporto educativo e spirituale profondo. Ecco allora che questo gesto fanno parte di un rituale cavalleresco, e sono connessi con la pratica della lealtà e del rispetto dell'avversario.
I pugili si abbracciano dopo essersele date di santa ragione, la cerimonia chiude lo scontro, la gestalt si completa. Non è buona educazione, è una pratica della presenza della ricerca del centro di sé in ogni momento. Nel momento in cui lo schermitore dimentica il saluto, ha perso due volte: con l'avversario e con se stesso.


La vendetta di Vento di Mare e degli altri pirati

15-04-2014

Pirati a caccia dell'oro in terra ferma. E se lo sono presi, sbaragliamdo in un assalto all'ultimo sangue le armate teutoniche, forti di un campione del mondo assoluto, Nolte. I nostri erano Vento di Mare Bocconi, Tiro Mancino Ferraro, Kojak Carrara il poderoso, l'astuto gentleman Lembo e cuoreamaranto Paroli.

La vendetta per il bronzo di Anversa è compiuta.

Andrea Bocconi


Il maestro Bonelli

15-04-2014

Il Maestro Bonelli ha compiuto cento anni il venti di settembre. Lo hanno celebrato in una bellissima serata di ottobre molte generazioni di allievi, il Presidente federale Di Blasi, il più medagliato degli atleti italiani, Edoardo Mangiarotti, il Presidente dei maestri di scherma Toran e tanti altri.
Il numero degli anni impressiona anche di più, se si vede come li indossa quest'uomo vivace, brillante e spiritoso, sempre pronto all'ironia e tutt'altro che chiuso nei suoi ricordi, peraltro preziosi.
E' solo da sei o sette anni che ha smesso di dare lezione "perchè una volta mi sono sentito stanco in pedana e ho pensato che non sarebbe stato bello per l'allievo se mi fossi sentito male".
Questo ce lo disse in una lunga intervista filmata che facemmo poco prima del centenario. Avevo preparato molte domande, ben consapevole che poi il Maestro avrebbe svariato, sciorinando un repertorio non meno ricco di quello che schermistico, affinatosi in tanti decenni di lavoro.
Ci sono nomi che per noi appartengono alla leggenda: Gaudini, i Nadi. Lui li aveva visti tirare, ricordava i tornei, aveva aneddoti gustosi. Ma aveva naturalmente seguito anche le Olimpiadi con trepidazione: la Trillini era stata avversaria nelle categorie giovanili di una brava fiorettista aretina, Daniela Tortorelli e lui poteva raccontare quegli assalti con dovizia di particolari.
Non tutto gli piaceva, aveva naturalmente le sue riserve sui cambiamenti della sciabola, anche se non era certo chiuso alle novità: "ogni tanto vengo in sala, per aggiornarmi", mi aveva detto.
Mi colpì una considerazione generale: "non mi piace quando si esulta troppo dopo una vittoria. Non è rispettoso nei confronti dell'avversario."
Una sensibilità da gentiluomo, che ricordava come la scherma fosse un modo di forgiare il carattere, forse l'unica arte marziale nata ad occidente. Oggi c'è chi dimentica di dare la mano all'avversario.
I discorsi non sono stati affatto di circostanza: si è reso onore alla classe magistrale, e a questo signore che col suo bell'accento campano ha, come sempre, rubato la scena a tutti, come era giusto che fosse nella sua serata d'onore.

Andrea Bocconi


I pirati son tornati

15-04-2014

A Bergamo si giocava in casa , il tifo era tutto per noi ( sorelle, fidanzate, anziani genitori : il pubblico nella scherma è quello che è ). Gianni Ferraro aveva messo la stoccata vincente sul quattro pari dell'assalto decisivo, facendo venire le palpitazioni a Nando Cappelli e scatenando festeggiamenti da ultras degli altri pirati, Lembo Bocconi, Paroli e Carrara. Campioni europei.
Stavolta giocavamo fuori, nella fresca Finlandia, in un albergo in cui si alternavano feroci competizioni e giochi acquatici tipo Gardaland.
Al posto di Ferraro un altro Gianni, la matricola Mauceri, debuttante di lusso. Per farla breve : li abbiamo spazzolati tutti: sette a due contro i Cechi, otto a uno con i belgi, cinque a zero con i malcapitati Cechi che abbiamo ritrovato nei quarti, cinque a uno ai rivali di sempre, i tedeschi, in semifinale, per annichilire poi la Russia in finale con un perentorio cinque a uno, con Kojak Carrara che continuava ad essere insoddisfatto della sua prestazione mentre vinceva tutti gli assalti. Capitan Paroli sbancava il banco portandosi a casa il secondo oro in due giorni, come a Bergamo. Gianni, che avevamo portato solo per non confonderci con un nome diverso da quello del buon Ferraro, strapazzava con equanime vivacità russi e tedeschi, confermando la sua grande annata. Bocconi e Lembo facevano la loro parte, confermando che la forza di questa squadra è una grande compattezza e la fiducia che tutti hanno gli uni per gli altri.
Ovvio che Mauceri tra matricola, festeggiamenti per l'oro da matricola e normali offerte al bar, abbia finito uno stipendio, con grande gioia. Ci siamo salutati promettendoci botte da orbi agli italiani.

Andrea Bocconi


Il saluto degli schermitori

15-04-2014

Il saluto è un retaggio di quel complesso di cavalleria fatto di lealtà e di gentilezza di maniera, che pone in luce il carattere di nobiltà tradizionale del nostro sport

Questa c’era scritto nella sala d’armi del grande Maestro Livio di Rosa. Era uno scantinato dove fiorivano i campioni. Si vede che, oltre alla sapienza tecnica, si riusciva ad insegnare  qualcos’altro.

Ancora oggi l’incontro inizia con il saluto: all’avversario, al giudice, al pubblico ( che il più delle volte non c’è). Alla fine dell’assalto si stringe la mano all’avversario. Le regole del duello sportivo sono, come scrive Alvi ne La vanità della spada”,    “ il riscatto dell’omicidio”.

E questo rituale implica rispetto per l’avversario, impegno alla lealtà, riconoscimento dell’altro sia nella sconfitta che nella vittoria. Data la mano, l’assalto è davvero finito, e , vivi o morti, (sportivamente parlando),  si volta pagina, si resuscita.

Recentemente è stata introdotta  nelle gare internazionali una sanzione pecuniaria salata per chi non stringe la mano all’avversario: giusto, ma sono tempi grami quelli in cui ci vuole la minaccia di una multa per far tenere un comportamento cavalleresco.

Ma la cavalleria ha ancora qualcosa a che vedere con il nostro sport ? Forse sì, ma come un fiume sotterraneo, un’ energia sottile e poco visibile.  Noi, abbastanza spesso, accusiamo la stoccata; in quale altro sport questo accade di frequente?

Di certo nella scherma, specialmente di sciabola c‘è un che di istrionico, e si pensa sempre di avere ragione. Eppure si è anche capaci di dire “mia”. O di apprezzare una bella stoccata dell’avversario. Pare che alle olimpiadi di Anversa un belga non fosse riuscito a capire come Nedo Nadi lo aveva toccato. E lui si fermò per spiegargli l’azione.

La cavalleria danza con la morte, per fortuna solo simbolica. Quindi richiede coraggio: “il cuore sulla punta della spada” . E anche , sempre sulla spada : “ non ti fidar di me se il cuor ti manca.”

Quanti ne abbiamo visti campioni in sala o durante la lezione, paralizzati dalla paura in gara.

Altro aspetto che richiama la cavalleria è il gusto del bello : le armature medievali erano splendide, oltre che necessariamente forti.

C’è qualcosa di elegante e profondo nella vestizione, nel bianco delle divise ( sì le altre mi piacciono meno), nella lucentezza dei metalli.

Il combattimento ci mette a confronto con noi stessi , prima che con l’altro.
 

E allora : “Saluto, maschera, in guardia, a Voi “

Andrea Bocconi


Le doti dello schermitore

15-04-2014

Tre sono le doti dello schermitore: tempo, misura e velocità. Qualcuno aggiunge anche: salute e quattrini, trattandosi di sport povero.

La velocità non richiede commenti, ed è forse la meno importante delle tre. Ma in che consiste il tempo? Nella capacità di infilarsi in una pausa, come un gatto che sguscia prima che la porta si richiuda. Nell’interstizio, dunque. I campioni, si dice, sanno “rubare il tempo”. Anzi, sfruttano quello dell’avversario, cogliendo la minima incertezza per prender l’iniziativa, non sulla difesa dell’altro, ma proprio sul suo attacco: l’effetto sorpresa è devastante. Si chiama anticipo, arresto in tempo, uscita in tempo. Un maestro ungherese dava lezione a tempo di valzer, per abituare gli allievi a cogliere il ritmo. I giapponesi cercando di spiegare la nozione di tempo , hyoshi, nell’arte della sciabola, dicono che l’arte di bere il tè è un poema ritmato da movimenti armoniosi.

Questo va fatto alla giusta misura, ovvero alla giusta distanza. Ecco quindi che l’interstizio è spazio temporale, einsteiniano. E’ interessante che l’azione in tempo viene meglio quando non la si prepara. Semplicemente: accade. Mushin no shin, mente non mente: uno stato di coscienza particolare, pronto a scattare, ma senza tensione e senza aspettativa. Il gatto di casa ancora una volta può esserci maestro.

“il kime è una condizione psichica istantanea in cui non si trova alcuna coscienza di sé o alcun pensiero; vale a dire, una sorta di vuoto psichico che integra completamente l’io in un movimento corporeo prescelto. L’io che esegue un movimento penetra completamente nel movimento stesso e per un brevissimo istante si dissolve in questo stato corporeo.”[1]

E’ in fondo un horror vacui: si sente la pausa e la si riempie. Cogliere l’attimo: Kairòs, dicevano i Greci. C’è un‘intuizione predatoria. Sviluppare questa capacità di ascolto-azione credo che dia frutti in qualsiasi sfera del vivere.

[1] Kenji Tolitsu. Lo zen e la via del karate, SugarCo edizioni, Milano 1980, pg.64 [ritorna al punto]

Andrea Bocconi


Quando battei il campione del mondo

15-04-2014

La prima volta che l’ho incontrato non era campione del mondo veterani, anche perché aveva venti anni ed era una promessa : campionati terza categoria a Genova, forse semifinali, 5-3 per lui. A quei tempi lontani, era il 77, li chiamavano ancora capelloni , e Vittorio Carrara lo era a pieno diritto : lunghi riccioli biondi . Tirava aggressivo, dava poca confidenza.

Ci siamo ritrovato quasi venti anni dopo , alle prime gare master. L’ho riconosciuto, ma non per i lunghi capelli, chè non ce n’erano più : né di lunghi  né di corti. Era migliorato molto : grande condizione fisica, scherma bella , sapienza e la solita grinta. Vinceva quasi tutte le gare, con epici scontri in finale con Giulio Paroli . Perdeva un assalto ogni tanto , a volte con gente improbabile, scatenando le imprecazioni e gli insulti livornesi del Paroli che  rischiava di trovarselo in semifinale invece che in finale  .Le sconfitte facevano epoca : una volta Gargiulo, mitico dilettante allo sbaraglio, Busi in un campionato italiano, una volta Filippi, che però tirava di spada e non se ne era accorto. Sconfitte in genere vendicate col sangue la volta successiva, tanto per ristabilire non dico le gerarchie, comunque chiare, ma direi di più : l’ordine del creato.

E poi due europei individuali, tre a squadre, quasi sempre senza sconfitte, fino al mondiale di quest’anno , conquistato con tutte vittorie.

L’avversario perfetto per cominciare il girone : sapendo di perdere si tira rilassati, cercando di fare bella scherma, perché dopo l’assalto, oltre alle stoccate non lesina le critiche , scuotendo il capo come se avesse ancora i riccioli. Ma le critiche le fa solo agli amici, agli altri una severa stretta di mano, e magari ha contestato pure una botta subita sul vantaggio di sette a zero : si capisce che gli piacerebbe finire almeno una volta la gara da intoccato, se non proprio intoccabile.

Se prende una bella stoccata si congratula, sostanzialmente sorpreso di averla beccata.  Mentre lui fa un comodo surf nel fiume della gara, io nuoto in acque tempestose, arrivando allo scoglio sicuro del podio qualche volta.

A Torino era il primo assalto : bene, mi scaldo, ho pensato e gli dico : “ muoviamoci un po’ in pedana”, come dire, non finire in due minuti. Dopo  tre secondi avevo già preso la prima stoccata . Conto facile, se va così l’assalto dura solo venti secondi. E allora piego le gambe, azzecco una parata, poi un attacco , siamo tre a uno per me quando vedo del fumo uscirgli dalla maschera :  sta scaldandosi. Sul suo attacco gli tiro un tempo al braccio della disperazione, ancora una per lui, e poi chiudo l’assalto : 5-2 per me.

Mi sembra di aver già vinto la mia gara, per di più è un’ottima occasione di prese in giro che nessuno si risparmierà. Io lo dico a tutti, vorrei anche uno spazio nel telegiornale.

Poi la gara la vince lui. Io arrivo terzo. Ma questi sono dettagli, per chi ha  battuto il campione del mondo.

Andrea Bocconi


Ritratti in cinque stoccate dei campioni del mondo

14-04-2014

Per ovvia cavalleria si parte da Iris Gardini

Quando la vidi in finale a Mosca con Marie Chantal Demaille ammetto che ero preoccupato : la francese è stata campionessa del modo anche negli anni verdi, ed è sempre in ottima forma. Ma Iris  ne parava tutti gli attacchi con sicurezza , la arrestava, le chiudeva tutti gli spazi. Concentrata come solo lei sa essere, senza neppure esultare. Mancava poco al termine e Demaille si gettava all’attacco, solo per essere infilzata senza pietà : vittoria per tanti a pochi. La tecnica è eccellente, ha una resistenza alla fatica da maratoneta, se solo glielo consentissero farebbe anche le tre gare dei maschi. Piccola, reattiva, cattiva il giusto. Brava Iris.

Maurizio Galvan

Tre titoli mondiali consecutivi non li ha vinti nessuno degli italiani, e forse neppure nessuno degli stranieri. Maurizio Galvan è l’estro fatto fioretto, non sai mai bene da dove arriverà la stoccata, sguscia da  tutte le direzioni, evita le stoccate come un contorsionista acrobata. Lo aiuta un fisico  agilissimo e nervoso, e conserva un filo di ironia anche nei momenti più intensi. Leggendarie le sue trasferte, può arrivare in camper, in aereo dalla Tasmania o in autostop da Bassano.

Giulio Paroli

Se esistesse la combinata l’avrebbe vinta sempre lui. All’oro di fioretto a Tampa  dovremmo aggiungere  un argento di sciabola e parecchi bronzi nelle due armi.  Insomma , è il più completo , tanto da  avere fatto anche una sporadica incursione nella spada vincendo una prova italiana., a smentire i luoghi comuni sulla assoluta necessità della specializzazione d’arma. Labronico puro , negli anni ha mitigato gli eccessi polemici, dimostrando che si può migliorare sempre anche il carattere.Sempre leale, anche dopo le più furiose litigate si recupera la battuta salmastrosa e il sorriso. Nelle squadre è un leader riconosciuto, e non si contano gli ori europei   che recano anche la sua firma.

Vittorio Carrara

E’ lo sciabolatore più forte in Italia, e non solo della sua categoria. Fanno notizia più le rare sconfitte che le vittorie. Tecnico, fisicamente veloce , coordinato e resistente, fa la sciabola più bella che sia dato di vedere. Nella sua “Officina della scherma” vengono per tirare con lui giovani campioni, e non sempre  la spuntano. E’ un piacere perderci, non parliamo poi del vincerci.. In Italia vince nove vote su dieci. Ai mondiali di  Limoges sconfisse l’ungaro- francese Kaas in un assalto che deliziò il pubblico.  Sono sicuro che sta preparandosi per un assalto  ai mondiali  con un certo Etropolsky, già campione del mondo assoluto. E noi saremo lì a godere della bella scherma.

Simonpaolo Buongiardino

Ha vinto di spada nella prima edizione dei mondiali, in Sudafrica. . Veloce, fisicamente in forma, ottimo nella frecciata con cui domava schermitori  più lunghi faceva una spada dinamica, molto moderna. Oggi lo si vede di   meno in pedana, anche perché le articolazioni di noi master  chiedono requie . Ha inoltre il merito di essere stato tra i fondatori dell’AMIS, di cui è stato anche presidente.

Andrea Bocconi


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