Isola di Kere

 

Faro di Punta Sophia Psuke Baia della Vera Finzione Rocca Grotta della Memoria

Psyche

Psyche

Psyche, dove attraccano le barche che portano psicologia nelle forme più diverse: lì si troveranno la psicosintesi di Roberto Assagioli e l'etnopsichiatria, l'antropologia e le psicologie altre.

Piccoli miracoli bellini

14-04-2019

La relazione è lo specchio del Sé, ha scritto J.K.Krishnamurti. Cosa c’è di più difficile di essere in relazione con qualcuno, un bambino, che non sa venire fuori dal suo mondo? Che sembra irraggiungibile. 
Eppure c’è chi lo fa, con saggezza, competenza e amore. Quando Miriam Dinelli mi racconta qualche successo, le cosiddette piccole cose, lei commenta semplicemente: è stato bellino. Piccoli miracoli bellini.
Andrea Bocconi

 

Ellen Marie Cassat In A White Coat – Mary Cassatt,  1896

Ellen Marie Cassat In A White Coat – Mary Cassatt, 1896

 

Rapita dalla favola narrata nella presentazione del sito Kere, seguendo il gioco di metafore che vi si incontrano, potrei iniziare a narrare della mia attività professionale nel modo che segue. 

Sono arrivata in un paese sconosciuto, in un Distretto della così detta Media Valle in provincia di Lucca, trascinata da un’onda improvvisa e inimmaginata: una difficile situazione lavorativa. In un istante l’onda mi ha rovesciata facendomi sentire spaventata e impreparata. Grazie probabilmente a un certo istinto di sopravvivenza, al mio bisogno di essere vista e di creatività, è iniziata per me una ricerca di significato. Si è avviata in questo modo la mia esperienza professionale all’interno dell’ Unità Funzionale Salute Mentale Infanzia e Adolescenza della ASL 2, con sede a Fornaci di Barga, dove mi occupo di bambini con difficoltà evolutive, in particolare con diagnosi di Spettro Autistico.

L’onda aveva scardinato in me certezze e identità. Così, una volta approdata con una certa violenza sull’isola sconosciuta, ho riconosciuto subito - continuando a parafrasare - quelli che sarebbero stati i miei strumenti di salvezza.

Prima di tutto la insostituibile esperienza di chi mi ha preceduta, il gruppo professionale costituito da neuropsichiatre, psicologhe logopediste e terapiste della neuro-motricità. Un gruppo di lavoro grazie a cui è stato possibile soddisfare i bisogni di connessione, reciprocità, competenza, partecipazione, comunione e benessere.

In secondo luogo i testi più importanti in ambito scientifico (Linee guida del Ministero della Sanità,DSM-5,DENVER,DIRecc.); le teorie di riferimento sulla mente, sulle funzioni esecutive, sulla coerenza centrale, i cui deficit giustificano le difficoltà di comprendere le proprie emozioni e quelle degli altri, di interpretare i comportamenti, di pianificare, di selezionare le informazioni, di utilizzare l’attenzione, di integrare le informazioni provenienti da diversi canali sensoriali in una risposta dotata di significato.

E ancora, non meno di valore, i numerosi libri scritti da genitori, insegnanti, educatori che passo dopo passo hanno fatto ricerca, scoperto e condiviso informazioni e strumenti per rendere migliore l’identità di un bambino con difficoltà evolutive. 

Inoltre, una preziosa psicoterapia personale. 

E infine le costanti domande ripetute silenziosamente tra me e me davanti agli utenti che, anch’essi impauriti, impreparati, disorientati e angosciati, approdavano con la stessa violenza sull’isola sconosciuta e venivano trascinati dall’onda della diagnosi fino alla porta della mia stanza educativa-abilitativa. Cosa sei tu/voi per me? Cosa sono io per te/voi? Che significato ha il mondo per te/voi? E per me? Come è il tuo modo di manifestarti al mondo? Quali i tuoi comportamenti (o sintomi)? Saprò parlare adeguatamente, con chiarezza, con semplicità? Come ci possiamo arricchire reciprocamente?

Il filo conduttore di ogni seduta è instaurare un contatto di sguardo, far nascere la relazione, creare questa intesa: io sono qui, tu sei qui. Questo incontro deve essere utile a entrambi, dobbiamo uscire da questi 45 minuti di incontro arricchiti entrambi, fosse anche per la semplice soddisfazione di aver sostenuto lo sguardo un secondo in più.

Sollecitare lo sguardo, implementare l’aggancio oculare, stimolare la competenza comunicativa e relazionale, aumentare l’attenzione condivisa e la reciprocità, ridurre la frustrazione, rispettare le regole, i turni di gioco ecc. Questi gli obiettivi primari previsti generalmente nei Progetti Riabilitativi e Terapeutici che vengono elaborati in équipe referenti, dopo avere fatto una delle seguenti diagnosi: disturbo spettro autistico, disturbo della regolazione emotiva, disturbo del linguaggio espressivo, disturbo della comunicazione, iperattività, deficit cognitivo lieve, medio o grave, mutismo selettivo.

Ho riempito l’armadietto di armi a mio favore: giochi e qualsiasi altro tipo di oggetto possa stimolare una curiosità, una reciprocità. Oltre che a fazzoletti di carta e pannolini, chicchi e biscotti, piccoli premi da usare come rinforzo ogni volta che si è appresa una nuova abilità, o comunque per regalarci una piacevole condivisione come finale della seduta riabilitativa.

Per scelta - motivata sia dalle precedenti esperienze professionali, sia dalle indicazioni delle più recenti ricerche scientifiche - chiedo che i genitori partecipino, più o meno attivamente, alla seduta abilitativa e che si cimentino in alcuni comportamenti utili. Ad esempio modificare gli ambienti familiari e scolastici; interrompere le stereotipie (dondolarsi, sfarfallamento, rotolare oggetti, ecc.); interrompere o interferire con le ecolalie (ripetizione di parole); interferire delicatamente, per il forte stress che può causare, con alcune routine; interferire quando c’è da spostare l’attenzione; meravigliarsi per la conoscenza approfondita di argomenti particolari (animali, pianeti, ecc.) e cercare di sfruttarla per la relazione o per stimolare un interesse che al momento non è assolutamente presente. 

Che cosa accade nella stanza della terapia? Accade che Amelia, quattro anni, entra chiedendo a me, cinquantatré anni, “vuoi essere mia amica?”

Accade che Olaya scappa improvvisamente aprendo la porta senza che io capisca l’evento scatenante, o che mi da un calcio mentre io la sollecito a guardarmi. Accade di ripetere al genitore presente, dispiaciuto e ferito dal comportamento di Olaya, che non sono comportamenti intenzionali ma probabilmente di difesa. Potrei esserle andata troppo vicina, aver usato una tonalità di voce troppo alta o un profumo non gradito. Forse stava passando un camion sulla strada o si sentivano i passi di scarpe col tacco dal piano di sopra. Forse semplicemente non aveva riposato abbastanza o io avevo usato troppe parole mentre avrei dovuto usare immagini e foto.

Accade che Amit usa il suo naso per annusare - che equivale a dire conoscere – tutto ciò che lo circonda: il tavolo, i quaderni, i giochi e altro. Che Loredano si arrotola nel tappeto e io gli concedo un po’ di tempo per stare così riparato prima di andare a cercarlo.

Accade che Leonardo entra nella stanza, la guarda e dice “che bella stanza!”. E accade che io mi sento realizzata per essere riuscita almeno per lui a creare un ambiente dove si senta… bene!

Nella stanza però c’è anche da accogliere il trauma emotivo dei genitori, il loro senso i colpa per avere generato un figlio “non sano”, le loro aspettative deluse, la loro rabbia, le loro preoccupazioni, la loro disperazione, la loro sensazione di sentirsi annullati come persone e chiamati ad essere genitori per tutta la vita. Angoscia che spesso si sintetizza nella domanda “cambierà?”.

Nella stanza si tenta di prendere quella pesante angoscia e si cerca di farla più sopportabile dicendo che le traiettorie evolutive sono imprevedibili, che le diagnosi possono modificarsi come non, che forse quella specifica diagnosi non è passeggera e momentanea ma che si potranno acquisire abilità per migliorare l’identità e farne emergere tutte le potenzialità. Si dice loro che non hanno come figli solo dei bambini diagnosticati, e che quei bambini, come tutti noi, sono molto più del disturbo che hanno. Siamo la nostra storia, le nostre relazioni, quello che pensiamo e penseremo di noi.

Per tornare alla home del sito Kere, ho immaginato il signore dell’isola che ne contempla la bellezza e la illustra ai suoi ospiti. La stessa cosa cerchiamo di fare noi tecnici delle “diverse abilità”: mostrare la bellezza di ciò che c’è per rispondere alla domanda “cambierà?”

Non so se cambierà, so che oggi mi ha guardato per un tempo più prolungato, che ha ripetuto “zzz” indicando l’immagine dell’ape, che ha accettato di perdere al gioco dell’oca e che ha cantato “tanti...uri a te”. So che abbiamo fatto insieme la torre con i cubi mettendo “un pezzo te e un pezzo io”. So che ha detto un chiaro “NO” ad una mia proposta di gioco. So che ha scelto un gioco prendendo un’ iniziativa. So che mi ha imitata, mi ha salutata, e che è stato/a seduto/a sulla sedia per il tempo necessario allo svolgersi dell’attività. So che ha disegnato e parlato di sé. So che mi ha raccontato del lutto dello zio, che si è molto divertito al carnevale, che il suo gioco preferito sono i Play Mobil e che ha accettato di portarli per giocare insieme. So che è stato/a quasi tutto il tempo della terapia sotto il tavolo imitando il cane e il gatto, forse era il suo modo di dire che era stanco/a e che voleva andare a casa. So che oggi non si è morso/a!

Continuiamo a scandagliare e indagare ogni loro comportamento per conoscerlo, comprenderlo e renderlo un ponte comunicativo. 

Miriam Dinelli


Conferenza “Il labirinto è la destinazione di tutti i viaggi, quelli fuori e quelli dentro di noi.”

30-03-2019

Il labirinto - un viaggio dentro e fuori

Sabato 30 Marzo 2019 ore 17:00
(ingresso gratuito con prenotazione)

Un incontro dedicato al tema del Labirinto, spaziando dalla letteratura al teatro, fino ad esplorare i significati più simbolici per l’essere umano, per la crescita ed evoluzione personale.

presentano Francesca BarabinoM.Vittoria Salimbeni

Letture a cura degli insegnanti di ARMITOTeatro

Giulia Grattarola, Fabio Fabbri, Roberto Repele

DOVE:
Sala di ARMITOTeatro
Viale Brigata Bisagno 2 int. 28 scala destra 5° piano Genova

Scarica l'invito in formato PDF


Cinque criteri per capire se una setta è pericolosa

03-03-2019

Cinque criteri per capire se una setta e pericolosa

 

Tempo fa una persona mi chiese una valutazione psicodiagnostica. È raro che un privato la richieda se non all’interno di un percorso di psicoterapia. I risultati furono “normali”, nessun segno di psicopatologia grave: chiesi che dubbi avesse e mi disse che nella setta religiosa induista di cui faceva parte da tre anni, quando aveva dichiarato la sua intenzione di allontanarsene le avevano detto che non era in grado di vivere fuori dal gruppo e sarebbe probabilmente impazzita o si sarebbe suicidata. La rassicurai che non sembrava proprio il caso e comunque le garantii il mio appoggio se queste vessazioni psicologiche fossero continuate.

L’articolo 19 della Costituzione garantisce la libertà di culto, sacrosanta. Ma dove finisce il culto, per quanto minoritario e magari stravagante, e comincia una setta pericolosa?  Tracciare i confini non è molto facile, e su queste ambiguità Scientology, fondata dallo scrittore di fantascienza Ron Hubbard, benché sia stata oggetto di molte vicende giudiziarie in diversi Paesi del mondo, opera con successo economico notevole anche in Italia.

Per orientarsi e informarsi è utilissimo il libro Nella setta, di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, due giornalisti coraggiosi che hanno fatto un’inchiesta approfondita su diverse organizzazioni: DammanhurSoga GakaiUnione Punto Macrobiotico e molte altre. In alcuni casi – vedi la vicenda giudiziaria de Il Forteto, vicino a Firenze – hanno dimostrato pericolosi intrecci tra affari, politica fiorentina e supposte attività assistenziali. Hanno raccolto dati, testimonianze di fuoriusciti, si sono introdotti di persona in queste associazioni, consultato documenti.

Il quadro è inquietante: moltissime le vittime che si sono rovinate , sia economicamente che psicologicamente. Abbiamo detto che i confini tra un culto, una setta e un’associazione a delinquere possono essere confusi. Aspirazione spirituale, ingenuità, credulità popolare, fragilità psicologica? In fondo il desiderio di miracoli ha sempre incontrato madonne che piangono, guaritori spirituali come Mamma Ebe che si approfittavano della fiducia dei seguaci.

Qua però si parla di sette, e pur nel vuoto legislativo, ci sono certamente dei reati difficili da perseguire. Al ministero dell’Interno esista una Sas, squadra antisette, ma lamenta molte difficoltà di intervento. Il reato di plagio non esiste più ed è un bene perché era troppo vago, ma bisogna trovare una fattispecie che renda penalmente perseguibili certi comportamenti: questo è compito del legislatore. Talvolta si è parlato di riduzione in schiavitù, ma poiché le persone sembrano consenzienti, sarà molto difficile incastrare questi e queste pseudoguru.

Ma come si fa a capire se noi o i nostri cari sono finiti in una setta pericolosa? Propongo alcuni criteri su cinque coordinate: potere, denaro, sessualità, restrizioni alla libertà di comunicazione con le famiglie, comportamento con chi esce o vuole uscire.

1. Potere. Il capo o guru decide tutto, la struttura è rigidamente piramidale esistono regole che definiscono minuziosamente cosa l’adepto deve fare, anche in materia di sessualità, educazione dei figli, lavoro. Gli adepti sono privati del potere decisionale su molti aspetti delle loro vite.

2. Denaro. Gli adepti devono conferire i loro beni o lavorare per salari da fame che di fatto impediscono ogni autonomia.

3. Sesso. Il capo esercita anche un potere sessuale , sia personalmente che decidendo chi deve fare cosa con chi

4. Contatti esterni. Si tende a scoraggiare il contatto con “quelli di fuori”, cosa che può arrivare a livelli patologici, quasi una paranoia di massa: vedi il suicidio colletto dei seguaci di Jim Jones in Guyana, o gli esiti della comunità di Osho in Oregon. Se sono presenti questi elementi, l’aspirazione alla spiritualità degli adepti è sfruttata per fini personali, che configurano anche reati. Le persone sono in pericolo. Si incoraggia però fortemente il proselitismo, che fa avanzare di grado chi porta dentro più gente, i cosiddetti reclutatori ? Questo è il caso di un santone pugliese che, tra maratone di preghiera, apparizioni dell’ostia e altri fenomeni, cerca di ampliare la sua sfera di influenza.

5. Uscite. Per chi esce si va dall’ostracismo totale alla diffamazione e anche alle minacce. Non si deve parlare con giornalisti, psicologi e psichiatri. Molte delle testimonianze raccolte nel libro trasudavano paura. Non è facile venirne fuori, tra sensi di colpa, un’identità messa in crisi dal lavaggio del cervello di anni, una sudditanza economica, la perdita della rete di contatti familiari e sociali.

Anche di recente un genitore preoccupato per la sorte di un figlio ci ha chiesto aiuto: ci si può rivolgere a delle associazioni che si occupano di queste situazioni, per esempio il Cesap, Centro studi abusi psicologici, il Gris di Torino, l’Onap, Osservatorio nazionale abusi psicologici. È fondamentale che il governo si impegni perché il vuoto legislativo alimenta l’impunità. Ci sono state interrogazioni parlamentari, ci auguriamo davvero che abbiano un seguito.


Noi italiani siamo razzisti o no? La risposta non è scontata

30-08-2018

Noi italiani siamo razzisti o no? La risposta non è scontata

Il colore dei morti conta, nel Mediterraneo casca un ponte ogni giorno e giriamo la testa da un’altra parte, quei morti non sono più una notizia. Magari qualcuno pensa e dice al bar: “Se la son voluta, era meglio se stavano a casa loro”. Altri provano uno sgomento impotente. Poi c’è qualcuno che va al porto per testimoniare solidarietà umana e sulla banchina ci sono anche quelli dei respingimenti, i militanti di Forza Nuova che hanno trovato in Salvini il loro uomo forte, magari poco saggio ma forte, altro che la Meloni.

Allora, noi italiani siamo razzisti o no? Purtroppo non è una domanda da quiz, nessuna delle alternative è la risposta esatta. Lasciamo stare la scienza e in particolare la genetica che ha levato ogni fondamento alle teorie razziali da tempo. Qua è questione di pancia e di cuore, la testa arriva dopo, quando arriva.

Diciotti, scontri tra manifestanti e polizia alla manifestazione

Per capire di più dobbiamo andare indietro moltissimi anni, quando negli stati americani del Sud accadevano i linciaggi dei neri. Uno studio sociologico ha mostrato una correlazione precisa con la scarsità del raccolto del cotone. Ovvero quando la distanza economica tra il bianco e il nero si assottigliava, la frustrazione dei bianchi poveri andava verso gli ultimi, i neri, i diversi, per marcare la propria identità e diventava furore che esplodeva alla prima occasione. Meno cotone, più linciaggi: matematico.

Tutto questo si è sempre appoggiato su pregiudizi senza alcun fondamento. I neri puzzano? Per gli asiatici sono i bianchi che puzzano – per l’esattezza puzzano (puzziamo) di cadavere -, per gli americani che ricevevano gli emigranti italiani a Ellis Island erano questi a puzzare. Sono stato fatti perfino esperimenti per dimostrare l’inconsistenza di questi pregiudizi, chi vuole saperne di più legga un classico della psicologia sempre attuale: La natura del pregiudizio di Gordon Allport.

Hanno fatto odorare dietro una tenda degli sportivi bianchi e neri dopo l’allenamento (e prima della doccia): non ci hanno indovinato, non più del casuale 50%. Il razzismo cresce con i numeri e gli arrivi. Ricordo invece 30 anni fa la cordiale curiosità in un paesino dell’appenino modenese, per Alì, venditore di tappeti, con anche qualche domanda “culturale” sulle sue credenze. Ma erano ancora pochi gli immigrati e questo fa una grande differenza.

Si è visto anche studiando i ratti che l’aggressività intraspecie scatta con l’affollamento, quando il numero supera una certa massa critica e lo spazio vitale si riduce. È il nostro caso? Sì e no: sappiamo che vi è una sovrastima della presenza straniera, se chiedete in qualsiasi bar vi parleranno del 20-30%. “Son più loro che i nostri !”, giurava una donna. Ma conta la percezione, non la realtà. E conta il pressappochismo dei governi degli ultimi 30 anni che non sono riusciti ad accogliere con dignità chi doveva essere accolto e rimpatriare i delinquenti. Oggi i migranti valgono voti e tutti si muovono facendo calcoli. Bisogna dare atto alla Merkel di essersi presa grandi rischi dicendo (parafrasando): “La Germania è un grande paese e può accogliere 800mila persone“.

È interessante che quasi nessuno voglia essere chiamato razzista, almeno pubblicamente. C’è un punto fondamentale: non ci si deve dividere tra razzisti e antirazzisti, ma tra razzisti, antirazzisti e non razzisti.

Tra i non razzisti troveremo molte persone spaventate dal mutare dei quartieri, dalle lingue che non si capiscono, dalle usanze che non si conoscono e neanche si vogliono conoscere: vorremmo semplicemente che lo straniero si uniformasse alle nostre usanze e restasse gradevolmente invisibile, salvo nei campi dove si raccolgono i pomodori a due euro l’ora. Ma tanto chi li vede lì è ben contento che ci siano, caporali al servizio di proprietari che commettono un reato di sfruttamento ogni mattina.

E chi di noi non razzisti o antirazzisti non prova imbarazzo di fronte al ragazzo che ti aspetta alla porta del supermercato e ti lascia sempre incerto tra il far finta di non vedere, allungare una moneta, chiedere in cambio simbolicamente un servizio: mi porti le borse in macchina? Chiedere il nome, da dove viene, magari perché è qua. Wisdom è nigeriano e cristiano, mi ha spiegato che lo avrebbero ucciso con altri cristiani nella chiesa, se fosse restato: Bokol Harum per lui è memoria di tragedia vista. Ha 26 anni e pensa che tutto sarà molto facile, qui. Vedo che il giornalaio gli fa sistemare le riviste negli scaffali, un altro negoziante lo fa spazzare davanti al negozio.

Forse c’è speranza, auspico che non intervenga subito la burocrazia che tollera il caporalato e magari stanga chi si fa aiutare in giardino per due ore. E chi si fa aiutare una volta non teme di ritrovarsi alla porta una coda di persone che chiedono lavoro? Quante riserve mentali, anche legittime dentro di noi. Chi non si è stufato sulla spiaggia al 20esimo ragazzo che ti vende teli?Chi si è vergognato di un piccolo sollievo provato nel vedere un proprietario di ristorante che allontanava con gentilezza un venditore un po’ insistente, un po’ aggressivo? A me è capitato e capita e mi sento in contrasto con me stesso, e anche un po’ confuso sui miei valori.

Italiani com noi, bisogna combattere gli ambulanti

Ma la vergogna più grande l’ho provata quando la proprietaria di un bar trattoria di Arezzo ha insultato un magrebino che veniva per la seconda volta, con parole che non avrebbe mai osato dire a un italiano. Non ci sono più andato per cinque anni, finché non è cambiata gestione, ma il mio silenzio di allora mi pesa. Siamo onesti, bisogna fare i conti anche col piccolo razzista, o il piccolo vile, o il piccolo menefreghista che è in noi. In fondo c’è sempre la piccola paura di perdere qualcosa.


Bob Dylan, quelle lettere d’amore che Françoise Hardy non lesse mai

24-04-2018

È una strana storia Bob Dylan, non finisce di stupirci da decenni. Il proprietario del bar dove si rifugiava a scrivere da ignoto adolescente, raccoglie le lettere mai spedite che Bob scriveva a Françoise Hardy.

Lei cantava “Tutti i ragazzi che han la mia età se ne vanno mano per la mano”, con una grazia struggente, un po’ eterea, per di più a piedi scalzi. Bob – che immagino brufoloso e non ancora star – ne fa la sua Beatrice, giustamente irraggiungibile, tanto che le lettere finiscono appallottolate nel cestino del bar. Qua c’è il colpo di scena: il barista – che deve avere intuizioni paranormali – le conserva per decenni e quando muore saltano fuori. Lui aveva già capito che avrebbe preso il Nobel per la letteratura, mica il Telegatto.

Capita non di rado che si scelga come oggetto d’amore una star e – se non si precipita nell’incubo dello stalking – è un modo romantico di innamorarsi dell’Amore. Così possiamo proiettare con comodo e senza rischi tutte le nostre fantasie sull’uomo o sulla donna ideale. Meglio se irraggiungibile; anzi, è bene che resti tale, perché nessuno è all’altezza delle nostre fantasie.

Qua però arriva un nuovo colpo di scena: passano gli anni, Françoise Hardy adora le sue canzoni, ormai è famoso. È il 1966, viene sapere di un suo di un suo concerto a Parigi e fa di tutto per andarci: sta girando un film e convince con molta fatica il regista a darle un permesso. È fatta. Dylan non è più Bob, ha il fascino del poeta scontroso e geniale, sta con donne bellissime e – guarda caso – cantanti. Mi ha anche soffiato Joan Baetz che amavo prima io, dai tempi di Woodstock.

La immagino arrivare trafelata ed emozionata, piena di aspettative. Una visita in camerino, complimenti reciproci e vai, si parte. Ma lui le pare così magro da farle sospettare una malattia terminale, il concerto è deludente, perfino brutto, le loro strade si dividono di nuovo, temo per sempre. Tutto questo lo racconta lei, ora che sono saltate fuori queste lettere non spedite. Ci va giù duro la cantante-attrice – direi anche con poca eleganza – in un’intervista radiofonica.

Dylan si offenderà? Se non rispondeva ai signori che lo cercavamo per dargli il Nobel, credo che non risponderà neanche a lei. Peccato, la storia avrebbe riempito paginate di riviste sugli amori delle star, anche se un po’ anziane, sono passati cinquanta anni. Maria De Filippi avrebbe sognato di portarli nelle sue trasmissioni: l’amore ritrovato.

Ma anche nel caso di una devozione artistica è meglio fermarsi all’opera, chi la crea spesso può deluderci.

Sarei andato a piedi a incontrare Hermann Hesse e non mi avrebbe fatto piacere scoprirne la tirchieria o la freddezza con i figli. Francesco De Gregori ama la musica di Dylan al punto di aver tradotto e cantato in un disco le sue canzoni. Si è poi ritrovato con lui al Summer Festival di Lucca, cantavano nella stessa serata ma separati. Ha avuto la saggezza di scappare la mattina dopo senza incontrarlo. Pare che Dylan volesse conoscerlo. Si contenti di scoprire le sue canzoni. Gli idoli vanno adorati da lontano.


Negozi senza cassa, home banking e scimmie clonate. Dove finiscono le persone?

09-02-2018

La scomparsa dell'umano

Entri nella banca dove sei cliente da sempre: all’ingresso una macchina, dove si spera tu ti fermi per fare ciò che sei venuto a fare. Se passi quella porta trovi un impiegato che ti porta a un’altra macchina, a fare l’operazione che una volta faceva lui. Uno solo, in trincea, a difendere la banca dai clienti. Non usi l’home banking?

Hai un problema con la Vodafone, ci metti giorni a raggiungere un umano dell’assistenza, dopo innumerevoli attese, algoritmi decisionali, musichette che si concludono con l’invito a riprovarci.

Amazon crea il negozio senza cassieri.

Posti di lavoro che scompaiono, ma dove finiscono quelle persone? Davvero si crede che questo sia efficienza? Risparmio sì, ma efficienza vera no. Noi siamo animali sociali, vogliamo discutere col libraio, scegliere l’impiegato di banca che ci sembra più bravo o più simpatico, essere visti ed ascoltati.

E ora la riflessione su una notizia che sembra non c’entri: la clonazione delle scimmie cinesi. Gli studi di Harlow sulle scimmie separate alla nascita dalla mamma sono di molti anni fa: le scimmie abbandonate non riuscivano a prendersi cura dei piccoli, avevano seri problemi ad accoppiarsi, erano insomma psicologicamente malate. Come saranno quelle clonate? E perché si fa questo? Per mangiarle? Per i “pezzi di ricambio? Come prova verso obiettivi più ambiziosi?

Mi pare ovvio, considerando la vicinanza genetica con le scimmie, che qualcuno stia già clonando gli umani. E magari proprio in Cina, dove essere individui è poco gradito. E che ne faremo di questi umani? Mi vengono in mente i soldati di terracotta, l’armata dell’imperatore nel mondo dei morti. Mi vengono in mente le tute tutte uguali.

Il mito di Frankestein che si avvera. Con gli stessi esiti, immagino.

Colpisce anche che quando fu clonata la pecora Dolly il dibattito fu ampio; stavolta la notizia è stata dimenticata alla svelta, soppiantata dalle analisi delle liste, dalle promesse elettorali. A proposito, propongo di non votare chiunque voglia ridurre le tasse, spendere soldi che non ci sono ed elargire mance varie. Ci si rivolge al particulare perdendo di vista il collettivo, cioè una volta di più le persone.

E che dire dell’indifferenza per i morti nel Mediterraneo: ci preoccupano quelli che arrivano, anche con buone ragioni, non quelle donne e quei bambini. Nessuna empatia, non proviamo neppure a pensare cosa significa indebitarsi per mandare via un “minore non accompagnato”, perché si salvi. Ho un figlio di sedici anni: provo a pensarlo su un barcone che lo porta che so, in Spagna, con 300 euro in tasca.

Ci giriamo dall’altra parte. Ogni mattina incontro di fronte al bar Wisdom, un ragazzo nigeriano. A volte ci parlo e gli offro la colazione, a volte me ne libero con una moneta, a volte spero che non ci sia o passo di fretta con un cenno stiracchiato di saluto. Quindi non so più se sono di destra di centro o di sinistra, se sono cristiano, buddista o menefreghista; dipende dalle giornate. Vorrei fargli fare qualche lavoretto invece di dargli monete umilianti, ma temo poi di trovarmelo sempre sotto casa. Sento che la scomparsa dell’umano è un virus che porto in me.


Dr. Dalai Lama, psicologo in Pisa

27-09-2017

Dr. Dalai Lama, psicologo in Pisa

Chi se lo sarebbe immaginato mai di vedere il Dalai Lama in tocco e toga per ricevere la laurea honoris causa in psicologia clinica e della salute? Eppure questa non è la solita onorificenza formale data, oltre che a chi la riceve, a chi la conferisce. Mica male avere un altro Nobel tra i propri laureati, alla faccia dei cinesi che cercano sempre di mettere i bastoni tra le ruote a ogni iniziativa che coinvolga il leader spirituale dei buddisti.

Il Dalai Lama lo merita perché da molti anni promuove il confronto tra scienziati occidentali e la cultura filosofica e spirituale tibetana che, nel corso di venticinque secoli, ha elaborato una raffinata psicologia.

L’Università di Pisa e l’Istituto Lama Tzong Khapa hanno messo a confronto fisici, neuroscienziati, filosofi occidentali e pensatori tibetani: il tema era la scienza della mente e in particolare il problema della coscienza: epifenomeno del funzionamento del cervello o entità che “usa” il cervello? Ipotesi dualistica o riduzionismo? Se ne dibatte da decenni e lo sviluppo delle tecniche di studio del cervello fanno rapidi avanzamenti.

Sotto questo aspetto è stata interessantissima la presenza del francese Matthieu Ricard, monaco buddista laureato all’Istituto Pasteur in genetica delle cellule, diventato popolare per essere indicato come “l’uomo più felice del mondo” dopo che gli scienziati hanno riscontrato un livello di attività mai registrato prima nella zona del cervello connessa con l’emozione positiva e la una particolare capacità di orientare la mente a piacimento durante la meditazione. Erano presenti anche gli scienziati che hanno esaminato Ricard.

La pratica millenaria della meditazione si sta sempre più diffondendo, anche se viene talvolta banalizzata e commercializzata.

Inserire il fenomeno della coscienza nel paradigma quantistico è un’ipotesi di ricerca che può consentire grandi passi avanti. L’interdipendenza di tutti i fenomeni dovrà per forza includere la mente. Roberto Assagioli, 50 anni fa, ipotizzava per la Psicosintesi lo sviluppo di una psicoenergetica che includesse fisica, chimica e psicologia.

Detto questo, si sono proposti diversi modelli epistemologici per inquadrare il fenomeno coscienza, ma siamo ancora ben lontani da una comprensione piena.

I tibetani, che hanno seguito la via dell’introspezione per osservare la mente, possono dare un contributo formidabile.

Mi resta anche un’osservazione sorridente, non troppo diplomatica, del Dalai Lama: “La psicologia occidentale è ancora al kindergarden, giardino d’infanzia”. Temo che abbia ragione, ma quindi abbiamo ancora tutta la vita davanti e il contributo del nuovo collega neolaureato a Pisa sarà prezioso.

(La foto è tratta dal sito dell’Università di Pisa)


Bolivia: guaranì, non chiamateli indios

29-06-2016

Bolivia: guaranì, non chiamateli indios

CuevoBolivia del sud: che ci fanno un frate di Chiusi della Verna e un artista medico fiorentino? Ci fanno sanità, ci fanno educazione, ci fanno arte. Siamo una zona rurale povera, dove vivono molti Guaranì. Ricordate Mission, con Jeremy Irons nelle parti del prete e De Niro nelle parti del capitano Mendoza, cacciatore di indios pentito? Indios è l’appellativo generico e sbagliato dei conquistadores. L’errore di Colombo fa sì che tutte queste popolazioni indigene che hanno nomi, lingue, tradizioni e cosmogonie diverse, finissero sotto questa etichetta che a noi sembra innocua, a loro dispregiativa. Alla fine, i Guaranì si vergognavano della loro identità “inferiore”, assumevano nomi spagnoli e non insegnavano più la loro lingua ai figli, per favorirne l’integrazione.

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Quando il francescano, Tarcisio Ciabatti, di Chiusi delle Verna è arrivato qui, quaranta anni fa, “i bambini morivano come le mosche, i vaccini non glieli faceva nessuno”. Bisognava cominciare da lì. Con l’aiuto dei medici dell’Università di Firenze e Catania, è stata creata una scuola di formazione paramedica. Maestri guaranì si sono fatti assumere nelle fattorie dei latifondisti e la notte insegnavano, segretamente, di nuovo, lingua e tradizioni alla loro gente. La stessa chiesa che li aveva traditi li ha aiutati. Prima di tutto la sopravvivenza, poi l’educazione, e infine l’arte. E’ un popolo che ha il dono della musicalità, sono rinate le scuole di musica e liuteria. Si suona musica barocca “moderna”, non solo quella portata dai gesuiti. I guaranì dicono convinti che violini e viole sono strumenti tradizionali indigeni:

I guaranì, che vivono in BoliviaBrasile e Paraguay, sono stati massacrati non solo dagli europei, ma anche dai latifondistiche gli hanno rubato le terre e li hanno resi schiavi nelle loro fattorie. In una chiesa vicina a Cuevo ho visto la statua di un cavaliere spagnolo che schiaccia, sotto le zampe del cavallo, un nativo, pronto poi a trafiggerlo. La stessa chiesa che li aveva traditi ha contribuito a un riscatto della loro identità. Padre Ciabatti, ottanta anni, dice che c’è una religiosità molto più profonda della nostra, fatta di grande comunione con la natura. La cosmogonia della Tierra sin mal è un mito magnifico e complesso. Tra i medici di Firenze c’è Mimmo Roselli, artista di fama internazionale. Perché non creare una scuola d’arte di alto livello? Non solo musica e tessitura, ma arte visuale contemporanea. I Francescani ci hanno creduto e in una missione restaurata c’è stato il primo festival internazionale di arte, per lanciare il progetto.

Roselli ha invitato scultori, pittori e artisti visuali a passare tre settimane a Santa Rosa de Cuevo. In questo spazio suggestivo, strappato all’abbandono, hanno lavorato gratis per creare opere con i materiali locali, che rimangono sul posto. La mattina da soli, il pomeriggio facendo partecipare gli studenti del posto al loro lavoro, insegnando, spiegando. Artisti coreani, brasiliani, caraibici, giapponesi, boliviani e naturalmente Mimmo Roselli, con le sue funi che tracciano nuovi spazi, esposte a Venezia come a New York. Dapprima sono arrivati i bambini, poi gli adolescentipoi gli anziani del paese. Io ho fatto scrittura creativa e autobiografica con i ragazzi della scuola superiore. Quando hanno esposto i loro scritti al festival hanno inaspettatamente decorato i fogli con una finezza straordinaria: anche la scrittura è diventata arte visuale.

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Si spera che il governo di Morales apra una scuola d’arte permanente. L’arte si fa con tutto e dappertutto, dice Roselli. La prima sera del festival faceva freddo, per arrivare alla missione bisogna camminare tre chilometri nella notte. Quando tutto il paese è venuto alla rappresentazione teatrale, ai concerti, all’esposizione, ho capito che l’artista medico e il frateavevano vinto la loro scommessa visionaria. Da queste parti è stato ucciso Che Guevara, c’è chi da bambino lo ha incontrato, ma questa è un’altra storia.


Metropolitana di Milano

01-12-2014

In piedi nella calca si leggono lepubblicità. Mi colpisce l’immagine di una cicala e l’esortazione: “Vivi da cicala, tanto c’è l ‘Outlet dei funerali'; 1.499 euro tutto compreso”. Insomma, spendi tutto, o al massimo lascia questa piccola somma per gli eredi e muori soddisfatto.

Il termine outlet è geniale, dà già l’idea del grande affare, effettivamente il prezzo è conveniente, tutto compreso, ed evita quelle scene penose del parente, magari figlio o moglie, a cui vengono proposte bare che costano quanto automobili di piccola cilindrata dalle classiche agenzie funebri, quelle che sanno prima di te che sei morto, e guardano il parente affranto con una espressione leggermente disgustata e colpevolizzante se uno timidamente dice:per me è troppo cara. In un film di Verdone ho rivisto la grottesca, macabra trattativa e ho riso un po’ verde; non era troppo lontano dalla realtà. Per inciso, spesso le bare arrivano dalle foreste indonesiane e consentono ottimi guadagni.

Mi chiedo se, come in ogni outlet, ci siano dei periodi in cui i saldi sono più convenienti, in maniera tale che il cliente si possa organizzare per finire i soldi al momento giusto, o decidere di sopravvivere finché morire non è un affarone. Oppure potrebbe essere congelato e portato all’agenzia quando i prezzi calano.

Del resto un tradizionalista geniale, Guido Ceronetti, scrive nel suo ultimo libro L’occhio del barbagianni che i funerali di oggi sonofrettolosi, è scomparsa la ritualità complessa che aiutava i parenti e forse il morto nel suo passaggio nel mistero: “affrettati, ridotti al minimo, paternoster da telefonino, abolita la veglia, una corsa dal frigorifero al cimitero”.

Il frigorifero della cicala, che pensa solo a sé. Sia chiaro: la formica della favola è piuttosto antipatica, saccente, invidiosa e vendicativa, ma non esageriamo col consumismo funebre. Forse Ceronetti ha letto il messaggio sulla metro. Non credo, ma con le antenne dell’artista è come se lo avesse fatto. Accanto, proprio accanto, nello stesso vagone, un’altra agenzia si rivolgeva ad altri clienti, ma di un target assai differente: gli ecologisti puri, a cui veniva assicurata una bara in legno naturale, senza alcuna vernice chimica. Questo faceva morire l’ecologista più sereno, non ne dubito, e lo rassicurava dell’impatto zero su Gaia, il nome della terra come dea nella mitologia greca. E così si parla di Gaia funeral, l’intenzione è buona ma l’effetto un po’ stridente, paradosso cercato ma non tanto riuscito. Devo dire che non ho visto nessuno appuntarsi i numeri di telefono e quando sono riemerso alla luce dall’Ade metropolitana, ho ricordato la fiera bellezza dei funerali indiani, la cura del passaggio dei tibetani, il persistere soprattutto al sud di tradizioni che aiutano i parenti del defunto, magari portando il cibo per giorni.

E mi è venuto in mente Matteo, un novantenne che viveva in un’isoletta croata priva di alberi, Uniye in cui in molte soffitte si teneva una bara, viste le difficoltà di approvvigionamento. I proprietari erano giovani e Matteo, loro amico, chiese se gli potevano vendere la bara.

I ragazzi volevano regalargliela ma bisognava essere sicuri che andasse bene: Matteo era piuttosto alto. Una sera venne a provarla, ci si distese a braccia incrociate. Gli stava benissimo, convenimmo tutti che era perfetta e di notte attraversammo il paese trasportando a spalla la bara vuota, mentre Matteo la seguiva. Morì due anni dopo.


Identità nazionale, cultura e paura

07-05-2014

Fino a 30 anni fa identità nazionale e culturale coincidevano, le minoranza c’erano ma i numeri esigui non erano tali da mettere in crisi nessuno. Le grandi immigrazioni dall’Africa, dall’Albania, dall’Europa dell’Est ci hanno colti impreparati, come al solito, come era accaduto negli anni sessanta per le immigrazioni interne. La percezione dell’altro come diverso , forse pericoloso, e’ stata facilitata dal colore della pelle, dalla lingua, dalla religione , dagli usi diversi.

Il fatto poi che importassimo anche una certa criminalità ha avuto un impatto emotivo formidabile, in una percezione di pericolosità molto sproporzionata rispetto alla realtà.

Oggi secondo stime confermate da più fonti ci sono forse 400000 persone che sulle sponde libiche aspettano di imbarcarsi . Poiché ormai tutti i migranti sanno i rischi che corrono, è evidente che la disperazione che spinge questa migrazione è talmente grande da renderla inarrestabile. Cosa dobbiamo fare ? Le dighe legali o poliziesche non fermeranno uno tsunami. Lo scandalo delle rivolte con le bocche cucite, le attese interminabili nei centri di accoglienza li abbiamo rapidamente rimossi. Ci si arrocca in identità localiste per paura di perdere la propria, di cedere terreno. Le identità culturali ci sono e sono ricchezza, ma quando diventano identificazioni, stampelle dell’io, sono un pericolo psicologico, anzitutto per chi le vive. E dal pericolo psicologico al pericolo sociale il passo è breve. Pensate alla caccia all’assassino forestiero per Yara.

Oltre ai provvedimenti legislative e all’ accoglienza possibile l’Europa deve attrezzarsi culturalmente : altri paesi hanno già fatto questa esperienza con le ex colonie, e nessuna ricetta è facile.

Negli anni settanta c’era qualche studente eritreo nelle scuole  : erano pochi , bene integrati nelle classi. Uno di questi, Brahn Tesfa è diventato scrittore ed editore: ha scritto un libro spigoloso , Specchi sbagliati” (edizioni SUI), che mi ha fatto molto riflettere, al di là di ogni considerazione letteraria. E’ una storia di seconda generazione, che racconta il conflitto degli adolescenti nati e cresciuti in Italia con se stessi, con la loro famiglia, con gli Italiani più o meno consapevolmente razzisti ( imbarazzismi è il neologismo di un medico del Togo, Kossi Komia Ebrè) . Essere integrati non vuol dire essere assimilati, occorre un confronto e una condivisione, dove le differenze, le frontiere culturali siano non solo separazione ma anche suture, partendo dal considerarsi terrestri prima di italiani, marocchini e albanesi.

Nei tempi di crisi economica ci si incattivisce, i linciaggi dei neri nel sud degli Stati Uniti aumentavano negli anni di carestia, quando i bianchi poveri si trovavano ad essere nella stessa condizione di miseria dei braccianti neri. La vera integrazione riguarda tutti e richiede differenze, conoscenza, mediazione culturale e condivisione, Molto passa attraverso la condivisione del cibo e del sacro. Ma di questo bisognerà parlare un’altra volta.


Il corpo forzato

07-05-2014

Discussione sulla bellezza fisica dalla Bignardi, a Le invasioni barbariche. Una chirurga plastica che sembra Jackie Kennedy imbalsamata sostiene che le persone la fanno non per diventare diverse da ciò che sono, ma per essere pienamente se stesse, normali . Peccato che parli delle se stesse che erano venti anni prima : “ combattere l’invecchiamento, proibito imvecchiare”. Una guerra che si perderà sicuramente e farò un solo prigioniero : chi la combatte. Gli effetti sono spesso disastrosi : Berlusconi sembra un vecchio mandarino cinese, Laura Antonelli distrutta fa causa al chirurgo.

Si comincia presto : le ragazze chiedono un seno terza misura per il diciottesimo compleanno, mamme magari liftate e nonni dai capelli corvini pagano.

Vecchio è un insulto, e lo si ammette solo quando si è decrepiti. “Sono già un uomo vecchio, ho molti nipoti”, mi diceva orgoglioso un contadino peraltro in ottima forma, in Indonesia : avrà avuto sessanta anni, e ci stava bene dentro. E Anna Magnani raccomandava al truccatore di lasciarle le rughe, che ci aveva messo una vita a farsele.

Una volta feci un viaggio in treno con due trans che da Bari andavano a Firenze : uno voleva il mento più tondo, l’altro le labbra turgide. Era il terzo intervento dell’anno per tutti e due: “ho speso ventimila euro e poi magari piglio una mattonata in faccia “ . Essere nel guado dell’identità non è cosa facile.

Ma ci sono altre maniere di ridurre il corpo a un forzato in catene : nella sua bella autobiografia, Open, il tennista André Agassi racconta che a venti anni ha già il polso destro usurato e la schiena a pezzi per i feroci allenamenti a cui lo ha sottoposto fin da bambino il padre padrone. La descrizione dei dolori prima e dopo una delle ultime partite sembra racconti un vecchio caduto dal secondo piano. E ha 36 anni.

I cicloamatori della domenica si dopano, i body builder delle palestrine di provincia prendono gli steroidi, . Il corpo forzato non prevede futuro o si ancora al passato. E i calciatori si ammalano di strane malattie a carriera finita.

Dietro l’ossessione del presente bello e vincente si nasconde , neppure troppo bene, la paura della morte.


La Psicologia è razzista?

14-04-2014

Secondo me lo è e neppure lo sa. Molti manuali la fanno nascere come disciplina autonoma col primo laboratorio di psicologia sperimentale, creato a Lipsia da Wundt nel 1879. Altri si rifanno ad Aristotele, che scrisse il De anima, circa ventiquattro secoli fa. Europa insomma.

E gli altri ? Intendo i primis il mondo orientale : in India, in Cina,in Tibet,  in Giappone sono state elaborate raffinatissime psicologie, e prassi molto sofisticate ed efficaci per trasformare la mente. Nei miei anni universitari non ho trovato traccia di questi saperi , di questi saper fare.

Dell’Africa sappiamo ancora meno, eppure qualcuno ha paragonato la cultura Dogon  per complessità e raffinatezza a quella greca classica : se ne sono interessati gli etnopsichiatri , in Italia  Piero Coppo , Lelia Pisani e altri. Abbiamo molto da imparare dai dispositivi di cura  dele altre culture, e inoltre le immigrazioni ci portano in casa altre visioni del mondo, che gli psicoterapeuti fanno fatica a  capire e quindi a curare.  Certo non possiamo essere esperti di tutto, ma si tratta di costruire un approccio con l’altro e col suo mondo meno arrogante, meno limitato.

Ma per ora  l’etnocentrismo, per cui il bianco occidentale crede di portare il lume della conoscenza,   prevale, anche se non osa più dichiararsi esplicitamente. Spesso non si sa neanche di essere infettati da questo virus. Si crede di fare scienza, ed è scientismo. Nella medicina è ancora più evidente ; si snobbano pratiche terapeutiche cha sono fondate su esperienze millenarie.

Per fortuna ci sono le eccezioni : Jung , Assagioli che ingloba nella psicosintesi molti concetti e pratiche della tradizione orientale e non solo. L’importante è il confronto senza gettare alle ortiche il nostro sapere , la nostra identità, perché esiste anche questo rischio di segno opposto : trapiantare pratiche sciamaniche sudamericane o siberiane completamente fuori contesto, in lucrosi fine settimana. Anche la psiche, e forse soprattutto la psiche, come merce da vendere, magari contraffatta


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