Isola di Kere

 

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Psyche

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Psyche, dove attraccano le barche che portano psicologia nelle forme più diverse: lì si troveranno la psicosintesi di Roberto Assagioli e l'etnopsichiatria, l'antropologia e le psicologie altre.

Per me è l’autunno la stagione dei cammini

02-11-2021

Per me è l'autunno la stagione dei cammini

Mio zio Leopoldo amava la natura. Aveva pochi amici, di lungo corso,con cui in autunno faceva la gita del colore. Andavano in campagna a contemplare i gialli, gli amaranto, i sempreverdi, i tanti marroni, le foglie screziate. C’era una sola regola: si stava zitti. Per  questo le loro escursioni si chiamavano anche “la gita del silenzio”. Somma saggezza di mio zio e dei suoi due amici, sempre quelli. Quando si cammina in campagna, in montagna, ovunque in natura, lo si fa per riscoprire che ne facciamo parte, non stiamo guardando un documentario del National Geografic. Sul divano, con la tazzina di caffè, è bello condividere e commentare, in loco il commento spesso è superfluo, quando non è fastidioso. Si ammette un “guarda che bello”, basta che non sia seguito subito dal confronto su quel sentiero in Abruzzi dove andavi da bambino. Non parliamo poi di chi propone una riflessione sulle elezioni amministrative o  sulla questione no vax. Lì la mente si scinde dal corpo del tutto  e non si più dove si è, salvo inciampare o scivolare, brusco richiamo alla presenza  nella realtà. Per me è  l’autunno la stagione dei cammini, su facebook vedo tante foto di luoghi sconosciuti, a due passi da casa, spesso c’è anche la persona,e ha l’aria di star bene , a giudicare dai grandi sorrisi radiosi.

Viene voglia di andare, il difficile e mettersi in moto.Ci si prepara: dove ho messo gli scarponcelli ? pardon, scarpe da trekking. E quale zaino prendo ? Il glorioso da ottanta litri, veterano di mille camminate o lo zainetto scolastico ereditato dal figlio, meno tecnico ma anche pratico, non faccio mica il giro dell’Annapurna, vado in Casentino.

Il camminatore solitario si risveglia quando gli orsi si preparano al letargo, e mi sembra  ottima cosa non incrociarsi, bastano i cinghiali a regalare un po’ di sana paura.

Nel cammino ogni passo ha un sapore di verità: dice molto di noi . Anche io amo il silenzio: un’amica se ne accorse: tu ti lasci scivolare in fondo al gruppo che dovresti condurre, per non parlare.

Il battito del cuore regola il ritmo, non è una gara, non bisogna battere nessuno, neanche i tempi di percorrenza degli amati cartelli rossi e bianchi del CAI.

Certo è bello andare con qualcuno che a cui si vuol bene e nel cammino si scoprono cose nostre e dell’altro che ci  possono sorprendere: Martina a dieci anni si inerpicò per le montagna abruzzesi conducendo l’asina Eva, felice anche sotto la pioggia . Claudio Visentin,  prof di grandi dimensioni e fondatore della scuola del viaggio, aveva avuto l’idea:andiamo con i nostri figli maggiori e gli asini, una settimana di cammino ci farà bene. Aveva letto il  Viaggio di Stevenson nelle Cevennes, in compagnia di Modestine, un ‘asinella: lo scrittore aveva ventotto anni, una coperta e una pistola, non si sa mai. Quel libro lo fece conoscere e lanciò il turismo in questa area poco battuta della Francia: ci sono oggi itinerari stevensoniani.

Noi partimmo con  Martina e Pietro, dieci e undici anni, dopo un rapidissimo corso di guida asini.  Nel nostro piccolo, scrivemmo “In viaggio con l’asino”, e fu il libro di viaggio dell’anno.

Il cammino più bello  l’ho fatto in Casentino e nella Valtiberina, diversi anni fa : avevo voglia di solitudine e camminare nel parco di marzo  per un mese sembrava un’ottima premessa. Mia moglie Francesca mi aveva incoraggiato a farlo, specie dopo che un carabiniere l’aveva rassicurata che mi avrebbero ritrovato anche col telefono spento. Ai figli avrebbe pensato lei. In qualche misura andavo via proprio per loro: sono lucchese, e volevo conoscere meglio la terra in cui sono nati . Per conoscere un territorio, nulla è meglio che camminarci sopra. C’è una memoria dei piedi che non si cancella. Ero in quell’età in cui si sta bene, ma siamo fuori garanzia, specie per le parti usurate: ginocchia, caviglie, articolazioni in genere. E così, in quel marzo che sapeva ancora di inverno mi misi in cammino, dopo avere speso una fortuna in attrezzatura tecnica in un negozio specializzato di Firenze, dove il proprietario, detto Sedano non so perché, mi affidò vagamente disgustato a un amico competente, solo perché avevo proposto di portare il mio zaino valigia Invicta con cui avevo girato il mondo, non proprio adatto a un trekking.

L’itinerario era molto personale, volevo arrivare alle sorgenti dell’Arno e del Tevere,là dove è nata la nostra civiltà, poi scendere al Trasimeno e  passare dal Monastero delle Celle a Cortona, dove Francesco aveva soggiornato poco prima di morire. 

Tenevo un diario, che diventò un libro molto sentito, Di buon passo. Avevo previsto un mese di cammino solitario, grande garanzia di silenzio: un ritiro con me stesso, compagnia non sempre gradevole. Era bello montare la tenda nel bosco o nel portico di un palazzetto di un paese sconosciuto, nella bellezza aspra della montagna, nei pochi, significativi incontri.Ho sempre incontrato accoglienza e gentilezza verso il viandante, nessuna paura dell’estraneo. Voglio solo ricordare Chiara, la suora che mi ospitò al Cerbaiolo come pellegrino laico, anzi, “religione fai da te “, come mi inquadrò dopo una breve chiacchierata serale. Come tutti gli eremiti, era perseguitata dalle troppe visite: accompagnava i turisti a vedere le capre, per essere lasciata in pace: “ funziona sempre”, mi disse.Quel viaggio dell’anima l’ho raccontato in Di buon passo. Scrivere , che sia un libro o un nostro privatissimo diario, aggiunge spessore, consapevolezza e senso a ciò che abbiamo vissuto, lo rianima, e diventa un altro viaggio nel viaggio.


Quando chiude una libreria non nascono trenta potenziali lettori

12-09-2021

Quando chiude una libreria non nascono trenta potenziali lettori

La donna è magra, molto alta, veste con pantaloncini e una canottiera, ha molti tatuaggi. Arriva all’appuntamento in bici. I tatuaggi sono lettere aperte, o pagine di autobiografia: questi sono i tatuaggi di una libraia, che non fa più la libraia, ma vorrebbe farlo ancora. Si chiama Clara Patella. Aveva aperto la sua libreria nei locali della macelleria del nonno, nel centro di Altamura, a due passi dal Municipio di questa bella cittadina pugliese.

Giustamente si chiamava “Libreria Nuova Macelleria Patella”. Il nome mi aveva incuriosito e, visto che andavo ad Altamura per una settimana di scrittura con la Scuola del Viaggio, volevo visitarla. Ho una passione per le piccole librerie indipendenti, che spesso fanno scelte interessanti nei libri che propongono, nelle iniziative culturali che si inventano. Ne ho scritto più volte. Quando mi hanno detto che forse aveva chiuso sono andato a controllare: sì, non c’erano più libri, spiccavano le mattonelle bianche della ex macelleria. Un occhio vuoto nel muro.

Ha abbassato la serranda definitivamente (?) nel 2021, dopo quattordici anni di lavoro culturale, con mille invenzioni per tenersi vivi in una nazione come l’Italia dove le librerie, specie quelle indipendenti, sono sempre a rischio di estinzione. Al sud si legge meno che al nord e al centro, che comunque non brillano. I dati sulla lettura in Italia sono tra i peggiori in Europa e nelle piccole città si legge meno che nei grandi centri e nelle città universitarie. Quindi quattordici anni di lavoro sono tanti, un successo di per sé. Clara ha anche fondato una piccola casa editrice, già interessante dal nome, Caratteri Mobili.

Quando una libreria chiude è un lutto culturale per una città. Il colpo di grazia l’ha dato il lockdown, anche se Clara portava i libri in bicicletta a casa ai suoi lettori. Amazon ovviamente ha contribuito: i cosiddetti lettori forti, quelli che leggono un libro al mese e reggono le fragili economie delle librerie, si sono viziati: a loro piace ricevere il libro a casa il giorno dopo, come se si trattasse di un farmaco salvavita, urgentissimo, non possono aspettare i tre o quattro giorni che occorrono al libraio. Clara si arrabbia quando lo dice. Si arrabbia con una certa dose di amarezza quando osserva di non avere avuto clienti, neanche per un’occhiata curiosa in libreria, tra quelli che contano in municipio.

Si vede che appartengono a quel 57,6% che non legge neanche un libro l’anno, dati Istat del 2016, che credo siano migliorati leggermente. Quando a Clara è capitata l’occasione di un lavoro amministrativo nella scuola, ha dovuto scegliere. Ha due figli grandi che studiano. Per curiosità e per alleggerire l’atmosfera cupa della nostra conversazione le chiedo chi sono i suoi dei tra gli scrittori: Steinbeck, Faulkner, Bolano… lo dice indicandoli sulle braccia, dove sono nominati, o c’è una piccola frase di un libro. Ne ha anche uno sullo sterno.

Possiamo piangere sull’inevitabile ed essere bacchettati da Baricco come i nostalgici delle vecchie latterie? Proposta per il ministro Dario Franceschini. Forse potremmo fare qualcosa: le economie pericolanti sono state aiutate inventando per esempio gli Lsu, Lavori socialmente utili. A molti è stato concesso un reddito di cittadinanza. Mi pare indiscutibile che tenere aperta una libreria in un piccolo centro o in una periferia è un Lavoro socialmente utile. Perché non sostenere i librai che si danno da fare e non raggiungono un reddito dignitoso?

Su quel margine del 30% del prezzo di copertina gravano l’affitto, le spese, lo stipendio e anche lo sconto per i cosiddetti lettori forti, quelli che leggono almeno un libro al mese: basta poco per essere forti in questa contesa. Quando qualcuno fotografa un libro in vetrina per ordinarlo su Amazon è miope e taccagno, perché risparmierà forse un euro, ma non troverà più la vetrina: dovrà sorbirsi solo le offerte delle catene, che non proporranno mai i libri e gli editori di nicchia. E allora includiamo quello dei librai piccoli tra i lavori socialmente utili o qualcosa di simile. Studiamo una legge che ne eviti l’estinzione. Quando chiude una libreria non nascono trenta potenziali lettori.


Vaccino Covid, tutta la discussione a riguardo ormai ha ben poco di razionale

06-09-2021

Vaccino Covid, tutta la discussione a riguardo ormai ha ben poco di razionale

La discussione sui vaccini ormai ha ben poco di razionale. Io mi sono vaccinato appena è stato possibile: non avevo fatto in tempo come psicologo, ci sono riuscito per età. Lo dico per chiarire come la penso. Appartengo alla generazione che ha visto amici beccarsi la poliomielite, che ha fatto il vaccino per il vaiolo, i vaccini da militare e ha vaccinato i figli. Cosa c’è di diverso oggi?

Mi sembra evidente che nella generica categoria no vax c’è una grande eterogeneità di persone e posizioni. Alcuni hanno motivazioni mediche, altri politiche, altri attendiste. C’è chi teme che non siano stati sperimentati a sufficienza, visti i tempi normali per produrre un vaccino nuovo; non tengono conto che invece di cinquantamila soggetti qua si parla di centinaia di milioni, se non miliardi di persone già vaccinate in tutto il mondo; dello sforzo di intelligenza collettiva che ha messo insieme enormi risorse economiche e scientifiche in tutto il mondo.

È vero, non conosciamo gli effetti a lunga scadenza: conosciamo però gli effetti del Covid a breve scadenza. Oggi nei reparti di terapia intensiva ci sono nove volte su dieci non vaccinati o vaccinati che hanno preso la prima dose. I numeri dei morti sono calati vertiginosamente da quando il numero dei vaccinati è aumentato in modo significativo: i fatti sono argomenti testardi, diceva qualcuno, ma non bastano quando entrano in conflitto con dinamiche psicologiche profonde, e di questo voglio parlare.

Comunque è una posizione che hanno assunto persone che rispetto e che ritengono parziale l’informazione ufficiale sui vaccini e lacunosi o fuorvianti i dati: certamente l’informazione è stata contradditoria, confusa e lacunosa. Penso solo a quando AstraZeneca veniva ritenuto adatto per i giovani, pardon, per gli anziani, pardon, evitiamo le donne in età fertile. I casi di trombosi hanno suscitato un allarme sociale, anche se ogni farmaco può avere effetti negativi. Si tratta di calcolare i rischi: quando mi sono vaccinato la proporzione era di un decesso ogni seicentomila vaccinati, mi è sembrato di poter correre il rischio. Persone che conosco erano intubate e hanno recuperato solo parzialmente, a mesi di distanza.

Ci sono coloro che ritengono l’imposizione dei vaccini un attentato alla libertà individuale rispetto alla cura garantita dalla Costituzione: i costituzionalisti concordemente ritengono invece lecita l’obbligatorietà, perché la libertà individuale incontra i limiti del benessere collettivo. Non voglio prendere in considerazioni le ipotesi più balzane: vaccino tratto da feti viventi, inserimento di chip che possono indurti al suicidio, eccetera: siamo nel campo della paranoia, individuale o di gruppo e, come insegnava un professore di psicopatologia, “il paranoico, a parte il delirio, è normale”. Ecco perché persone insospettabili possono sposare tesi assurde.

Per alcuni il tema è quello del controllo sociale da parte dei governi: George W. Bush, dopo l’attentato alle Torri gemelli, fece varare il Patriot Act, con grosse limitazioni della privacy che non mi risulta siano state revocate. Un caro amico medico ha sintetizzato così: avevano solo la paletta e il secchiello, ora hanno la paletta e il fischietto e non lo molleranno.

Per alcuni il tema è la speculazione economica, i poteri forti, in particolare Big Pharma. D’altronde compriamo medicine per curarci, bisogna evitare che ci siano altri Francesco De Lorenzo (il ministro che lucrava sui farmaci). Sono certo che su un affare da miliardi di dollari c’è chi ci guadagna e c’è chi ci specula: mascherine, disinfettanti, tamponi, oltre ai vaccini. Hanno tutto l’interesse a mantenere lo stato d’allarme. Vero, ma il problema è che c’è ancora il virus.

Tra i no vax ci sono anche molti elementi della estrema destra, ultras vari, militanti della Lega che ricevono messaggi ambigui, antagonisti dal Salvini di lotta e di governo. I violenti che minacciano giornalisti e virologi mi sembra che siano persone che cercano rivalse personali, approfittando di una situazione confusa di relativa impunità. Quando si comincerà a perseguire chi minaccia? Se gli haters pagassero civilmente e penalmente per certe frasi, qualcuno ci penserebbe due volte. Grosse responsabilità le ha avute Beppe Grillo rispetto a Laura Boldrini: non sai mai dove arriva il vento che scateni.

Se devo cercare un filo rosso che collega gli elementi di questa galassia così eterogenea, c’è un certo vissuto del potere, che va dalla critica razionale alla diffidenza, all’avversione, all’antagonismo, al delirio di persecuzione: è uno spettro molto ampio.

Credo che nel caso specifico il no vax-no green pass sia attivato anche dalla profonda frustrazione: gli italiani erano stati disciplinati e tranquilli durante la prima chiusura, accettando restrizioni fortissime. Era chiaro che le conseguenze economiche, catastrofiche per molti, non si potevano curare con i pannicelli dei ricoveri. Mario Draghi è stato scelto non solo per la competenza, ma perché nessun partito voleva fare ciò che era indispensabile fare.

Il green pass è diventata la goccia finale, e la spaccatura attraversa associazioni, situazioni familiari, tutta la società. La reazione alle limitazioni attiva molte risposte inconsce, molti fantasmi individuali e collettivi si manifestano, per cui è inutile cercare di convincere nessuno. Quindi queste parole sono inutili.


Gli insegnanti stanno pagando un prezzo alto nella pandemia

16-12-2020

Gli insegnanti stanno pagando un prezzo alto nella pandemia: parecchi si sono ammalati, molti hanno dovuto imparare nuove tecniche, inventarsi una nuova pedagogia, mantenere tra mille difficoltà quel rapporto stretto con la classe che è fatto di quotidianità in tempi che hanno ben poco di routine quotidiana. 

Per un insegnante la più grande soddisfazione è avere lasciato qualche seme negli allievi, e a volte non si sa davvero cosa resta di quel tempo passato insieme.

Giuliana Bonacchi Gazzarrini lo sa, perché più di cento ex allievi si sono radunati al Valiani, caffè storico di Pistoia, per festeggiare i suoi novant’anni . Ma la cosa bellissima è che non è stato uno di quegli incontri tra reduci in cui si ricordano scherzetti, amori liceali, penose interrogazioni. Uno degli organizzatori, Maurizio Baldi, a nome di tutti le ha chiesto di fare loro lezione. Non di interrogare.

Gli insegnanti stanno pagando un prezzo alto nella pandemia

Posso scegliere io ì’argomento? - ha chiesto timidamente la prof. E per un’ora ha parlato di Leopardi. In classe non volava una mosca, questi studenti di mezza età erano consci di partecipare a un rito: quello della vera educazione.

Un’altra storia: Simone Frasca è un noto autore di libri per ragazzi, scritti e disegnati, che ama fare laboratori con i bambini delle elementari. A me ha fatto pensare alle incursioni di Gianni Rodari nella scuola per accendere la fantasia dei bambini.

Ed ecco che gli è successo, lo trovo su fb.

Ed ecco che gli è successo, lo trovo su fb.

Stasera tornando a casa ho trovato un bellissimo regalo di natale: la mia amica Elaide, livornese puro sangue, che adesso è in quinta elementare ma che conosco da quando faceva la seconda, mi ha spedito il suo primo libro: un giallo ambientato a scuola, pieno di personaggi (tutti i suoi compagni e le tre maestre), zeppo di colpi di scena, raccontato con mano esperta (comprese le false piste) e con un finale geniale e commovente. E alla fine del racconto un altro colpo di scena: "A Simone Frasca che mi ha fatto amare la lettura e la scrittura dei libri". Grandissima Elaide, sono orgoglioso di averti ispirato l'amore per la letteratura e per come la padroneggi posso scommettere che ispirerai altri bambini a tua volta, fra qualche anno :).

E siccome Simone Frasca è stato mio allievo al liceo e gli ho fatto pubblicare i primi disegni su La Rivolta degli straccioni, sconosciutissima . rivista underground della Lucca beat, mi sento orgoglioso anche io.


Psicologia e pandemia

28-09-2020

Psicologia e pandemia

È finito il tempo dell’ “Andrà tutto bene”: non lo sappiamo come andrà, possiamo solo fare ipotesi e seguire l’andamento della pandemia. Gli effetti impattano la salute fisica, la salute economica, la salute psicologica, la salute sociale.

La lotta alla povertà stava dando qualche risultato, siamo tornati indietro, e questo scatenerà conflitti tra i pochissimi ricchi che detengono la maggioranza dalle risorse economiche e i molti disperati. Se gente poverissima impegna risorse di tutta la famiglia per rischiare la vita su un barcone, vuol dire che non c’è speranza alcuna nel proprio paese.

Alcune certezze illusorie si sono rivelate false: l’idea della stabilità, posso contare su quello che ho, su quello che sono; l’idea delle magnifiche sorti progressive: si cresce, il Pil aumenta ogni anno, il futuro dei nostri figli sarò migliore del nostro.

Le cose sono impermanenti e abbiamo un controllo assai limitato sul futuro, partendo dal bene primario della salute fisica.

Sul piano psicologico ci sono due reazioni patologiche opposte, ma con la stessa radice: la negazione, che va dall’ignorare le regole, in una presunzione di immortalità: vedi discoteche, feste private senza alcun distanziamento, rifiuto della mascherina. Un povero sciocco vedeva passare le bare sui camion e diceva: è tutta una buffonata. La negazione è un meccanismo di difesa dell’Io abbastanza primitivo. Assume anche coloriture paranoiche, francamente patologiche, nei diversi complottismi, che vanno da “io la so lunga su cosa e chi c’è dietro”, alle teorie più assurde, il tentativo fallimentare della mente di trovare il colpevole: aspettiamo fiduciosi una teoria sugli extraterrestri.

L’altra reazione patologica è la risposta fobica ossessiva: vi sono persone che non escono da mesi, non vedono nessuno fuori dalla cerchia strettissima dei congiunti, impongono ai familiari restrizioni folli. Temono le persone, le cose, l’aria che respirano. Moltiplicano i rituali, e si sentono sostenuti dalla scienza e dalla prudenza sono nel giusto, gli altri, tutti, sono incoscienti o folli.

Questo confinamento sociale esaspera conflitti, impone rinunzie che sfociano in franche depressioni: tutto è rischio, dovere e non c’è più spazio per il piacere.

Tiziano Terzani titolò un memorabile articolo dopo l’undici settembre: Una buona occasione.

Siamo a un bivio, possiamo scegliere: sul piano della salute deve scattare una solidarietà mondiale e così sull’economia. Dobbiamo avere una distribuzione più equa delle ricchezze, e più Stato. Olaf Palme disse che il capitalismo è una pecora che va tosata, non scannata.

Sul piano personale occorre lavorare sull’accettazione profonda della condizione umana. Ricca e fragile, interconnessa con tutti gli essere viventi, come insegna la scienza e le tradizioni spirituali.

Semplificare la vita esterna, approfondire la vita interna, diceva Assagioli, fondatore della psicosintesi. All’enorme potere sulla natura, che è diventato prepotenza sulla natura, vedi clima, rifiuti, deforestazione etc non si è accompagnato un potere su noi stessi. David Hume, filosofo illuminista del settecento, scrisse “la ragione è e non può che essere schiava delle passioni e non può mai pretendere altro compito che servirle ed obbedirle”.

Io non lo credo, e la sua stessa osservazione lo contraddice. Per scrivere questo devi essere capace di osservare le passioni, pensarle.

Molti nel lockdown dichiarano di essere stati meglio, quasi vergognandosene. Chiediamoci perché. Un rallentamento, uno spazio per se stessi, per buon vecchie abitudini. Fare le cose importanti sempre accantonate per le cose urgenti: tenere un diario, pregare, fare yoga, pilates o ginnastica, leggere, meditare, riordinare la scrivania, telefonare a vecchi amici. Una decrescita felice della corsa quotidiana. Lo smartwork ha ridotto gli spostamenti, il tempo perso e anche migliorato la qualità delle riunioni; questa semplificazione forzata ci ha regalato del tempo che ci eravamo rubati da soli: stare di più a casa con la famiglia unita, cucinare, fare l’orto. E’ un cambio di paradigma che tocca ogni aspetto del vivere.

Possiamo scegliere tra l’autodistruzione o la crescita delle coscienze.


Le parole che non dicono, le parole che fuorviano, le parole che mentono.

05-06-2020

Come psicologo devo stare molto attento non solo a quello che dicono le parole, ma anche a quello che celano, e al sottotesto, ovvero a tutti gli impliciti del discorso. Sono andato a controllare il testo in inglese dell’autopsia preliminare di George Floyd. La traduzione apparsa sui giornali italiani ni sembra fedele-

Il medico legale scrive che non ci sarebbero evidenze fisiche che possano supportare una diagnosi di strangolamento o asfissia traumatica.

E’ una formula anodina, che non esclude del tutto, ma sottolinea che non ci sono prove. La domanda che sorge è , se non è morto per quel ginocchio sul collo per nove minuti, che gli faceva dire , “non respiro”, di che è morto?

La risposta è ricca di ipotesi: la combinazione di tre elementi: essere fermati dalla polizia, patologie pregresse, una sostanza intossicante presente nel corpo di Floyd.

La prima mi preoccupa particolarmente: se mi ferma la polizia effettivamente provo un certo batticuore, anche se ho tutto in regola. Immagino di non essere l’unico. Se poi uno soffre di ipertensione ( e qua non si dice se Floyd ne soffriva come tanti dopo i quaranta in forma lieve, media , gravissima) la situazione si aggrava: il mio batticuore potrebbe diventare un infarto. Quanto poi alla sostanza intossicante, quale era ? Aveva bevuto un whisky? Si era fatto una canna? Aveva preso anfetamine? Dove è la perizia tossicologica? 

Qua le parole sono state scelte con cura, per non dire, per suggerire la disgrazia, il caso sfortunato, per spacciare per rilievi scientifici, tatti, quelle che sono solo ipotesi, le più favorevoli per la polizia.

Certi referti sono cortine fumogene, lo abbiamo visto anche in Italia, vedi il caso Cucchi.

Peccato per il poliziotto che ci siano i video, altrimenti si poteva sostenere che era morto di spavento. Questi neri son molto emotivi, si sa. Ci sta, perché la polizia americana tende ad avere il grilletto facile con i neri, ne uccide un numero sei volte superiore a quello dei bianchi. Chi non si spaventerebbe ad essere fermato dalla polizia di Minneapolis, che ha una pessima reputazione di razzismo? 

Lo dice Marlon James, scrittore vincitore del Booker Prize che in quella strada di Minneapolis ha vissuto, nell’intervista su Republica di sabato. Ma è afroamericano. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più del medico legale. Tiro a indovinare: non è nero.

 


Lo psicologo ai tempi del Corona

13-03-2020

Lo psicologo ai tempo del Corona

Negli ultimi 75anni non ci sono state guerre in Italia, non ci sono state pandemie, non ci sono state carestie. Gli eventi tragici hanno sempre riguardato solo una parte della popolazione, anche quando avevano un impatto nella coscienza di tutti, come negli anni di piombo. Era una percezione, ma non una realtà tangibile, il coinvolgimento personale di tutti. I terremoti e le alluvioni che hanno funestato il paese ci potevano impressionare, magari attivare la solidarietà, ma alla fine c’era sempre un noi- loro. Finché non sono andato all’Aquila il terremoto non era entrato nella mia pelle, non era mio.

Il Corona cambia tutti i giochi e ci mette di fronte a uno scenario antico e nuovo : antico perché rievoca la peste, anche nel linguaggio dei media : si parla di untori. E molte famiglie hanno perso qualcuno nel 18,per la spagnola, non fosse bastata la guerra. Io ho perso un nonno, e questo ha cambiato del tutto il percorso di vita della nostra famiglia. Non ne ero consapevole, ma lo ha fatto. E certamente ne erano consapevoli i miei genitori, e in qualche modo, anche nel silenzio, lo trasmettevano. Intendo dire che certe catastrofi collettive si depositano comunque nell’inconscio collettivo di un popolo.

Le generazioni dei nonni hanno vissuto guerre e fame, si sono forgiate nell’esperienza della sopravvivenza, nella consapevolezza che non può esistere una sicurezza assoluta, che le prove individuali e collettive arrivano. Noi lo dobbiamo imparare adesso. All’inizio forse tutti abbiamo minimizzato : accade in Cina, pochi casi da noi, peccato per quei piccoli comuni lombardi, pochi morti ed erano vecchi e malati.. Ci siamo tappati gli occhi finché è stato possibile.

Su Il Fatto di oggi i medici hanno raccontato che spesso devono  scegliere se ventilare un quarantenne o un sessantenne, se hanno un solo apparecchio. Non mi ha rassicurato la notizia, appartenendo a pieno titolo alla seconda categoria.
La precarietà colpisce tre aspetti: la sopravvivenza fisica, quella economica e l’abbandono di stili di vita nelle relazioni che ci vengono richiesti. Tutto questo ha un impatto enorme sulla psiche , e noi lo vediamo con i nostri pazienti. L’ansia che ci portano è anche la nostra, il timore di “essere unti” o di “essere untori”, per qualcuno la negazione. A mio pare è necessaria una psicologia dell’emergenza, come nelle grandi calamità, ma diversa per la prescrizione di non vedere gruppi troppo numerosi o vicini. Bisogna allora attrezzarsi e raggiungere chi ha bisogno con Skype e tutti gli altri mezzi possibili, fare degli sportelli d’ascolto che vadano incontro alle diverse esigenze.

Per qualcuno è ansia, per qualcuno è lutto, per qualcuno è uno sconcerto profondo, per qualcuno una ben fondata disperazione. Come i medici, dobbiamo fare la nostra parte, sempre attenti a ciò che noi stessi proviamo, perché stavolta il professionista è nella stessa barca, nella stessa tempesta. Se stiamo a casa possiamo riscoprire spazi e tempi che avevamo perso, cercare quindi di “Collaborare con l’inevitabile”, come  scriveva l’imperatore filosofo Marcaurelio. 

Qualche bel segno c’è.  L’azione solidale dei giovani musulmani che portano la spesa agli anziani ci sia di esempio, questo deve essere  un tempo di prudenza, ma non di  sospetto e paranoia.


Disturbo borderline di personalità

26-10-2019

Convegno della Società Italiana di Psicosintesi Terapeutica

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’. 
Un intervento al confine. Dialogo fra psicoterapia, medicina e sociologia.
Firenze, 26-27 ottobre 2019

Pier Claudio Devescovi

Sindrome borderline e post modernità 

Ho una formazione come Sociologo e come Psicoanalista jughiano. Probabilmente per questa doppia provenienza Andrea Bocconi mi ha chiesto se mi sentivo di fare una relazione sui rapporti fra sindrome borderline e clima culturale, una relazione fra Sociologia e Psicoanalisi. Ho accettato molto volentieri e lo ringrazio. Questo lavoro che presento è in effetti un lavoro a 4 mani con Camilla Albini Bravo. Il tema del titanismo e quello del vuoto, in particolare, sono temi della sua ricerca da molti anni.

In ambito junghiano un autore apprezzato per il suo pensiero è Schwartz-Salant, un medico e analista junghiano che ha scritto alcuni importanti saggi sulla sindrome borderline e sul narcisismo. In un suo saggio egli afferma che: “La vita della persona borderline è strettamente collegata al problema del tempo” (1), frase che tiene presente anche quello che afferma Jung stesso ne La Psicologia dell’Inconscio: “La nevrosi è strettamente collegata al problema del tempo e configura propriamente un tentativo fallito dell’individuo di risolvere in se medesimo il problema generale” (2). Ed ancora nella sua autobiografia Ricordi Sogni e Riflessioni dove afferma: “Un problema collettivo, fino a che non è riconosciuto come tale, si presenta sempre come un problema personale, e in certi casi può dare l’impressione errata che qualcosa non sia in ordine nel dominio della psiche personale. Effettivamente la sfera personale ne è disturbata, ma disturbi del genere non devono necessariamente essere primari, possono benissimo essere secondari, conseguenza di un mutamento intollerabile nell’atmosfera sociale” (3, p. 282)

Queste affermazioni suggeriscono la possibilità di un rapporto fra patologia individuale e aspetti della cultura di un dato periodo storico, operazione del resto non nuova: l’isteria è stata in più occasioni messa in relazione con la cultura vittoriana dell’Europa ottocentesca. Così pensiamo si possa tentare un collegamento o mettere comunque in luce assonanze fra la sindrome borderline, sempre più presente nel nostro lavoro clinico, e alcuni aspetti della cultura che stiamo vivendo.

Nella lingua inglese il termine borderline si riferisce a linea di demarcazione, confine. Il termine usato dagli autori anglosassoni per questa forma di psicopatologia rimanda necessariamente al problema dei confini. Anche se in passato è stata talvolta considerata una “diagnosi cestino per i rifiuti”, né nevrosi, né psicosi, io credo possa essere definita, anche, come “malattia dei confini” e nel mio intervento terrò presente questo modo di intenderla.

Questa “sindrome dei confini”, che immagino non si siano chiusi e definiti al momento giusto, riguarda la distinzione fra i tempi (fra il passato, il presente e il futuro), fra le persone (tra i figli e i genitori), fra gli umani e gli oggetti e, ancora, tra gesto e parola e fra l’Io e gli altri complessi.

Per tentare un accostamento e mettere a fuoco qualche forma di relazione fra la sindrome borderline e il tempo che abbiamo vissuto e che ancora viviamo, ho scelto due date che mi sembra si riferiscano ad alcuni importanti aspetti che caratterizzano il tempo attuale che possiamo definire di post-modernità. La prima, comunemente indicata come “il ‘68”, comprende il periodo che va dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso al decennio successivo ma che comprende, secondo me, anche gli inizi degli anni ’60, il periodo del boom economico.

È ampiamente condiviso il giudizio che il fenomeno più importante del ’68 sia stato la lotta contro i padri. Se è vero che i padri pre-68 erano in larga parte autoritari e incapaci di un dialogo, è altrettanto vero che, dopo averli abbattuti, la generazione dei figli non è riuscita a costruire un’immagine di padre autorevole e aperta all’ascolto. Avendo avuto padri che possedevano già le risposte, i figli non sembrano essere stati capaci, a loro volta, di essere padri senza risposte ma pur sempre padri in grado di avviare i figli verso la propria, ancor sconosciuta, verità. Semplicemente hanno taciuto e sono diventati, per non perdere il contatto coi loro figli, dei “mammi” o anche degli amici dei loro figli.

L’altra data che mi è sembrata importante ai fini di questo discorso, è il periodo fra gli ultimi mesi del 1989 e i mesi successivi del 1990 che videro la caduta del muro di Berlino. La gente andava a vedere, attirata da un evento che percepiva carico di significato e di emozione. Si ebbe la sensazione della definitiva conclusione della 2° guerra mondiale con la fine della sua coda, la guerra fredda. 

Ma oltre a questi aspetti la caduta del muro ha determinato anche la sensazione di perdita di confini netti, ben definiti, la distinzione fra amici e nemici, o comunque fra alleati e avversari e la perdita del sistema simbolico costituito dal mito del comunismo che rappresentava un punto di riferimento e dava un senso di appartenenza anche a larghi strati della popolazione e a molti intellettuali in occidente. E non vi è stata a questo proposito la presenza e la proposta di un nuovo senso di appartenenza nell’Europa unita che non è riuscita e non riesce a tutt’oggi a costituirsi anche negli aspetti simbolici e mitici.

Credo che questo evento possa aver contribuito alla crisi delle ideologie e, assieme all’altra data che ricordavo, il ’68, a una certa messa in crisi del concetto di autorità.

Non è la prima volta, ovviamente, che cadono muri o che assistiamo a uno scontro generazionale e ogni evento del genere comporta conseguenze sul piano della cultura e dei rapporti nella società civile, comprese le forme del disagio psicologico. Oggi noi, terapeuti, ci troviamo spesso di fronte a situazioni a struttura liquida dove i confini fra realtà, desiderio e sogno sono confusi. I comportamenti, gli atteggiamenti, i valori prevalenti sembrano caratterizzarti da aspetti titanici. La domanda quindi che ci dobbiamo porre è perché le conseguenze di questi eventi assumono aspetti titanici invece che, ad esempio, depressivi o schizoidi. Per rispondere a questa domanda ho bisogno di spiegarvi cosa intendo quando dico “titanico”, soprattutto come Camilla Albini Bravo intende e utilizza questa immagine.

Rafael Lopez Pedraza, in un articolo apparso nel 1987 (4) ci introduce all’immagine dei titani. Egli, commentando il fatto riportato da Kerenyi che non ci fossero rituali né culto per i titani e che quindi non erano definiti come gli altri dei da culti, rituali, altari, afferma: “I tempi titanici possono vedersi come un periodo di transizione fra l’uomo primitivo e l’uomo colto, civilizzato, un periodo durante il quale non esisteva né il rituale né il culto dell’uomo primitivo, né l’immagine antropomorfa ben definita dell’uomo molto colto e religioso” (4, p. 67). Egli colloca così, psicologicamente parlando, il tempo titanico in una posizione borderline tra il prima e il dopo la cultura, comunque in un tempo che ha a che fare con le origini e con una dimensione originaria di non riflessione.

Una coscienza governata da uno stile titanico è una coscienza che non ha limiti, non solo nel senso di confini e di aree di proibizione del desiderio, ma anche nel senso di confini come perimetro, confini come linea che, delimitandomi, mi definisce come identità. Stiamo quindi parlando di una dimensione che ha a che fare con un illimitato desiderio ma anche con una disperata dispersione di identità. Il vuoto titanico risulta insopportabile proprio per la commistione di questi due elementi. Non è solo un vuoto d’oggetto ma anche, soprattutto, un vuoto di sé e questo è insopportabile. Una paziente di Schwartz-Salant affermò in seduta: “Ognuno cerca di aiutarmi, tutti i miei amici sono preoccupati. È che non ho un’identità. Non ho nessun senso di me stessa” (1, p. 47).

Kerenyi, nel saggio Gli Dei e gli Eroi della Grecia, (5) descrive i titani come non soggetti ad alcuna legge e per i quali non esiste né ordine né limite, dominati da una spinta all’eccesso. E se noi proviamo a immaginare che Kerenyi stia descrivendo non solo delle figure mitologiche ma anche degli assetti psichici, degli stili di coscienza che appartengono alle nostre origini, allora dobbiamo ammettere che il titanismo, come possibilità innata in ognuno di noi, sia collegato a un intollerabile senso di vuoto e a una spinta irresistibile all’agito. Mi rendo conto che sto descrivendo qualcosa di simile alla tossicodipendenza.

Interessante, per il nostro discorso, è tenere presente alcuni degli elementi cui Lopez Pedraza collega il titanismo psichico perché sembrano rappresentare bene il nostro tempo: l’eccesso e il vuoto contrapposti all’immagine e al sentimento. “Questi pazienti – prosegue Lopez Pedraza – sono incapaci di creare un’immagine (…) e quando manifestano ciò che si potrebbe chiamare immagine questa non viene accompagnata da emozioni o sentimenti psichici allora da questa immagine non viene alcuna creatività” (4, p. 70)

Tale modalità di funzionamento non è presente solo nei singoli pazienti che incontriamo nel Servizio Pubblico o nei nostri studi privati, ma sembra essere uno stile di pensiero collettivo che rende difficile l’uscita da questa modalità irriflessa dove predomina l’agito inconsapevole e l’illimitato desiderare. La mancanza di riflessione, cioè l’assenza, nel mio rapporto col mondo, dell’immagine di me in rapporto col mondo è uno degli elementi costitutivi del titanismo.

Questo mi sembra un punto importante che vorrei chiarire meglio. Non vedere me in rapporto col mondo determina l’incapacità di vedersi, di avere una riflessione su me stesso e se non ho l’immagine di me non ho neppure il sentimento, la consapevolezza di me. Posso avere l’oggetto, nell’illusione di avere me stesso ma si tratta, appunto, di un’illusione perché è l’immagine che mi manca. Quando la pubblicità propone un’auto super potente, il cosiddetto titano la compera, non in quanto auto ma in quanto potenza, ma non avendo un sentimento di sé non trova la potenza ma semplicemente l’auto. E la ricerca ricomincerà all’infinito perché per sentirsi potenti bisogna “sentirsi”. L’equivoco è che per sentirsi potente non devi cercare la potenza ma devi cercare il sentimento di te, che potremmo anche chiamare “Identità”.

Jung, nel Libro Rosso, Edizione Studio, afferma che “Giunge al luogo dell’anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori. Se non la trova viene sopraffatto dall’orrore del vuoto. E, agitando più volte il suo flagello, l’angoscia lo spronerà a una ricerca disperata e a una cieca brama delle cose vacue di questo mondo (…) Correrà dietro a ogni cosa, se ne impadronirà ma non ritroverà la sua anima perché solo dentro di sé la potrebbe trovare (…) La potrebbe trovare nel desiderio stesso ma non negli oggetti del desiderio (…) perché il suo desiderio ne è immagine ed espressione (…) La ricchezza dell’anima è fatta d’immagini. (6, p. 17).

Nella situazione che sto cercando di descrivere credo abbia avuto un ruolo importante anche l’Economia che sembra si sia allontanata dal suo compito di scienza tesa a soddisfare i bisogni degli uomini e a creare e distribuire la ricchezza, per assumere aspetti titanici. L’economia è una scienza molto complessa di cui la psicoanalisi si è occupata, anche se finora un po’ marginalmente, con tentativi, a volte, di applicare lo strumento psicoanalitico all’economia nel suo complesso. Rimando volentieri a uno degli ultimi numeri della Rivista di Psicologia Analitica (7) che raccoglie articoli di economisti e di psicoanalisti su questi temi.

Della complessità dell’Economia sottolineerei due aspetti che mi sembrano avere caratteristiche titaniche. Il primo è legato alla sua trasformazione, che appare sempre più accentuata, in senso finanziario piuttosto che industriale. Questo aspetto è stato una delle cause della cosiddetta bolla immobiliare, nata negli Stati Uniti, e che ha innescato una crisi economica nel resto dell’occidente. Direi, in estrema sintesi, che ai grandi movimenti di denaro non corrispondevano i beni o il lavoro che il denaro rappresenta.

L’altro aspetto è legato al messaggio pubblicitario che l’economia ci presenta tutti i giorni e che sembra proprio ricalcare modelli titanici: non accontentarsi, volere sempre il massimo, sempre di più in una successione di messaggi che spingono all’acquisto, non legato necessariamente al bisogno ma più spesso alla necessità di colmare un vuoto, una mancanza e dove è sottolineato e incoraggiato, in modo più o meno esplicito, il superamento del limite. Messaggi che evocano il titano che è in ognuno di noi, soprattutto attraverso quelli che rimandano alla potenza, di cui parlavo poco sopra, al superamento dei limiti dell’età, all’annullamento degli aspetti della vecchiaia, in definitiva della morte. Fa tenerezza ripensare ai vecchi “Caroselli” dove veniva sottolineato il detersivo che lava più bianco o la cera per i pavimenti. Ora voliamo molto più in alto.

La possibilità dell’emergere di consistenti aspetti titanici è legata anche, a mio avviso, a una delle conseguenze del ’68, quella della lotta ai padri che ha determinato l’eclissi della funzione paterna. Su questo tema hanno scritto molti analisti famosi fra i quali Simona Argentieri, Luigi Zoja, Massimo Recalcati e altri.

Un recente saggio di Franco Lolli (8) evidenzia prevalentemente questo aspetto del ’68 le cui conseguenze stiamo ancora vivendo. Egli ricorda che uno degli slogan del ’68 era “Proibito proibire”. Questo slogan è stato ripreso, parafrasandolo, da Concetto Vecchio in un saggio sulla storia della facoltà di Sociologia di Trento cui ha dato il titolo “Vietato obbedire”, dedicandolo a suo padre. (9) Lolli fa risalire agli anni ’70 l’incremento delle situazioni borderline tale da porsi come fenomeno di rilevanza sociale.

Desidero introdurre un fatto di cronaca che mi sembra descriva quello di cui stiamo parlando. Il fatto è riportato dal quotidiano La Repubblica (cronaca di Firenze) del 22 febbraio 2013. “Pistoia: alcol e ragazzine sul cubo alla festa degli under 16. I più grandi avevano 16 anni, i più piccoli 13 (…) Una scena mai vista quella che si è presentata mercoledì sera ai poliziotti, ai vigili e ai finanzieri di Pistoia che hanno fatto irruzione in un residence del centro storico in cui si organizzavano festini a base di alcol (…) Stipati nella mini discoteca, tra luci stroboscopiche e musica a tutto volume, gli agenti hanno contato ben 230 minori di cui non pochi ubriachi. Il locale (…) sottoposto a sequestro per 3 mesi non era neppure in possesso dei requisiti per organizzare le feste: niente uscite di sicurezza, niente maniglie antipanico all’unica porta di accesso, niente autorizzazione a somministrare alcolici, nessun rispetto per le normative anti-incendio. A finire denunciati a seguito del blitz, il titolare del locale, gli organizzatori – due ragazzi di 13 e 16 anni – e perfino un genitore che li avrebbe supportati”.

In queste righe sono descritti molti degli aspetti che caratterizzano la nostra cultura attuale. In primo luogo l’abdicazione del ruolo genitoriale e della sua autorità di vigilanza sui minori. In secondo luogo la mancata interiorizzazione delle norme da parte del titolare del locale: fino a che qualcuno non le fa rispettare, le norme si possono tranquillamente trasgredire, anche al rischio dell’incolumità di 230 minorenni. In terzo luogo, se disgraziatamente fosse successo un qualche incidente, da una crisi alcolica acuta al diffondersi del panico con una ressa per uscire, ad esempio per un principio di incendio, quale sarebbe stata la reazione dei genitori? Sicuramente un rimpallarsi delle responsabilità e la difficoltà ad assumersi le proprie. In ultimo è necessario parlare dell’evanescenza dei limiti che questo episodio di cronaca ci pone sotto gli occhi.

Voglio aggiungere a questo un commento di Gabriele Romagnoli sull’arresto dei giovani responsabili della tragedia alla discoteca di Corinaldo (Repubblica, 4 agosto 2019, p. 4) dove descrive la loro condotta criminale: “La modalità quella di strappare i beni a coetanei o minori indifesi. Non c’erano né confine né limite. A Corinaldo hanno continuato ad agire anche mentre la tragedia era in corso derubando le vittime e i soccorritori”.

Lolli sottolinea un altro tema importante e cioè che “La società post moderna è caratterizzata dalla supremazia dell’immagine e più in generale dell’immaginario” (8, p. 34-35). Condivido questa analisi e penso che questa supremazia, che rappresenta un sintomo, possa essere al contempo una possibilità di cura solo a patto che possiamo distinguere fra vera immagine e falsa immagine.

Seguendo Jung, ma anche Winnicott, dobbiamo ricordarci che le vere immagini nascono dal profondo, individuale o collettivo che sia, e chiedono all’Io una capacità di silenzioso ascolto, direi quasi una meditazione, per poter esprimere la loro efficacia. Chiedono all’Io ascolto e rinuncia al desiderio che le vorrebbe in un modo o in un altro. Le vere immagini non sono appagamento di desiderio, quelle sono frutto di fantasie a occhi aperti, pericolosa dimensione di onnipotenza, come ci ricorda Winnicott che le definisce come “fantasticherie” accostandole alle psicosi. Le infinite immagini che abitano il nostro tempo, soprattutto quelle veicolate dall’arte, sembrano raccontare come la psiche cerchi di curarsi disperatamente dal titanismo chiedendo alle immagini di ricollegarsi ai sentimenti nostri e del mondo, a ri-animarci perché senza anima non riusciamo a vivere. Non intendo, ovviamente, il termine Anima in senso teologico o religioso, sto parlando di funzioni psichiche.

Una delle definizioni, forse più intense che Jung dà di anima è che essa è la funzione riflessiva della psiche, è il luogo dove si raccolgono le immagini attraverso le quali il nostro vivere acquisisce senso. Come ci suggerisce Lopez Pedraza, le immagini devono divenire sentimentalmente consapevoli. La cura è soprattutto nel riflettere su di esse.

Rispetto a quanto afferma Franco Lolli penso che sia necessario un padre-coscienza prima ancora di un padre-regola perché se è plausibile la lettura che ho proposto di una società caratterizzata dal titanismo, dobbiamo tenere presente che per il titano la regola è una sfida che innesca un comportamento, quasi automatico, tendente a infrangerla. Prima dell’Edipo, o comunque accanto ad esso, mi pare necessario il fondamento dato, attraverso l’uso e la consapevolezza delle immagini, al sentimento di sé.

Perché l’Io sia in grado di accettare delle regole deve, prima di tutto, esistere e la sua esistenza dipende dalla capacità di percepirsi secondo le 4 funzioni che Jung gli attribuisce: Io-sensazione, capace di percepirsi come corpo nel mondo, Io-sentimento, in grado di leggere le proprie ed altrui risposte sentimentali al mondo, un Io-pensiero, capace di pensarsi nel mondo e un Io-intuizione, capace di immaginare i cambiamenti che egli può fare nel mondo e quelli che il mondo può fare su lui.

Nella descrizione che Lopez Pedraza fa del vuoto titanico, particolarmente deficitaria sembra la funzione sentimento, tanto da svuotare di significato le altre tre funzioni. Quello che preme sottolineare è che l’efficacia di un’immagine che ci riflette e ci apre alla consapevolezza è data dal suo portato sentimentale.

Immagine e sentimento come cura del vuoto, letteratura e film come cure del nostro collettivo vuoto esistenziale titanico. 

 

Riferimenti bibliografici

(1) – Schwartz-Salant N. (1982) Borderline: visione e terapia, La Biblioteca di Vivarium, Milano, 1997 

(2) – Jung C.G. (1916-1942) La Psicologia dell’Inconscio, Opere, vol. 7, Boringhieri, Torino, 1983

(3) – Jung C.G. (1961) Ricordi, Sogni e Riflessioni, Rizzoli, Milano, 1965

(4) – Lopez Pedraza R. (1987) Sul Titanismo. Un incontro tra la Patologia e la Poesia, L’Immaginale, 8, anno 5, aprile 1987

(5) – Kerenyi K. (1984) Gli dei e gli eroi della Grecia, Garzanti, Milano, 1984

(6) – Jung C.G. (2009) Il Libro Rosso, Edizione Studio, Bollati Boringhieri, Torino, 2018

(7) – Carrara S., Madera R. (a cura di) (2018) Psiche bene comune. Economia e psicologia del profondo, Rivista di Psicologia Analitica, nuova serie, vol. 98/2018, n. 46

(8) – Lolli F. (2012) L’epoca dell’inconshow. Dimensione clinica e scenario sociale del fenomeno borderline, Mimesis, Milamo-Udine

(9) – Vecchio C. (2005) Vietato obbedire, Bur, Milano


Novara, uccide l’amico e si scusa sui social. Ormai esistiamo solo in Rete

28-08-2019

Novara, uccide l’amico e si scusa sui social. Ormai esistiamo solo in Rete

La tragedia del giovane che uccide l’amico e si scusa (sic) su Facebook fa riflettere da diversi punti di vista. La frase “ l’ho fatto per amore” testimonia un analfabetismo emotivo assoluto: è quello che si chiamava delitto passionale, ovvero alla base c’è l’odio, e quell’odio deriva da un’identità fragilissima che si sente minacciata alle fondamenta dall’abbandono possibile. Chiaro che parlo in astratto, senza conoscere lui, ma non credo che sia un’analisi sbagliata di certi meccanismi.

Odi et amo, quare id faciam nescio, sed fier sentio et excrucior: odio e amo, perché lo faccio non lo so, ma lo sento e ci soffro. Lo scrive il poeta Catullo, sono passati duemila anni, ma certi meccanismi sembrano eterni. La distruzione dell’oggetto d’amore che ci vuole abbandonare la leggiamo nella maggior parte dei femminicidi. Tutti proviamo certe alternanze emotive, ma da qui a uscire con un coltello in tasca e uccidere entrano in gioco altri elementi: la nostra psiche, la cultura che ci prescrive o no la vendetta purificatoria, l’educazione.

L’altro aspetto rilevante è la scelta della confessione via Facebook: anche qui si usa il mezzo per riaffermare che si esiste, per costruirsi un’identità di facciata che chiede la conferma della propria esistenza coi like, i cuoricini e il numero degli “amici”. Nella pubblicazione si cerca in qualche modo perdono, ma forse anche approvazione e comunque un’affermazione potente di chi siamo, prima di scomparire nel carcere.

E qua viene un altro punto dolente: con chi si sono sfogati gli odianti? Non con lui, non con la vittima, ma con la ragazza, “la responsabile vera”. Insomma, se lei stava al suo posto, proprietà del giovane, non succedeva nulla. Ora la poveretta deve difendersi pubblicamente da questa manica di vili che, protetti dal filtro della Rete, sparano contro tutti le parole che non avrebbero mai il coraggio di dire nella vita vera. Nella Rete, come negli altri media, si crea una realtà altra che poi resta appiccicata e appiccicosa. Pensiamo alle rettifiche sulla stampa: contrariamente alle prescrizioni di legge, finiscono minuscole nelle ultime pagine.

Mi chiedo se non è il caso di prevedere reati di diffamazione e ingiuria a mezzo Facebook; mi chiedo se certi massacri sulla rete che magari inducono al suicidio chi ne è bersaglio non siano reati gravi e perseguibili. Il codice penale va aggiornato ai nuovi tempi.


Piccoli miracoli bellini

14-04-2019

La relazione è lo specchio del Sé, ha scritto J.K.Krishnamurti. Cosa c’è di più difficile di essere in relazione con qualcuno, un bambino, che non sa venire fuori dal suo mondo? Che sembra irraggiungibile. 
Eppure c’è chi lo fa, con saggezza, competenza e amore. Quando Miriam Dinelli mi racconta qualche successo, le cosiddette piccole cose, lei commenta semplicemente: è stato bellino. Piccoli miracoli bellini.
Andrea Bocconi

 

Ellen Marie Cassat In A White Coat – Mary Cassatt,  1896

Ellen Marie Cassat In A White Coat – Mary Cassatt, 1896

 

Rapita dalla favola narrata nella presentazione del sito Kere, seguendo il gioco di metafore che vi si incontrano, potrei iniziare a narrare della mia attività professionale nel modo che segue. 

Sono arrivata in un paese sconosciuto, in un Distretto della così detta Media Valle in provincia di Lucca, trascinata da un’onda improvvisa e inimmaginata: una difficile situazione lavorativa. In un istante l’onda mi ha rovesciata facendomi sentire spaventata e impreparata. Grazie probabilmente a un certo istinto di sopravvivenza, al mio bisogno di essere vista e di creatività, è iniziata per me una ricerca di significato. Si è avviata in questo modo la mia esperienza professionale all’interno dell’ Unità Funzionale Salute Mentale Infanzia e Adolescenza della ASL 2, con sede a Fornaci di Barga, dove mi occupo di bambini con difficoltà evolutive, in particolare con diagnosi di Spettro Autistico.

L’onda aveva scardinato in me certezze e identità. Così, una volta approdata con una certa violenza sull’isola sconosciuta, ho riconosciuto subito - continuando a parafrasare - quelli che sarebbero stati i miei strumenti di salvezza.

Prima di tutto la insostituibile esperienza di chi mi ha preceduta, il gruppo professionale costituito da neuropsichiatre, psicologhe logopediste e terapiste della neuro-motricità. Un gruppo di lavoro grazie a cui è stato possibile soddisfare i bisogni di connessione, reciprocità, competenza, partecipazione, comunione e benessere.

In secondo luogo i testi più importanti in ambito scientifico (Linee guida del Ministero della Sanità,DSM-5,DENVER,DIRecc.); le teorie di riferimento sulla mente, sulle funzioni esecutive, sulla coerenza centrale, i cui deficit giustificano le difficoltà di comprendere le proprie emozioni e quelle degli altri, di interpretare i comportamenti, di pianificare, di selezionare le informazioni, di utilizzare l’attenzione, di integrare le informazioni provenienti da diversi canali sensoriali in una risposta dotata di significato.

E ancora, non meno di valore, i numerosi libri scritti da genitori, insegnanti, educatori che passo dopo passo hanno fatto ricerca, scoperto e condiviso informazioni e strumenti per rendere migliore l’identità di un bambino con difficoltà evolutive. 

Inoltre, una preziosa psicoterapia personale. 

E infine le costanti domande ripetute silenziosamente tra me e me davanti agli utenti che, anch’essi impauriti, impreparati, disorientati e angosciati, approdavano con la stessa violenza sull’isola sconosciuta e venivano trascinati dall’onda della diagnosi fino alla porta della mia stanza educativa-abilitativa. Cosa sei tu/voi per me? Cosa sono io per te/voi? Che significato ha il mondo per te/voi? E per me? Come è il tuo modo di manifestarti al mondo? Quali i tuoi comportamenti (o sintomi)? Saprò parlare adeguatamente, con chiarezza, con semplicità? Come ci possiamo arricchire reciprocamente?

Il filo conduttore di ogni seduta è instaurare un contatto di sguardo, far nascere la relazione, creare questa intesa: io sono qui, tu sei qui. Questo incontro deve essere utile a entrambi, dobbiamo uscire da questi 45 minuti di incontro arricchiti entrambi, fosse anche per la semplice soddisfazione di aver sostenuto lo sguardo un secondo in più.

Sollecitare lo sguardo, implementare l’aggancio oculare, stimolare la competenza comunicativa e relazionale, aumentare l’attenzione condivisa e la reciprocità, ridurre la frustrazione, rispettare le regole, i turni di gioco ecc. Questi gli obiettivi primari previsti generalmente nei Progetti Riabilitativi e Terapeutici che vengono elaborati in équipe referenti, dopo avere fatto una delle seguenti diagnosi: disturbo spettro autistico, disturbo della regolazione emotiva, disturbo del linguaggio espressivo, disturbo della comunicazione, iperattività, deficit cognitivo lieve, medio o grave, mutismo selettivo.

Ho riempito l’armadietto di armi a mio favore: giochi e qualsiasi altro tipo di oggetto possa stimolare una curiosità, una reciprocità. Oltre che a fazzoletti di carta e pannolini, chicchi e biscotti, piccoli premi da usare come rinforzo ogni volta che si è appresa una nuova abilità, o comunque per regalarci una piacevole condivisione come finale della seduta riabilitativa.

Per scelta - motivata sia dalle precedenti esperienze professionali, sia dalle indicazioni delle più recenti ricerche scientifiche - chiedo che i genitori partecipino, più o meno attivamente, alla seduta abilitativa e che si cimentino in alcuni comportamenti utili. Ad esempio modificare gli ambienti familiari e scolastici; interrompere le stereotipie (dondolarsi, sfarfallamento, rotolare oggetti, ecc.); interrompere o interferire con le ecolalie (ripetizione di parole); interferire delicatamente, per il forte stress che può causare, con alcune routine; interferire quando c’è da spostare l’attenzione; meravigliarsi per la conoscenza approfondita di argomenti particolari (animali, pianeti, ecc.) e cercare di sfruttarla per la relazione o per stimolare un interesse che al momento non è assolutamente presente. 

Che cosa accade nella stanza della terapia? Accade che Amelia, quattro anni, entra chiedendo a me, cinquantatré anni, “vuoi essere mia amica?”

Accade che Olaya scappa improvvisamente aprendo la porta senza che io capisca l’evento scatenante, o che mi da un calcio mentre io la sollecito a guardarmi. Accade di ripetere al genitore presente, dispiaciuto e ferito dal comportamento di Olaya, che non sono comportamenti intenzionali ma probabilmente di difesa. Potrei esserle andata troppo vicina, aver usato una tonalità di voce troppo alta o un profumo non gradito. Forse stava passando un camion sulla strada o si sentivano i passi di scarpe col tacco dal piano di sopra. Forse semplicemente non aveva riposato abbastanza o io avevo usato troppe parole mentre avrei dovuto usare immagini e foto.

Accade che Amit usa il suo naso per annusare - che equivale a dire conoscere – tutto ciò che lo circonda: il tavolo, i quaderni, i giochi e altro. Che Loredano si arrotola nel tappeto e io gli concedo un po’ di tempo per stare così riparato prima di andare a cercarlo.

Accade che Leonardo entra nella stanza, la guarda e dice “che bella stanza!”. E accade che io mi sento realizzata per essere riuscita almeno per lui a creare un ambiente dove si senta… bene!

Nella stanza però c’è anche da accogliere il trauma emotivo dei genitori, il loro senso i colpa per avere generato un figlio “non sano”, le loro aspettative deluse, la loro rabbia, le loro preoccupazioni, la loro disperazione, la loro sensazione di sentirsi annullati come persone e chiamati ad essere genitori per tutta la vita. Angoscia che spesso si sintetizza nella domanda “cambierà?”.

Nella stanza si tenta di prendere quella pesante angoscia e si cerca di farla più sopportabile dicendo che le traiettorie evolutive sono imprevedibili, che le diagnosi possono modificarsi come non, che forse quella specifica diagnosi non è passeggera e momentanea ma che si potranno acquisire abilità per migliorare l’identità e farne emergere tutte le potenzialità. Si dice loro che non hanno come figli solo dei bambini diagnosticati, e che quei bambini, come tutti noi, sono molto più del disturbo che hanno. Siamo la nostra storia, le nostre relazioni, quello che pensiamo e penseremo di noi.

Per tornare alla home del sito Kere, ho immaginato il signore dell’isola che ne contempla la bellezza e la illustra ai suoi ospiti. La stessa cosa cerchiamo di fare noi tecnici delle “diverse abilità”: mostrare la bellezza di ciò che c’è per rispondere alla domanda “cambierà?”

Non so se cambierà, so che oggi mi ha guardato per un tempo più prolungato, che ha ripetuto “zzz” indicando l’immagine dell’ape, che ha accettato di perdere al gioco dell’oca e che ha cantato “tanti...uri a te”. So che abbiamo fatto insieme la torre con i cubi mettendo “un pezzo te e un pezzo io”. So che ha detto un chiaro “NO” ad una mia proposta di gioco. So che ha scelto un gioco prendendo un’ iniziativa. So che mi ha imitata, mi ha salutata, e che è stato/a seduto/a sulla sedia per il tempo necessario allo svolgersi dell’attività. So che ha disegnato e parlato di sé. So che mi ha raccontato del lutto dello zio, che si è molto divertito al carnevale, che il suo gioco preferito sono i Play Mobil e che ha accettato di portarli per giocare insieme. So che è stato/a quasi tutto il tempo della terapia sotto il tavolo imitando il cane e il gatto, forse era il suo modo di dire che era stanco/a e che voleva andare a casa. So che oggi non si è morso/a!

Continuiamo a scandagliare e indagare ogni loro comportamento per conoscerlo, comprenderlo e renderlo un ponte comunicativo. 

Miriam Dinelli


Conferenza “Il labirinto è la destinazione di tutti i viaggi, quelli fuori e quelli dentro di noi.”

30-03-2019

Il labirinto - un viaggio dentro e fuori

Sabato 30 Marzo 2019 ore 17:00
(ingresso gratuito con prenotazione)

Un incontro dedicato al tema del Labirinto, spaziando dalla letteratura al teatro, fino ad esplorare i significati più simbolici per l’essere umano, per la crescita ed evoluzione personale.

presentano Francesca BarabinoM.Vittoria Salimbeni

Letture a cura degli insegnanti di ARMITOTeatro

Giulia Grattarola, Fabio Fabbri, Roberto Repele

DOVE:
Sala di ARMITOTeatro
Viale Brigata Bisagno 2 int. 28 scala destra 5° piano Genova

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Cinque criteri per capire se una setta è pericolosa

03-03-2019

Cinque criteri per capire se una setta e pericolosa

 

Tempo fa una persona mi chiese una valutazione psicodiagnostica. È raro che un privato la richieda se non all’interno di un percorso di psicoterapia. I risultati furono “normali”, nessun segno di psicopatologia grave: chiesi che dubbi avesse e mi disse che nella setta religiosa induista di cui faceva parte da tre anni, quando aveva dichiarato la sua intenzione di allontanarsene le avevano detto che non era in grado di vivere fuori dal gruppo e sarebbe probabilmente impazzita o si sarebbe suicidata. La rassicurai che non sembrava proprio il caso e comunque le garantii il mio appoggio se queste vessazioni psicologiche fossero continuate.

L’articolo 19 della Costituzione garantisce la libertà di culto, sacrosanta. Ma dove finisce il culto, per quanto minoritario e magari stravagante, e comincia una setta pericolosa?  Tracciare i confini non è molto facile, e su queste ambiguità Scientology, fondata dallo scrittore di fantascienza Ron Hubbard, benché sia stata oggetto di molte vicende giudiziarie in diversi Paesi del mondo, opera con successo economico notevole anche in Italia.

Per orientarsi e informarsi è utilissimo il libro Nella setta, di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, due giornalisti coraggiosi che hanno fatto un’inchiesta approfondita su diverse organizzazioni: DammanhurSoga GakaiUnione Punto Macrobiotico e molte altre. In alcuni casi – vedi la vicenda giudiziaria de Il Forteto, vicino a Firenze – hanno dimostrato pericolosi intrecci tra affari, politica fiorentina e supposte attività assistenziali. Hanno raccolto dati, testimonianze di fuoriusciti, si sono introdotti di persona in queste associazioni, consultato documenti.

Il quadro è inquietante: moltissime le vittime che si sono rovinate , sia economicamente che psicologicamente. Abbiamo detto che i confini tra un culto, una setta e un’associazione a delinquere possono essere confusi. Aspirazione spirituale, ingenuità, credulità popolare, fragilità psicologica? In fondo il desiderio di miracoli ha sempre incontrato madonne che piangono, guaritori spirituali come Mamma Ebe che si approfittavano della fiducia dei seguaci.

Qua però si parla di sette, e pur nel vuoto legislativo, ci sono certamente dei reati difficili da perseguire. Al ministero dell’Interno esista una Sas, squadra antisette, ma lamenta molte difficoltà di intervento. Il reato di plagio non esiste più ed è un bene perché era troppo vago, ma bisogna trovare una fattispecie che renda penalmente perseguibili certi comportamenti: questo è compito del legislatore. Talvolta si è parlato di riduzione in schiavitù, ma poiché le persone sembrano consenzienti, sarà molto difficile incastrare questi e queste pseudoguru.

Ma come si fa a capire se noi o i nostri cari sono finiti in una setta pericolosa? Propongo alcuni criteri su cinque coordinate: potere, denaro, sessualità, restrizioni alla libertà di comunicazione con le famiglie, comportamento con chi esce o vuole uscire.

1. Potere. Il capo o guru decide tutto, la struttura è rigidamente piramidale esistono regole che definiscono minuziosamente cosa l’adepto deve fare, anche in materia di sessualità, educazione dei figli, lavoro. Gli adepti sono privati del potere decisionale su molti aspetti delle loro vite.

2. Denaro. Gli adepti devono conferire i loro beni o lavorare per salari da fame che di fatto impediscono ogni autonomia.

3. Sesso. Il capo esercita anche un potere sessuale , sia personalmente che decidendo chi deve fare cosa con chi

4. Contatti esterni. Si tende a scoraggiare il contatto con “quelli di fuori”, cosa che può arrivare a livelli patologici, quasi una paranoia di massa: vedi il suicidio colletto dei seguaci di Jim Jones in Guyana, o gli esiti della comunità di Osho in Oregon. Se sono presenti questi elementi, l’aspirazione alla spiritualità degli adepti è sfruttata per fini personali, che configurano anche reati. Le persone sono in pericolo. Si incoraggia però fortemente il proselitismo, che fa avanzare di grado chi porta dentro più gente, i cosiddetti reclutatori ? Questo è il caso di un santone pugliese che, tra maratone di preghiera, apparizioni dell’ostia e altri fenomeni, cerca di ampliare la sua sfera di influenza.

5. Uscite. Per chi esce si va dall’ostracismo totale alla diffamazione e anche alle minacce. Non si deve parlare con giornalisti, psicologi e psichiatri. Molte delle testimonianze raccolte nel libro trasudavano paura. Non è facile venirne fuori, tra sensi di colpa, un’identità messa in crisi dal lavaggio del cervello di anni, una sudditanza economica, la perdita della rete di contatti familiari e sociali.

Anche di recente un genitore preoccupato per la sorte di un figlio ci ha chiesto aiuto: ci si può rivolgere a delle associazioni che si occupano di queste situazioni, per esempio il Cesap, Centro studi abusi psicologici, il Gris di Torino, l’Onap, Osservatorio nazionale abusi psicologici. È fondamentale che il governo si impegni perché il vuoto legislativo alimenta l’impunità. Ci sono state interrogazioni parlamentari, ci auguriamo davvero che abbiano un seguito.


Noi italiani siamo razzisti o no? La risposta non è scontata

30-08-2018

Noi italiani siamo razzisti o no? La risposta non è scontata

Il colore dei morti conta, nel Mediterraneo casca un ponte ogni giorno e giriamo la testa da un’altra parte, quei morti non sono più una notizia. Magari qualcuno pensa e dice al bar: “Se la son voluta, era meglio se stavano a casa loro”. Altri provano uno sgomento impotente. Poi c’è qualcuno che va al porto per testimoniare solidarietà umana e sulla banchina ci sono anche quelli dei respingimenti, i militanti di Forza Nuova che hanno trovato in Salvini il loro uomo forte, magari poco saggio ma forte, altro che la Meloni.

Allora, noi italiani siamo razzisti o no? Purtroppo non è una domanda da quiz, nessuna delle alternative è la risposta esatta. Lasciamo stare la scienza e in particolare la genetica che ha levato ogni fondamento alle teorie razziali da tempo. Qua è questione di pancia e di cuore, la testa arriva dopo, quando arriva.

Diciotti, scontri tra manifestanti e polizia alla manifestazione

Per capire di più dobbiamo andare indietro moltissimi anni, quando negli stati americani del Sud accadevano i linciaggi dei neri. Uno studio sociologico ha mostrato una correlazione precisa con la scarsità del raccolto del cotone. Ovvero quando la distanza economica tra il bianco e il nero si assottigliava, la frustrazione dei bianchi poveri andava verso gli ultimi, i neri, i diversi, per marcare la propria identità e diventava furore che esplodeva alla prima occasione. Meno cotone, più linciaggi: matematico.

Tutto questo si è sempre appoggiato su pregiudizi senza alcun fondamento. I neri puzzano? Per gli asiatici sono i bianchi che puzzano – per l’esattezza puzzano (puzziamo) di cadavere -, per gli americani che ricevevano gli emigranti italiani a Ellis Island erano questi a puzzare. Sono stato fatti perfino esperimenti per dimostrare l’inconsistenza di questi pregiudizi, chi vuole saperne di più legga un classico della psicologia sempre attuale: La natura del pregiudizio di Gordon Allport.

Hanno fatto odorare dietro una tenda degli sportivi bianchi e neri dopo l’allenamento (e prima della doccia): non ci hanno indovinato, non più del casuale 50%. Il razzismo cresce con i numeri e gli arrivi. Ricordo invece 30 anni fa la cordiale curiosità in un paesino dell’appenino modenese, per Alì, venditore di tappeti, con anche qualche domanda “culturale” sulle sue credenze. Ma erano ancora pochi gli immigrati e questo fa una grande differenza.

Si è visto anche studiando i ratti che l’aggressività intraspecie scatta con l’affollamento, quando il numero supera una certa massa critica e lo spazio vitale si riduce. È il nostro caso? Sì e no: sappiamo che vi è una sovrastima della presenza straniera, se chiedete in qualsiasi bar vi parleranno del 20-30%. “Son più loro che i nostri !”, giurava una donna. Ma conta la percezione, non la realtà. E conta il pressappochismo dei governi degli ultimi 30 anni che non sono riusciti ad accogliere con dignità chi doveva essere accolto e rimpatriare i delinquenti. Oggi i migranti valgono voti e tutti si muovono facendo calcoli. Bisogna dare atto alla Merkel di essersi presa grandi rischi dicendo (parafrasando): “La Germania è un grande paese e può accogliere 800mila persone“.

È interessante che quasi nessuno voglia essere chiamato razzista, almeno pubblicamente. C’è un punto fondamentale: non ci si deve dividere tra razzisti e antirazzisti, ma tra razzisti, antirazzisti e non razzisti.

Tra i non razzisti troveremo molte persone spaventate dal mutare dei quartieri, dalle lingue che non si capiscono, dalle usanze che non si conoscono e neanche si vogliono conoscere: vorremmo semplicemente che lo straniero si uniformasse alle nostre usanze e restasse gradevolmente invisibile, salvo nei campi dove si raccolgono i pomodori a due euro l’ora. Ma tanto chi li vede lì è ben contento che ci siano, caporali al servizio di proprietari che commettono un reato di sfruttamento ogni mattina.

E chi di noi non razzisti o antirazzisti non prova imbarazzo di fronte al ragazzo che ti aspetta alla porta del supermercato e ti lascia sempre incerto tra il far finta di non vedere, allungare una moneta, chiedere in cambio simbolicamente un servizio: mi porti le borse in macchina? Chiedere il nome, da dove viene, magari perché è qua. Wisdom è nigeriano e cristiano, mi ha spiegato che lo avrebbero ucciso con altri cristiani nella chiesa, se fosse restato: Bokol Harum per lui è memoria di tragedia vista. Ha 26 anni e pensa che tutto sarà molto facile, qui. Vedo che il giornalaio gli fa sistemare le riviste negli scaffali, un altro negoziante lo fa spazzare davanti al negozio.

Forse c’è speranza, auspico che non intervenga subito la burocrazia che tollera il caporalato e magari stanga chi si fa aiutare in giardino per due ore. E chi si fa aiutare una volta non teme di ritrovarsi alla porta una coda di persone che chiedono lavoro? Quante riserve mentali, anche legittime dentro di noi. Chi non si è stufato sulla spiaggia al 20esimo ragazzo che ti vende teli?Chi si è vergognato di un piccolo sollievo provato nel vedere un proprietario di ristorante che allontanava con gentilezza un venditore un po’ insistente, un po’ aggressivo? A me è capitato e capita e mi sento in contrasto con me stesso, e anche un po’ confuso sui miei valori.

Italiani com noi, bisogna combattere gli ambulanti

Ma la vergogna più grande l’ho provata quando la proprietaria di un bar trattoria di Arezzo ha insultato un magrebino che veniva per la seconda volta, con parole che non avrebbe mai osato dire a un italiano. Non ci sono più andato per cinque anni, finché non è cambiata gestione, ma il mio silenzio di allora mi pesa. Siamo onesti, bisogna fare i conti anche col piccolo razzista, o il piccolo vile, o il piccolo menefreghista che è in noi. In fondo c’è sempre la piccola paura di perdere qualcosa.


Bob Dylan, quelle lettere d’amore che Françoise Hardy non lesse mai

24-04-2018

È una strana storia Bob Dylan, non finisce di stupirci da decenni. Il proprietario del bar dove si rifugiava a scrivere da ignoto adolescente, raccoglie le lettere mai spedite che Bob scriveva a Françoise Hardy.

Lei cantava “Tutti i ragazzi che han la mia età se ne vanno mano per la mano”, con una grazia struggente, un po’ eterea, per di più a piedi scalzi. Bob – che immagino brufoloso e non ancora star – ne fa la sua Beatrice, giustamente irraggiungibile, tanto che le lettere finiscono appallottolate nel cestino del bar. Qua c’è il colpo di scena: il barista – che deve avere intuizioni paranormali – le conserva per decenni e quando muore saltano fuori. Lui aveva già capito che avrebbe preso il Nobel per la letteratura, mica il Telegatto.

Capita non di rado che si scelga come oggetto d’amore una star e – se non si precipita nell’incubo dello stalking – è un modo romantico di innamorarsi dell’Amore. Così possiamo proiettare con comodo e senza rischi tutte le nostre fantasie sull’uomo o sulla donna ideale. Meglio se irraggiungibile; anzi, è bene che resti tale, perché nessuno è all’altezza delle nostre fantasie.

Qua però arriva un nuovo colpo di scena: passano gli anni, Françoise Hardy adora le sue canzoni, ormai è famoso. È il 1966, viene sapere di un suo di un suo concerto a Parigi e fa di tutto per andarci: sta girando un film e convince con molta fatica il regista a darle un permesso. È fatta. Dylan non è più Bob, ha il fascino del poeta scontroso e geniale, sta con donne bellissime e – guarda caso – cantanti. Mi ha anche soffiato Joan Baetz che amavo prima io, dai tempi di Woodstock.

La immagino arrivare trafelata ed emozionata, piena di aspettative. Una visita in camerino, complimenti reciproci e vai, si parte. Ma lui le pare così magro da farle sospettare una malattia terminale, il concerto è deludente, perfino brutto, le loro strade si dividono di nuovo, temo per sempre. Tutto questo lo racconta lei, ora che sono saltate fuori queste lettere non spedite. Ci va giù duro la cantante-attrice – direi anche con poca eleganza – in un’intervista radiofonica.

Dylan si offenderà? Se non rispondeva ai signori che lo cercavamo per dargli il Nobel, credo che non risponderà neanche a lei. Peccato, la storia avrebbe riempito paginate di riviste sugli amori delle star, anche se un po’ anziane, sono passati cinquanta anni. Maria De Filippi avrebbe sognato di portarli nelle sue trasmissioni: l’amore ritrovato.

Ma anche nel caso di una devozione artistica è meglio fermarsi all’opera, chi la crea spesso può deluderci.

Sarei andato a piedi a incontrare Hermann Hesse e non mi avrebbe fatto piacere scoprirne la tirchieria o la freddezza con i figli. Francesco De Gregori ama la musica di Dylan al punto di aver tradotto e cantato in un disco le sue canzoni. Si è poi ritrovato con lui al Summer Festival di Lucca, cantavano nella stessa serata ma separati. Ha avuto la saggezza di scappare la mattina dopo senza incontrarlo. Pare che Dylan volesse conoscerlo. Si contenti di scoprire le sue canzoni. Gli idoli vanno adorati da lontano.


Negozi senza cassa, home banking e scimmie clonate. Dove finiscono le persone?

09-02-2018

La scomparsa dell'umano

Entri nella banca dove sei cliente da sempre: all’ingresso una macchina, dove si spera tu ti fermi per fare ciò che sei venuto a fare. Se passi quella porta trovi un impiegato che ti porta a un’altra macchina, a fare l’operazione che una volta faceva lui. Uno solo, in trincea, a difendere la banca dai clienti. Non usi l’home banking?

Hai un problema con la Vodafone, ci metti giorni a raggiungere un umano dell’assistenza, dopo innumerevoli attese, algoritmi decisionali, musichette che si concludono con l’invito a riprovarci.

Amazon crea il negozio senza cassieri.

Posti di lavoro che scompaiono, ma dove finiscono quelle persone? Davvero si crede che questo sia efficienza? Risparmio sì, ma efficienza vera no. Noi siamo animali sociali, vogliamo discutere col libraio, scegliere l’impiegato di banca che ci sembra più bravo o più simpatico, essere visti ed ascoltati.

E ora la riflessione su una notizia che sembra non c’entri: la clonazione delle scimmie cinesi. Gli studi di Harlow sulle scimmie separate alla nascita dalla mamma sono di molti anni fa: le scimmie abbandonate non riuscivano a prendersi cura dei piccoli, avevano seri problemi ad accoppiarsi, erano insomma psicologicamente malate. Come saranno quelle clonate? E perché si fa questo? Per mangiarle? Per i “pezzi di ricambio? Come prova verso obiettivi più ambiziosi?

Mi pare ovvio, considerando la vicinanza genetica con le scimmie, che qualcuno stia già clonando gli umani. E magari proprio in Cina, dove essere individui è poco gradito. E che ne faremo di questi umani? Mi vengono in mente i soldati di terracotta, l’armata dell’imperatore nel mondo dei morti. Mi vengono in mente le tute tutte uguali.

Il mito di Frankestein che si avvera. Con gli stessi esiti, immagino.

Colpisce anche che quando fu clonata la pecora Dolly il dibattito fu ampio; stavolta la notizia è stata dimenticata alla svelta, soppiantata dalle analisi delle liste, dalle promesse elettorali. A proposito, propongo di non votare chiunque voglia ridurre le tasse, spendere soldi che non ci sono ed elargire mance varie. Ci si rivolge al particulare perdendo di vista il collettivo, cioè una volta di più le persone.

E che dire dell’indifferenza per i morti nel Mediterraneo: ci preoccupano quelli che arrivano, anche con buone ragioni, non quelle donne e quei bambini. Nessuna empatia, non proviamo neppure a pensare cosa significa indebitarsi per mandare via un “minore non accompagnato”, perché si salvi. Ho un figlio di sedici anni: provo a pensarlo su un barcone che lo porta che so, in Spagna, con 300 euro in tasca.

Ci giriamo dall’altra parte. Ogni mattina incontro di fronte al bar Wisdom, un ragazzo nigeriano. A volte ci parlo e gli offro la colazione, a volte me ne libero con una moneta, a volte spero che non ci sia o passo di fretta con un cenno stiracchiato di saluto. Quindi non so più se sono di destra di centro o di sinistra, se sono cristiano, buddista o menefreghista; dipende dalle giornate. Vorrei fargli fare qualche lavoretto invece di dargli monete umilianti, ma temo poi di trovarmelo sempre sotto casa. Sento che la scomparsa dell’umano è un virus che porto in me.


Dr. Dalai Lama, psicologo in Pisa

27-09-2017

Dr. Dalai Lama, psicologo in Pisa

Chi se lo sarebbe immaginato mai di vedere il Dalai Lama in tocco e toga per ricevere la laurea honoris causa in psicologia clinica e della salute? Eppure questa non è la solita onorificenza formale data, oltre che a chi la riceve, a chi la conferisce. Mica male avere un altro Nobel tra i propri laureati, alla faccia dei cinesi che cercano sempre di mettere i bastoni tra le ruote a ogni iniziativa che coinvolga il leader spirituale dei buddisti.

Il Dalai Lama lo merita perché da molti anni promuove il confronto tra scienziati occidentali e la cultura filosofica e spirituale tibetana che, nel corso di venticinque secoli, ha elaborato una raffinata psicologia.

L’Università di Pisa e l’Istituto Lama Tzong Khapa hanno messo a confronto fisici, neuroscienziati, filosofi occidentali e pensatori tibetani: il tema era la scienza della mente e in particolare il problema della coscienza: epifenomeno del funzionamento del cervello o entità che “usa” il cervello? Ipotesi dualistica o riduzionismo? Se ne dibatte da decenni e lo sviluppo delle tecniche di studio del cervello fanno rapidi avanzamenti.

Sotto questo aspetto è stata interessantissima la presenza del francese Matthieu Ricard, monaco buddista laureato all’Istituto Pasteur in genetica delle cellule, diventato popolare per essere indicato come “l’uomo più felice del mondo” dopo che gli scienziati hanno riscontrato un livello di attività mai registrato prima nella zona del cervello connessa con l’emozione positiva e la una particolare capacità di orientare la mente a piacimento durante la meditazione. Erano presenti anche gli scienziati che hanno esaminato Ricard.

La pratica millenaria della meditazione si sta sempre più diffondendo, anche se viene talvolta banalizzata e commercializzata.

Inserire il fenomeno della coscienza nel paradigma quantistico è un’ipotesi di ricerca che può consentire grandi passi avanti. L’interdipendenza di tutti i fenomeni dovrà per forza includere la mente. Roberto Assagioli, 50 anni fa, ipotizzava per la Psicosintesi lo sviluppo di una psicoenergetica che includesse fisica, chimica e psicologia.

Detto questo, si sono proposti diversi modelli epistemologici per inquadrare il fenomeno coscienza, ma siamo ancora ben lontani da una comprensione piena.

I tibetani, che hanno seguito la via dell’introspezione per osservare la mente, possono dare un contributo formidabile.

Mi resta anche un’osservazione sorridente, non troppo diplomatica, del Dalai Lama: “La psicologia occidentale è ancora al kindergarden, giardino d’infanzia”. Temo che abbia ragione, ma quindi abbiamo ancora tutta la vita davanti e il contributo del nuovo collega neolaureato a Pisa sarà prezioso.

(La foto è tratta dal sito dell’Università di Pisa)


Bolivia: guaranì, non chiamateli indios

29-06-2016

Bolivia: guaranì, non chiamateli indios

CuevoBolivia del sud: che ci fanno un frate di Chiusi della Verna e un artista medico fiorentino? Ci fanno sanità, ci fanno educazione, ci fanno arte. Siamo una zona rurale povera, dove vivono molti Guaranì. Ricordate Mission, con Jeremy Irons nelle parti del prete e De Niro nelle parti del capitano Mendoza, cacciatore di indios pentito? Indios è l’appellativo generico e sbagliato dei conquistadores. L’errore di Colombo fa sì che tutte queste popolazioni indigene che hanno nomi, lingue, tradizioni e cosmogonie diverse, finissero sotto questa etichetta che a noi sembra innocua, a loro dispregiativa. Alla fine, i Guaranì si vergognavano della loro identità “inferiore”, assumevano nomi spagnoli e non insegnavano più la loro lingua ai figli, per favorirne l’integrazione.

zaza

Quando il francescano, Tarcisio Ciabatti, di Chiusi delle Verna è arrivato qui, quaranta anni fa, “i bambini morivano come le mosche, i vaccini non glieli faceva nessuno”. Bisognava cominciare da lì. Con l’aiuto dei medici dell’Università di Firenze e Catania, è stata creata una scuola di formazione paramedica. Maestri guaranì si sono fatti assumere nelle fattorie dei latifondisti e la notte insegnavano, segretamente, di nuovo, lingua e tradizioni alla loro gente. La stessa chiesa che li aveva traditi li ha aiutati. Prima di tutto la sopravvivenza, poi l’educazione, e infine l’arte. E’ un popolo che ha il dono della musicalità, sono rinate le scuole di musica e liuteria. Si suona musica barocca “moderna”, non solo quella portata dai gesuiti. I guaranì dicono convinti che violini e viole sono strumenti tradizionali indigeni:

I guaranì, che vivono in BoliviaBrasile e Paraguay, sono stati massacrati non solo dagli europei, ma anche dai latifondistiche gli hanno rubato le terre e li hanno resi schiavi nelle loro fattorie. In una chiesa vicina a Cuevo ho visto la statua di un cavaliere spagnolo che schiaccia, sotto le zampe del cavallo, un nativo, pronto poi a trafiggerlo. La stessa chiesa che li aveva traditi ha contribuito a un riscatto della loro identità. Padre Ciabatti, ottanta anni, dice che c’è una religiosità molto più profonda della nostra, fatta di grande comunione con la natura. La cosmogonia della Tierra sin mal è un mito magnifico e complesso. Tra i medici di Firenze c’è Mimmo Roselli, artista di fama internazionale. Perché non creare una scuola d’arte di alto livello? Non solo musica e tessitura, ma arte visuale contemporanea. I Francescani ci hanno creduto e in una missione restaurata c’è stato il primo festival internazionale di arte, per lanciare il progetto.

Roselli ha invitato scultori, pittori e artisti visuali a passare tre settimane a Santa Rosa de Cuevo. In questo spazio suggestivo, strappato all’abbandono, hanno lavorato gratis per creare opere con i materiali locali, che rimangono sul posto. La mattina da soli, il pomeriggio facendo partecipare gli studenti del posto al loro lavoro, insegnando, spiegando. Artisti coreani, brasiliani, caraibici, giapponesi, boliviani e naturalmente Mimmo Roselli, con le sue funi che tracciano nuovi spazi, esposte a Venezia come a New York. Dapprima sono arrivati i bambini, poi gli adolescentipoi gli anziani del paese. Io ho fatto scrittura creativa e autobiografica con i ragazzi della scuola superiore. Quando hanno esposto i loro scritti al festival hanno inaspettatamente decorato i fogli con una finezza straordinaria: anche la scrittura è diventata arte visuale.

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Si spera che il governo di Morales apra una scuola d’arte permanente. L’arte si fa con tutto e dappertutto, dice Roselli. La prima sera del festival faceva freddo, per arrivare alla missione bisogna camminare tre chilometri nella notte. Quando tutto il paese è venuto alla rappresentazione teatrale, ai concerti, all’esposizione, ho capito che l’artista medico e il frateavevano vinto la loro scommessa visionaria. Da queste parti è stato ucciso Che Guevara, c’è chi da bambino lo ha incontrato, ma questa è un’altra storia.


Metropolitana di Milano

01-12-2014

In piedi nella calca si leggono lepubblicità. Mi colpisce l’immagine di una cicala e l’esortazione: “Vivi da cicala, tanto c’è l ‘Outlet dei funerali'; 1.499 euro tutto compreso”. Insomma, spendi tutto, o al massimo lascia questa piccola somma per gli eredi e muori soddisfatto.

Il termine outlet è geniale, dà già l’idea del grande affare, effettivamente il prezzo è conveniente, tutto compreso, ed evita quelle scene penose del parente, magari figlio o moglie, a cui vengono proposte bare che costano quanto automobili di piccola cilindrata dalle classiche agenzie funebri, quelle che sanno prima di te che sei morto, e guardano il parente affranto con una espressione leggermente disgustata e colpevolizzante se uno timidamente dice:per me è troppo cara. In un film di Verdone ho rivisto la grottesca, macabra trattativa e ho riso un po’ verde; non era troppo lontano dalla realtà. Per inciso, spesso le bare arrivano dalle foreste indonesiane e consentono ottimi guadagni.

Mi chiedo se, come in ogni outlet, ci siano dei periodi in cui i saldi sono più convenienti, in maniera tale che il cliente si possa organizzare per finire i soldi al momento giusto, o decidere di sopravvivere finché morire non è un affarone. Oppure potrebbe essere congelato e portato all’agenzia quando i prezzi calano.

Del resto un tradizionalista geniale, Guido Ceronetti, scrive nel suo ultimo libro L’occhio del barbagianni che i funerali di oggi sonofrettolosi, è scomparsa la ritualità complessa che aiutava i parenti e forse il morto nel suo passaggio nel mistero: “affrettati, ridotti al minimo, paternoster da telefonino, abolita la veglia, una corsa dal frigorifero al cimitero”.

Il frigorifero della cicala, che pensa solo a sé. Sia chiaro: la formica della favola è piuttosto antipatica, saccente, invidiosa e vendicativa, ma non esageriamo col consumismo funebre. Forse Ceronetti ha letto il messaggio sulla metro. Non credo, ma con le antenne dell’artista è come se lo avesse fatto. Accanto, proprio accanto, nello stesso vagone, un’altra agenzia si rivolgeva ad altri clienti, ma di un target assai differente: gli ecologisti puri, a cui veniva assicurata una bara in legno naturale, senza alcuna vernice chimica. Questo faceva morire l’ecologista più sereno, non ne dubito, e lo rassicurava dell’impatto zero su Gaia, il nome della terra come dea nella mitologia greca. E così si parla di Gaia funeral, l’intenzione è buona ma l’effetto un po’ stridente, paradosso cercato ma non tanto riuscito. Devo dire che non ho visto nessuno appuntarsi i numeri di telefono e quando sono riemerso alla luce dall’Ade metropolitana, ho ricordato la fiera bellezza dei funerali indiani, la cura del passaggio dei tibetani, il persistere soprattutto al sud di tradizioni che aiutano i parenti del defunto, magari portando il cibo per giorni.

E mi è venuto in mente Matteo, un novantenne che viveva in un’isoletta croata priva di alberi, Uniye in cui in molte soffitte si teneva una bara, viste le difficoltà di approvvigionamento. I proprietari erano giovani e Matteo, loro amico, chiese se gli potevano vendere la bara.

I ragazzi volevano regalargliela ma bisognava essere sicuri che andasse bene: Matteo era piuttosto alto. Una sera venne a provarla, ci si distese a braccia incrociate. Gli stava benissimo, convenimmo tutti che era perfetta e di notte attraversammo il paese trasportando a spalla la bara vuota, mentre Matteo la seguiva. Morì due anni dopo.


Identità nazionale, cultura e paura

07-05-2014

Fino a 30 anni fa identità nazionale e culturale coincidevano, le minoranza c’erano ma i numeri esigui non erano tali da mettere in crisi nessuno. Le grandi immigrazioni dall’Africa, dall’Albania, dall’Europa dell’Est ci hanno colti impreparati, come al solito, come era accaduto negli anni sessanta per le immigrazioni interne. La percezione dell’altro come diverso , forse pericoloso, e’ stata facilitata dal colore della pelle, dalla lingua, dalla religione , dagli usi diversi.

Il fatto poi che importassimo anche una certa criminalità ha avuto un impatto emotivo formidabile, in una percezione di pericolosità molto sproporzionata rispetto alla realtà.

Oggi secondo stime confermate da più fonti ci sono forse 400000 persone che sulle sponde libiche aspettano di imbarcarsi . Poiché ormai tutti i migranti sanno i rischi che corrono, è evidente che la disperazione che spinge questa migrazione è talmente grande da renderla inarrestabile. Cosa dobbiamo fare ? Le dighe legali o poliziesche non fermeranno uno tsunami. Lo scandalo delle rivolte con le bocche cucite, le attese interminabili nei centri di accoglienza li abbiamo rapidamente rimossi. Ci si arrocca in identità localiste per paura di perdere la propria, di cedere terreno. Le identità culturali ci sono e sono ricchezza, ma quando diventano identificazioni, stampelle dell’io, sono un pericolo psicologico, anzitutto per chi le vive. E dal pericolo psicologico al pericolo sociale il passo è breve. Pensate alla caccia all’assassino forestiero per Yara.

Oltre ai provvedimenti legislative e all’ accoglienza possibile l’Europa deve attrezzarsi culturalmente : altri paesi hanno già fatto questa esperienza con le ex colonie, e nessuna ricetta è facile.

Negli anni settanta c’era qualche studente eritreo nelle scuole  : erano pochi , bene integrati nelle classi. Uno di questi, Brahn Tesfa è diventato scrittore ed editore: ha scritto un libro spigoloso , Specchi sbagliati” (edizioni SUI), che mi ha fatto molto riflettere, al di là di ogni considerazione letteraria. E’ una storia di seconda generazione, che racconta il conflitto degli adolescenti nati e cresciuti in Italia con se stessi, con la loro famiglia, con gli Italiani più o meno consapevolmente razzisti ( imbarazzismi è il neologismo di un medico del Togo, Kossi Komia Ebrè) . Essere integrati non vuol dire essere assimilati, occorre un confronto e una condivisione, dove le differenze, le frontiere culturali siano non solo separazione ma anche suture, partendo dal considerarsi terrestri prima di italiani, marocchini e albanesi.

Nei tempi di crisi economica ci si incattivisce, i linciaggi dei neri nel sud degli Stati Uniti aumentavano negli anni di carestia, quando i bianchi poveri si trovavano ad essere nella stessa condizione di miseria dei braccianti neri. La vera integrazione riguarda tutti e richiede differenze, conoscenza, mediazione culturale e condivisione, Molto passa attraverso la condivisione del cibo e del sacro. Ma di questo bisognerà parlare un’altra volta.


Il corpo forzato

07-05-2014

Discussione sulla bellezza fisica dalla Bignardi, a Le invasioni barbariche. Una chirurga plastica che sembra Jackie Kennedy imbalsamata sostiene che le persone la fanno non per diventare diverse da ciò che sono, ma per essere pienamente se stesse, normali . Peccato che parli delle se stesse che erano venti anni prima : “ combattere l’invecchiamento, proibito imvecchiare”. Una guerra che si perderà sicuramente e farò un solo prigioniero : chi la combatte. Gli effetti sono spesso disastrosi : Berlusconi sembra un vecchio mandarino cinese, Laura Antonelli distrutta fa causa al chirurgo.

Si comincia presto : le ragazze chiedono un seno terza misura per il diciottesimo compleanno, mamme magari liftate e nonni dai capelli corvini pagano.

Vecchio è un insulto, e lo si ammette solo quando si è decrepiti. “Sono già un uomo vecchio, ho molti nipoti”, mi diceva orgoglioso un contadino peraltro in ottima forma, in Indonesia : avrà avuto sessanta anni, e ci stava bene dentro. E Anna Magnani raccomandava al truccatore di lasciarle le rughe, che ci aveva messo una vita a farsele.

Una volta feci un viaggio in treno con due trans che da Bari andavano a Firenze : uno voleva il mento più tondo, l’altro le labbra turgide. Era il terzo intervento dell’anno per tutti e due: “ho speso ventimila euro e poi magari piglio una mattonata in faccia “ . Essere nel guado dell’identità non è cosa facile.

Ma ci sono altre maniere di ridurre il corpo a un forzato in catene : nella sua bella autobiografia, Open, il tennista André Agassi racconta che a venti anni ha già il polso destro usurato e la schiena a pezzi per i feroci allenamenti a cui lo ha sottoposto fin da bambino il padre padrone. La descrizione dei dolori prima e dopo una delle ultime partite sembra racconti un vecchio caduto dal secondo piano. E ha 36 anni.

I cicloamatori della domenica si dopano, i body builder delle palestrine di provincia prendono gli steroidi, . Il corpo forzato non prevede futuro o si ancora al passato. E i calciatori si ammalano di strane malattie a carriera finita.

Dietro l’ossessione del presente bello e vincente si nasconde , neppure troppo bene, la paura della morte.


La Psicologia è razzista?

14-04-2014

Secondo me lo è e neppure lo sa. Molti manuali la fanno nascere come disciplina autonoma col primo laboratorio di psicologia sperimentale, creato a Lipsia da Wundt nel 1879. Altri si rifanno ad Aristotele, che scrisse il De anima, circa ventiquattro secoli fa. Europa insomma.

E gli altri ? Intendo i primis il mondo orientale : in India, in Cina,in Tibet,  in Giappone sono state elaborate raffinatissime psicologie, e prassi molto sofisticate ed efficaci per trasformare la mente. Nei miei anni universitari non ho trovato traccia di questi saperi , di questi saper fare.

Dell’Africa sappiamo ancora meno, eppure qualcuno ha paragonato la cultura Dogon  per complessità e raffinatezza a quella greca classica : se ne sono interessati gli etnopsichiatri , in Italia  Piero Coppo , Lelia Pisani e altri. Abbiamo molto da imparare dai dispositivi di cura  dele altre culture, e inoltre le immigrazioni ci portano in casa altre visioni del mondo, che gli psicoterapeuti fanno fatica a  capire e quindi a curare.  Certo non possiamo essere esperti di tutto, ma si tratta di costruire un approccio con l’altro e col suo mondo meno arrogante, meno limitato.

Ma per ora  l’etnocentrismo, per cui il bianco occidentale crede di portare il lume della conoscenza,   prevale, anche se non osa più dichiararsi esplicitamente. Spesso non si sa neanche di essere infettati da questo virus. Si crede di fare scienza, ed è scientismo. Nella medicina è ancora più evidente ; si snobbano pratiche terapeutiche cha sono fondate su esperienze millenarie.

Per fortuna ci sono le eccezioni : Jung , Assagioli che ingloba nella psicosintesi molti concetti e pratiche della tradizione orientale e non solo. L’importante è il confronto senza gettare alle ortiche il nostro sapere , la nostra identità, perché esiste anche questo rischio di segno opposto : trapiantare pratiche sciamaniche sudamericane o siberiane completamente fuori contesto, in lucrosi fine settimana. Anche la psiche, e forse soprattutto la psiche, come merce da vendere, magari contraffatta


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