Isola di Kere

 

Faro di Punta Sophia Psuke Baia della Vera Finzione Rocca Grotta della Memoria

Faro di Punta Sophia

Faro di Punta Sophia

Sotto il faro di Punta Sophia c'è una grotta sulla spiaggia di sassi, ove una volta vivevano degli eremiti: per questo lì si trovano scritti di spiritualità, di meditazione, dalle diverse tradizioni sapienziali.

Baricco, ‘The game’ e la rivoluzione digitale. Nessun rimpianto del buon tempo che fu

12-12-2018

Baricco, ‘The game’ e la rivoluzione digitale. Nessun rimpianto del buon tempo che fu

Alessandro Baricco divide: lettrici entusiaste e acritiche, lettori perplessi o irritati dal narcisismo arrogante della persona, ancora più che da certi limiti dello scrittore. A qualunque delle due fazioni si appartenga, bisogna riconoscere al Nostro la capacità di pensare in modo originale e affascinante: le conferenze che riempiono i teatri spiegando la mappa della metropolitana di Londra sono piccoli capolavori e testimoniano una capacità di riflessione che coniuga una profondità all’antica con la velocità delle connessioni del pensiero digitale.

I Barbari dieci anni fa mi aveva entusiasmato: leggere il nuovo parlando del vino californiano o di Gianluca Zambrotta, velocità a tutto campo contro il terzino linea del Piave alla Claudio Gentile (ma Antonio Cabrini dall’altra parte era già il nuovo che avanza). Il libro raccoglieva gli articoli apparsi su Repubblica, The game invece è un libro-libro, 300 e rotte pagine di riflessione sulla rivoluzione digitale. La prospettiva ovvia viene rovesciata: non si chiede cosa fa tutto ciò alla nostra mente, ma quale mente ha avuto bisogno di creare questi strumenti e queste app che hanno colonizzato la nostra vita.

Ed ecco la categoria dell’oltremondo, quello della connessione perpetua che ci preoccupa guardando nostro figlio che guarda il telefonino mentre segue il MilanMichele Serra, ne Gli sdraiati, ha scritto una pagina memorabile raccontando in diretta i pensieri frammentati e incastrati l’uno con l’altro del figlio che studia chimica, guarda un telefilm e ciatta (o chatta? Rivoluzione ortografica?), tutto insieme. Allo sguardo perplesso del padre il figlio commenta: è l’evoluzione.

E così pensa Baricco, per cui questi devices (strumenti non gli piaceva?) sono protesi, ampliamenti sensoriali, elementi della doppia forza motrice che alimenta la vita dei millennials. Vivono in questo mondo e nell’altro, che chiama “l’oltremondo”. Mi manca Marshall McLuhan, chissà che ne avrebbe detto. Il tipo aveva anticipato molto di tutto ciò. Velocità, accesso illimitato alla conoscenza, fine del dominio culturale delle élites. Anche se cerca di essere obiettivo e non dichiarare le sue simpatie, Baricco propende per le “magnifiche sorti e progressive”, pur dando qualche spazio alle obiezioni novecentesche: non c’è profondità, il valore delle cose lente, il vinile che tutto sommato ci permette gesti antichi e resiste come gli amish, anzi cresce da anni e vince una tappa in volata sulla musica digitale. Una sola, ma insomma: è un segno.

Del resto la popolazione invecchia e anche a noi del secolo scorso sarà permesso andare a teatro, mettere un disco sul piatto, leggere Guerra e pace. Siamo tanti e votiamo, attenti a voi, magari i tweet di Matteo Salvini e Donald Trump non ci sembrano veloci, ci sembrano rozzi e superficiali sotto tutti i punti di vista. Niente rimpianti del buon tempo che fu: intanto c’era moltissimo cattivo tempo e in secondo luogo opporsi all’esistente è come rifiutare l’elettricità a suo tempo.

C’è un paradosso che Baricco non menziona. Un lungo lavoro di ricerca, penso almeno un anno per scrivere 3oo pagine, un libro da leggere col lapis per sottolineare, appuntare, discutere. Einaudi e non il web, va letto su carta e non e-book: un saggio pensato, anche se pieno di osservazioni colloquiali. Deliziosa la pagina in cui racconta il figlio di tre anni che cerca di ingrandire la foto sul giornale. In sostanza un libro prerivoluzionario, novecentesco, per riflettere con calma sulla modernità. Peccato che manchi una bibliositografia. In fondo Baricco è del 1958 e ha una laurea. Ci vogliono tutti e due. Spero che abbia ragione e che i nostri figli siano potenziati da questi strumenti, non risucchiati e nei casi più gravi scissi.


Votare è un dovere, ma comincio a capire chi non lo fa più

16-11-2018

Votare è un dovere, ma comincio a capire chi non lo fa più

Le parole contano: puttane, pennivendoli, sciacalli i giornalisti. Una sequenza di insulti che è un condensato del peggior sessismo, della stereotipia linguistica (pennivendoli, ma dai, cerca un’altra metafora, anche per insultare serve un po’ di intelligenza), della più profonda intolleranza. Ci ricordiamo le liste dei giornalisti nemici, indicati come bersaglio da colpire? O i garbati inviti di Grillo: che faresti alla Boldrini? E ora la lista dei giornalisti buoni? Dibba voleva mostrare che non generalizza, peggio il toppon del buso, peggio la toppa del buco: significa riaffermare l’idea.

Tira un’aria culturalmente squadrista, fatta di me ne frego, incapacità di ricordarsi che si rappresentano le istituzioni e del fatto che chi governa governa tutti, non solo i suoi elettori. Non immagino l’olio di ricino, ma questa politica, con un linguaggio da talk show di serie B, inquieta.

Virginia Raggi non aveva commesso reati, bene, massimo rispetto per la magistratura, è fondamentale. Resta il fatto che non ha saputo o voluto scegliere con accortezza i suoi collaboratori, e che forse è presto per considerarla una vittima da santificare. E siamo d’accordo che tutti gli ultimi sindaci, Alemanno, Marino e Raggi, hanno fallito. La grana Roma richiederebbe una volontà politica fortissima e trasversale. Qualcuno ricordava che i sessantamila dipendenti comunali portano con i familiari più di duecentomila voti, nessuno vuole rischiare.

Si minacciano leggi contro la stampa, si leva la scorta a chi ci ostacola, si governa più attenti al gossip per i social che alla leggi da fare. Le foto di Salvini a letto, roba che neanche Trump. E poi, francamente, immagino l’imbarazzo dei figli a scuola. Mi aspetto la candidatura di Fabrizio Corona.

Sempre in giro a raccogliere voti i due vicepriministri fanno fare a Giuseppe Conte la figura del grande statista. Certe dichiarazioni sono da incorniciare: “li farò ragionare”. Conte è il tutore?

Votare è un dovere, ma comincio a capire chi non lo fa più. In politica non si parla di ‘ndrangheta e mafia, tre regioni sono in mano loro, le altre infiltrate. Purtroppo sono dieci anni che l’unico argine è rappresentato da magistratura, polizia, carabinieri e finanza. Venti anni di campo libero per la politica, ghiotta di quei pacchetti di voti garantiti. Destra, sinistra e centro si sono girati dall’altra parte, Giulio Andreotti poteva sostenere di avere fatto leggi dure, e il suo proconsole siciliano Salvo Lima finiva ammazzato per motivi poco chiari. Neanche una querela per il film di Sorrentino, Il divo, e non ce ne saranno per quello su Berlusconi.

Il clima è una tragedia mondiale, la Liguria è spazzata via. Politici ambientalisti? dovrebbero esserlo tutti. Dovremmo esserlo tutti. Ma forse stanno in collina. Forse stiamo tutti in collina.

Spero vivamente che questa invettiva a tutto campo, sconsolata e confusa sia figlia anche di un certo rimbambimento senile, rancoroso e brontolone. Ma mi chiedo: e se davvero fosse troppo tardi per raddrizzare la barra? L’emergenza climatica ne è il simbolo: ne patiamo tutti gli effetti ma a livello mondiale si contesta anche il protocollo di Kyoto, già ritenuto insufficiente dagli scienziati a suo tempo.

Gli scrittori spesso colgono certi segni in anticipo. Non vorrei che Corman McCarthy, con i suoi scenari post apocalittici di un pianeta distrutto dove bande di disperati si riducono al cannibalismo, avesse ragione. So di piccole comunità neo utopiche che si preparano all’autosufficienza. Fanatici catastrofisti? Lo spero.

Prendiamo in considerazione seriamente la possibilità di essere sull’orlo di una catastrofe economica, politica e ricominciamo a pensare. Occorre un nuovo paradigma culturale. Occorre pensare largo e lungo, al di là delle prossime elezioni, dei sondaggi di domani. Occorre fare scelte coraggiose.


Abruzzo, il mio viaggio tra lettere d’amore e librerie

13-09-2018

Abruzzo, il mio viaggio tra lettere d’amore e librerie

Tempi orribili, altri cento migranti morti in mare, l’Europa va a destra e la sinistra non si interroga troppo lucidamente, salvo sbraitare con gli stessi toni di Salvini (mica tutti, certo). E allora ha senso parlare del Museo della lettera d’amore? Certo che ha senso. Bisogna individuare gli anticorpi attivi in questo processo di disumanizzazione.

Siamo in Abruzzo, il paese è Torrevecchia Teatina, pochi chilometri da Chieti. Proprio per un post su questo blog mi invitano alla serata finale del concorso per la miglior lettera d’amore, 18esima edizione. Non ho mai scritto lettere d’amore, non sono capace, tutti quelli che mi conoscono gridano allo scandalo. A me è bastato quel bel nome, Torrevecchia Teatina, per decidere di andare, una bella gita di fine settimana in Abruzzo, regione bellissima e poco frequentata.

Nel giardino di in bel palazzo ci sono centinaia di persone, forse tutto il paese, per non parlare dei premiati. Nell’attesa visitiamo il museo. Oltre alle tante lettere premiate, una bellissima collezione di cartoline d’epoca, di quelle che venivano mandate in busta chiusa per non compromettere la destinataria, alcune vagamente licenziose. Ma ci sono anche le letterine dei Papa Boys a PapaWojtyla, amori d’epoca, corrispondenze segrete che ora si staccano dalla vita dei protagonista per lasciarne una traccia sottile come un profumo persistente.

Il museo è unico al mondo, mi dicono la sindaca e MassimoPamio, il direttore. Non ne dubito, queste genialità bizzarre accadono in provincia. La cerimonia è lunga, hanno partecipato al concorso anche le scuole di ogni ordine e grado, come si diceva una volta. Ragazzini e ragazzine che fanno dichiarazioni d’amore al proprio letto o al cellulare, poi in crescendo i segnalati, categorie più rappresentate le prof di lettere e i medici. Con piacere vediamo che l’amore non ha restrizioni omofobe, che esplora tante sfere d’amore diverse, familiari, amicizie, perfino idee. Con una bella lettera ad un amico vince Arnaldo Colasanti, scrittore vero e intellettuale (non è una parolaccia) mai banale, anche nell’antica pratica della discussione.

Su una dritta di Pamio mi spingo fino a Popoli, un paesino che per colmo di sventura si sta spopolando. Quale miglior posto per aprire una libreria? Il paese è vivo, giorno di mercato, la libreria si chiama Il libraio di notte, ha orari variabili ed è l’avventura d’amore di un musicista, laureato in lettere e altro. Ho un debole per le piccole librerie, quindi questa intervista al libraio Paolo Fiorucci è la mia lettera d’amore a tutti i librai. Parafrasando De Andrè: “ Tu che li vendi, cosa ti compri di migliore?”

Quale fil rouge tra musica e libri?

Se parla della mia carriera di cantautore posso dirle che la maggior parte delle mie canzoni sono nate grazie alle letture che mi accompagnano da sempre. Credo nella compenetrazione delle diverse forme d’arte. Alcuni autori di canzoni sono influenzati dal cinema, altri sono più fotografici, alcuni teatrali. Nel mio caso è la letteratura a farla da padrone. E, magari La stupirò, nella mia produzione ha avuto maggior peso la prosa che la poesia, sebbene quest’ultima sia continuamente accostata alla canzone. Da lettore invece preferisco il silenzio, non riesco a leggere con un sottofondo musicale. Bastano le parole.

Lei cosa legge?

Prosa italiana novecentesca perlopiù. Parise e Buzzati su tutti, e Tabucchi. Anche se i miei scrittori preferiti, Albert Camus e Cormac McCarthy, sono stranieri. Altri nomi… Fante, Silone, Rodari, Erri De Luca, Fritzgerald e Sclavi.

Quale rapporto con i lettori di Popoli?

Molto diretto, perché il locale è di 12 metri quadri e non c’è un vero e proprio bancone. Poi, se apri una libreria in un centro di 5mila abitanti sei consapevole che non si tratterà soltanto di vendere libri, ma diventerai soprattutto luogo d’incontro, punto d’ascolto, persino psicoterapeuta all’occorrenza. Ho dei clienti fidelizzati che ormai considero amici e, date le dimensioni del bacino di utenza, non poteva essere altrimenti.

Come vede la sua libreria tra 10 anni?

La risposta alla Sua domanda richiede coraggio, follia, passione e un ottimismo quasi patologico, considerati i tempi. La vedo aperta, e ancora bellissima.


Solidarietà: ‘Los Quinchos’, il progetto italiano che salva i bambini in Nicaragua

22-03-2015

Nicaragua, Managuamercado oriental: una città nella città, con i suoi vicoli proibiti dove si vende di tutto, si traffica, si trova non solo la droga ma anche le armi, ci si prostituisce. In una discarica frugano nell’immondizia bambini, piccolissimi, recuperando il recuperabile, sopravvivendo con gli scarti del benessere. Come a Mumbai, a Nairobi, a Manila. Dormono lì a gruppetti, poi si spargono per il mercato, cercano qualcosa da rubare, magari una turista da assaltare, si muovono in gruppo. Appena adolescenti, si armeranno, diventano pandilleros e molti di loro moriranno nei conflitti a fuoco con la polizia o tra le bande giovanili, le pandillas, che si spartiscono il territorio.

Al mattino Eric, Bonnie e Juan li cercano nelle viuzze, gli propongono di venire a mangiare nella ‘casa filtro’, a fare una doccia. Sanno muoversi, conoscono tutti i vicoli, sanno come avvicinare i ragazzini: sono stati anche loro nella strada. Oggi lavorano per il progetto Los Quinchos, creato venticinque anni fa da una professoressa sarda che era venuta per vedere la vittoria dei sandinisti: il viaggio era alla fine, stava per tornare in Italia: aveva già visto i bambini di strada che sniffano la colla e cercano di sopravvivere, molti in Messico e in Guatemala: una sera vicino all’hotel Intercontinental ne aveva incontrati tre molto piccoli, che dormivano in una ruota di camion.
“Che ci fate qui?”. “Ci viviamo”. Li aveva portati a mangiare, ma al momento di lasciarli aveva deciso che doveva tornare in Nicaragua e fare qualcosa: tutto ciò era intollerabile.

Quattro anni dopo, nel 91, con qualche soldo raccolto tra gli amici di Cagliari, era tornata e non se ne è più andata. Si chiama Zelinda Roccia, un nome che sembra lo pseudonimo di un’artista di circo. E’ molto intelligente, amorevole e tostissima al tempo stesso. Altrimenti non ce l’avrebbe fatta.

Tra mille difficoltà, dolori e soddisfazioni, oggi dalla ‘casa filtro’ quelli che vogliono provare a lasciare la strada vanno a vivere in campagna a San Marcos, in una fattoria a un’ora da Managua: vanno a scuola, imparano mestieri, alcuni tornano nella strada, nella droga, nella criminalità. Molti trovano la loro di strada, c’è chi si è laureato. Un’altra casa accoglie le bambine, una terza è in un’altra città.

Ho lavorato con loro per un breve periodo, un corso di psicosintesi per educatori: non sapevo davvero se potesse essere utile, forse sì, visto il grande coinvolgimento. Lo è stato certamente per me: ho fatto anche degli incontri individuali, raccogliendo storie terribili , che mi facevano chiedere dove sarei io se avessi vissuto la metà di quello che è capitato loro.

Straordinaria capacità di resilienza, di non perdere la propria umanità, di fare della propria tragedia lo strumento per essere educatori, visto che dalla strada vengono e sanno di che parlano i bambini: si chiamano Los Quinchos, “nunca mas un nino en la calle” è il progetto, vivono grazie al lavoro di Zelinda, degli educatori e dei comitati italiani che li sostengono, a Firenze, Bolzano, Brescia, sull’Adda, Cagliari.


L'universo crea Dio

14-04-2014

L' universo è cresciuto e vuole farsi Dio
Essere santi senza Dio, questo è l'unico problema concreto che oggi mi interessa.

A.Camus

La psicosintesi ti accompagna alle porte del mistero, poi le varchi da solo. Questo insegnava Assagioli. Il cammino della realizzazione del Sé si colora in tanti modi, prende tanti nomi . Ma Assagioli ha anche scritto di un sé Universale, di un inevitabile processo evolutivo di sintesi. Quanti di noi ne parlano agli allievi ? Timore di non essere “scientifici”, di urtare la sensibilità religiosa, che nella nostra cultura é prevalentemente cattolica .
Dio che si fa uomo, uno e trino, il Padre che sacrifica il figlio. Di tutti i miti quello cristiano mi pare il più bello, il più complesso, il più felice dal punto di vista letterario. Incontra il bisogno di sacro, incontra le domande più spinose sul rapporto tra divino e umano, con una acrobazia creativa che il buddismo evita del tutto, rifiutando semplicemente di rispondere a certe domande. Ma non mi ha mai convinti fino in fondo, l'ho affiancato ad altri miti, ad altre cosmogonie.
Guidavo, una mattina come tante, accompagnate dalle riflessioni di un teologo , Tocci Michelin, che mi ha donato questa frase di Camus, su cui ha riflettuto a lungo , e come lui Enzo Bianchi, il priore di Bose. . E dopo tanti anni di dubbi, di spiritualismo agnostico, di universalismo relativista, d'improvviso mi è parso che le mie idee si accomodassero tra di loro, come in un incastro. Ma certo, non c' è nessun creatore dell'universo, è l'universo stesso che si crea, in una continua crescente complessità , tra mutazioni casuali, caso e necessità e , sempre più , INTENZIONE, l'intenzione che nasce dall' evoluzione della coscienza, puntini luminosi che crescono sempre di più sia in quantità che in intensità. Alcuni di questi diventano pezzi fondamentali del puzzle, ordinano attorno a sé altri pezzi, chiariscono il disegno generale ;ne nascono conglomerati luminosi, organi più complessi di coscienza, : li chiamano religioni, tradizioni sapienziali e sono satelliti nell'orbita di grandi coscienze. Certi periodi sono più favorevoli, in zone lontane dell'universo se ne accendono alcune che si chiamano Cristo, Budda, Maometto, Shankaracharia, Essi stessi si ingannano, parlando di un dio che sono loro stessi. Non so se lo fanno intenzionalmente, per aiutare coscienze più semplici. Il Simorgh, la fiaba persiana, lo dice in chiaro :moltissimi uccelli partono per un lungo viaggio alla ricerca del loro re. Ne arriveranno solo trenta: il Re degli uccelli sono i trenta uccelli che arrivano a destinazione. Il Simorgh sono loro: la cellula si scinde e si moltiplica fino a diventare un individuo cosciente, se la complessità continua quest' ìndividuo si connette ad altri, l'interdipendenza, la vacuità, l'' amore universale ne sono la manifestazione. E quindi cresce la coscienza , con essa la volontà di amore : come si può, se evoluti ,odiare se stessi ? E l'altro, chi è ? La formica che capisce il formicaio lo guida verso nuove forme. E' l'universo che crea Dio, in un processo laborioso, pieno di errori, perché scopre poco a poco il suo piano e lo modifica. “ Mi interessa capire come pensa Dio, il resto sono dettagli”. Questo scrive Einstein. E' come il bambino che si chiede come funziona il suo corpo e fa ipotesi, non parliamo poi della psiche che lotta per capire se stessa. Ecco perché i lumini, quelli più avanti, gli iniziati, insistono sulla coscienza di gruppo. Al liceo, quando le “spiegazioni “ sull'esistenza di Dio si susseguono l'una dopo l'altra, e , se non ci annoiavano di certo ci confondevano, mi parve che Spinoza fosse quello che più mi diceva ciò che confusamente pensavo. E mi torna oggi, quaranta anni dopo, grazie a un cd messo nell'autoradio per avere un po' di compagnia intelligente.


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