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Psyche

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Psyche, dove attraccano le barche che portano psicologia nelle forme più diverse: lì si troveranno la psicosintesi di Roberto Assagioli e l'etnopsichiatria, l'antropologia e le psicologie altre.

Bob Dylan, quelle lettere d’amore che Françoise Hardy non lesse mai

24-04-2018

È una strana storia Bob Dylan, non finisce di stupirci da decenni. Il proprietario del bar dove si rifugiava a scrivere da ignoto adolescente, raccoglie le lettere mai spedite che Bob scriveva a Françoise Hardy.

Lei cantava “Tutti i ragazzi che han la mia età se ne vanno mano per la mano”, con una grazia struggente, un po’ eterea, per di più a piedi scalzi. Bob – che immagino brufoloso e non ancora star – ne fa la sua Beatrice, giustamente irraggiungibile, tanto che le lettere finiscono appallottolate nel cestino del bar. Qua c’è il colpo di scena: il barista – che deve avere intuizioni paranormali – le conserva per decenni e quando muore saltano fuori. Lui aveva già capito che avrebbe preso il Nobel per la letteratura, mica il Telegatto.

Capita non di rado che si scelga come oggetto d’amore una star e – se non si precipita nell’incubo dello stalking – è un modo romantico di innamorarsi dell’Amore. Così possiamo proiettare con comodo e senza rischi tutte le nostre fantasie sull’uomo o sulla donna ideale. Meglio se irraggiungibile; anzi, è bene che resti tale, perché nessuno è all’altezza delle nostre fantasie.

Qua però arriva un nuovo colpo di scena: passano gli anni, Françoise Hardy adora le sue canzoni, ormai è famoso. È il 1966, viene sapere di un suo di un suo concerto a Parigi e fa di tutto per andarci: sta girando un film e convince con molta fatica il regista a darle un permesso. È fatta. Dylan non è più Bob, ha il fascino del poeta scontroso e geniale, sta con donne bellissime e – guarda caso – cantanti. Mi ha anche soffiato Joan Baetz che amavo prima io, dai tempi di Woodstock.

La immagino arrivare trafelata ed emozionata, piena di aspettative. Una visita in camerino, complimenti reciproci e vai, si parte. Ma lui le pare così magro da farle sospettare una malattia terminale, il concerto è deludente, perfino brutto, le loro strade si dividono di nuovo, temo per sempre. Tutto questo lo racconta lei, ora che sono saltate fuori queste lettere non spedite. Ci va giù duro la cantante-attrice – direi anche con poca eleganza – in un’intervista radiofonica.

Dylan si offenderà? Se non rispondeva ai signori che lo cercavamo per dargli il Nobel, credo che non risponderà neanche a lei. Peccato, la storia avrebbe riempito paginate di riviste sugli amori delle star, anche se un po’ anziane, sono passati cinquanta anni. Maria De Filippi avrebbe sognato di portarli nelle sue trasmissioni: l’amore ritrovato.

Ma anche nel caso di una devozione artistica è meglio fermarsi all’opera, chi la crea spesso può deluderci.

Sarei andato a piedi a incontrare Hermann Hesse e non mi avrebbe fatto piacere scoprirne la tirchieria o la freddezza con i figli. Francesco De Gregori ama la musica di Dylan al punto di aver tradotto e cantato in un disco le sue canzoni. Si è poi ritrovato con lui al Summer Festival di Lucca, cantavano nella stessa serata ma separati. Ha avuto la saggezza di scappare la mattina dopo senza incontrarlo. Pare che Dylan volesse conoscerlo. Si contenti di scoprire le sue canzoni. Gli idoli vanno adorati da lontano.


Negozi senza cassa, home banking e scimmie clonate. Dove finiscono le persone?

09-02-2018

La scomparsa dell'umano

Entri nella banca dove sei cliente da sempre: all’ingresso una macchina, dove si spera tu ti fermi per fare ciò che sei venuto a fare. Se passi quella porta trovi un impiegato che ti porta a un’altra macchina, a fare l’operazione che una volta faceva lui. Uno solo, in trincea, a difendere la banca dai clienti. Non usi l’home banking?

Hai un problema con la Vodafone, ci metti giorni a raggiungere un umano dell’assistenza, dopo innumerevoli attese, algoritmi decisionali, musichette che si concludono con l’invito a riprovarci.

Amazon crea il negozio senza cassieri.

Posti di lavoro che scompaiono, ma dove finiscono quelle persone? Davvero si crede che questo sia efficienza? Risparmio sì, ma efficienza vera no. Noi siamo animali sociali, vogliamo discutere col libraio, scegliere l’impiegato di banca che ci sembra più bravo o più simpatico, essere visti ed ascoltati.

E ora la riflessione su una notizia che sembra non c’entri: la clonazione delle scimmie cinesi. Gli studi di Harlow sulle scimmie separate alla nascita dalla mamma sono di molti anni fa: le scimmie abbandonate non riuscivano a prendersi cura dei piccoli, avevano seri problemi ad accoppiarsi, erano insomma psicologicamente malate. Come saranno quelle clonate? E perché si fa questo? Per mangiarle? Per i “pezzi di ricambio? Come prova verso obiettivi più ambiziosi?

Mi pare ovvio, considerando la vicinanza genetica con le scimmie, che qualcuno stia già clonando gli umani. E magari proprio in Cina, dove essere individui è poco gradito. E che ne faremo di questi umani? Mi vengono in mente i soldati di terracotta, l’armata dell’imperatore nel mondo dei morti. Mi vengono in mente le tute tutte uguali.

Il mito di Frankestein che si avvera. Con gli stessi esiti, immagino.

Colpisce anche che quando fu clonata la pecora Dolly il dibattito fu ampio; stavolta la notizia è stata dimenticata alla svelta, soppiantata dalle analisi delle liste, dalle promesse elettorali. A proposito, propongo di non votare chiunque voglia ridurre le tasse, spendere soldi che non ci sono ed elargire mance varie. Ci si rivolge al particulare perdendo di vista il collettivo, cioè una volta di più le persone.

E che dire dell’indifferenza per i morti nel Mediterraneo: ci preoccupano quelli che arrivano, anche con buone ragioni, non quelle donne e quei bambini. Nessuna empatia, non proviamo neppure a pensare cosa significa indebitarsi per mandare via un “minore non accompagnato”, perché si salvi. Ho un figlio di sedici anni: provo a pensarlo su un barcone che lo porta che so, in Spagna, con 300 euro in tasca.

Ci giriamo dall’altra parte. Ogni mattina incontro di fronte al bar Wisdom, un ragazzo nigeriano. A volte ci parlo e gli offro la colazione, a volte me ne libero con una moneta, a volte spero che non ci sia o passo di fretta con un cenno stiracchiato di saluto. Quindi non so più se sono di destra di centro o di sinistra, se sono cristiano, buddista o menefreghista; dipende dalle giornate. Vorrei fargli fare qualche lavoretto invece di dargli monete umilianti, ma temo poi di trovarmelo sempre sotto casa. Sento che la scomparsa dell’umano è un virus che porto in me.


Dr. Dalai Lama, psicologo in Pisa

27-09-2017

Dr. Dalai Lama, psicologo in Pisa

Chi se lo sarebbe immaginato mai di vedere il Dalai Lama in tocco e toga per ricevere la laurea honoris causa in psicologia clinica e della salute? Eppure questa non è la solita onorificenza formale data, oltre che a chi la riceve, a chi la conferisce. Mica male avere un altro Nobel tra i propri laureati, alla faccia dei cinesi che cercano sempre di mettere i bastoni tra le ruote a ogni iniziativa che coinvolga il leader spirituale dei buddisti.

Il Dalai Lama lo merita perché da molti anni promuove il confronto tra scienziati occidentali e la cultura filosofica e spirituale tibetana che, nel corso di venticinque secoli, ha elaborato una raffinata psicologia.

L’Università di Pisa e l’Istituto Lama Tzong Khapa hanno messo a confronto fisici, neuroscienziati, filosofi occidentali e pensatori tibetani: il tema era la scienza della mente e in particolare il problema della coscienza: epifenomeno del funzionamento del cervello o entità che “usa” il cervello? Ipotesi dualistica o riduzionismo? Se ne dibatte da decenni e lo sviluppo delle tecniche di studio del cervello fanno rapidi avanzamenti.

Sotto questo aspetto è stata interessantissima la presenza del francese Matthieu Ricard, monaco buddista laureato all’Istituto Pasteur in genetica delle cellule, diventato popolare per essere indicato come “l’uomo più felice del mondo” dopo che gli scienziati hanno riscontrato un livello di attività mai registrato prima nella zona del cervello connessa con l’emozione positiva e la una particolare capacità di orientare la mente a piacimento durante la meditazione. Erano presenti anche gli scienziati che hanno esaminato Ricard.

La pratica millenaria della meditazione si sta sempre più diffondendo, anche se viene talvolta banalizzata e commercializzata.

Inserire il fenomeno della coscienza nel paradigma quantistico è un’ipotesi di ricerca che può consentire grandi passi avanti. L’interdipendenza di tutti i fenomeni dovrà per forza includere la mente. Roberto Assagioli, 50 anni fa, ipotizzava per la Psicosintesi lo sviluppo di una psicoenergetica che includesse fisica, chimica e psicologia.

Detto questo, si sono proposti diversi modelli epistemologici per inquadrare il fenomeno coscienza, ma siamo ancora ben lontani da una comprensione piena.

I tibetani, che hanno seguito la via dell’introspezione per osservare la mente, possono dare un contributo formidabile.

Mi resta anche un’osservazione sorridente, non troppo diplomatica, del Dalai Lama: “La psicologia occidentale è ancora al kindergarden, giardino d’infanzia”. Temo che abbia ragione, ma quindi abbiamo ancora tutta la vita davanti e il contributo del nuovo collega neolaureato a Pisa sarà prezioso.

(La foto è tratta dal sito dell’Università di Pisa)


Bolivia: guaranì, non chiamateli indios

29-06-2016

Bolivia: guaranì, non chiamateli indios

CuevoBolivia del sud: che ci fanno un frate di Chiusi della Verna e un artista medico fiorentino? Ci fanno sanità, ci fanno educazione, ci fanno arte. Siamo una zona rurale povera, dove vivono molti Guaranì. Ricordate Mission, con Jeremy Irons nelle parti del prete e De Niro nelle parti del capitano Mendoza, cacciatore di indios pentito? Indios è l’appellativo generico e sbagliato dei conquistadores. L’errore di Colombo fa sì che tutte queste popolazioni indigene che hanno nomi, lingue, tradizioni e cosmogonie diverse, finissero sotto questa etichetta che a noi sembra innocua, a loro dispregiativa. Alla fine, i Guaranì si vergognavano della loro identità “inferiore”, assumevano nomi spagnoli e non insegnavano più la loro lingua ai figli, per favorirne l’integrazione.

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Quando il francescano, Tarcisio Ciabatti, di Chiusi delle Verna è arrivato qui, quaranta anni fa, “i bambini morivano come le mosche, i vaccini non glieli faceva nessuno”. Bisognava cominciare da lì. Con l’aiuto dei medici dell’Università di Firenze e Catania, è stata creata una scuola di formazione paramedica. Maestri guaranì si sono fatti assumere nelle fattorie dei latifondisti e la notte insegnavano, segretamente, di nuovo, lingua e tradizioni alla loro gente. La stessa chiesa che li aveva traditi li ha aiutati. Prima di tutto la sopravvivenza, poi l’educazione, e infine l’arte. E’ un popolo che ha il dono della musicalità, sono rinate le scuole di musica e liuteria. Si suona musica barocca “moderna”, non solo quella portata dai gesuiti. I guaranì dicono convinti che violini e viole sono strumenti tradizionali indigeni:

I guaranì, che vivono in BoliviaBrasile e Paraguay, sono stati massacrati non solo dagli europei, ma anche dai latifondistiche gli hanno rubato le terre e li hanno resi schiavi nelle loro fattorie. In una chiesa vicina a Cuevo ho visto la statua di un cavaliere spagnolo che schiaccia, sotto le zampe del cavallo, un nativo, pronto poi a trafiggerlo. La stessa chiesa che li aveva traditi ha contribuito a un riscatto della loro identità. Padre Ciabatti, ottanta anni, dice che c’è una religiosità molto più profonda della nostra, fatta di grande comunione con la natura. La cosmogonia della Tierra sin mal è un mito magnifico e complesso. Tra i medici di Firenze c’è Mimmo Roselli, artista di fama internazionale. Perché non creare una scuola d’arte di alto livello? Non solo musica e tessitura, ma arte visuale contemporanea. I Francescani ci hanno creduto e in una missione restaurata c’è stato il primo festival internazionale di arte, per lanciare il progetto.

Roselli ha invitato scultori, pittori e artisti visuali a passare tre settimane a Santa Rosa de Cuevo. In questo spazio suggestivo, strappato all’abbandono, hanno lavorato gratis per creare opere con i materiali locali, che rimangono sul posto. La mattina da soli, il pomeriggio facendo partecipare gli studenti del posto al loro lavoro, insegnando, spiegando. Artisti coreani, brasiliani, caraibici, giapponesi, boliviani e naturalmente Mimmo Roselli, con le sue funi che tracciano nuovi spazi, esposte a Venezia come a New York. Dapprima sono arrivati i bambini, poi gli adolescentipoi gli anziani del paese. Io ho fatto scrittura creativa e autobiografica con i ragazzi della scuola superiore. Quando hanno esposto i loro scritti al festival hanno inaspettatamente decorato i fogli con una finezza straordinaria: anche la scrittura è diventata arte visuale.

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Si spera che il governo di Morales apra una scuola d’arte permanente. L’arte si fa con tutto e dappertutto, dice Roselli. La prima sera del festival faceva freddo, per arrivare alla missione bisogna camminare tre chilometri nella notte. Quando tutto il paese è venuto alla rappresentazione teatrale, ai concerti, all’esposizione, ho capito che l’artista medico e il frateavevano vinto la loro scommessa visionaria. Da queste parti è stato ucciso Che Guevara, c’è chi da bambino lo ha incontrato, ma questa è un’altra storia.


Metropolitana di Milano

01-12-2014

In piedi nella calca si leggono lepubblicità. Mi colpisce l’immagine di una cicala e l’esortazione: “Vivi da cicala, tanto c’è l ‘Outlet dei funerali'; 1.499 euro tutto compreso”. Insomma, spendi tutto, o al massimo lascia questa piccola somma per gli eredi e muori soddisfatto.

Il termine outlet è geniale, dà già l’idea del grande affare, effettivamente il prezzo è conveniente, tutto compreso, ed evita quelle scene penose del parente, magari figlio o moglie, a cui vengono proposte bare che costano quanto automobili di piccola cilindrata dalle classiche agenzie funebri, quelle che sanno prima di te che sei morto, e guardano il parente affranto con una espressione leggermente disgustata e colpevolizzante se uno timidamente dice:per me è troppo cara. In un film di Verdone ho rivisto la grottesca, macabra trattativa e ho riso un po’ verde; non era troppo lontano dalla realtà. Per inciso, spesso le bare arrivano dalle foreste indonesiane e consentono ottimi guadagni.

Mi chiedo se, come in ogni outlet, ci siano dei periodi in cui i saldi sono più convenienti, in maniera tale che il cliente si possa organizzare per finire i soldi al momento giusto, o decidere di sopravvivere finché morire non è un affarone. Oppure potrebbe essere congelato e portato all’agenzia quando i prezzi calano.

Del resto un tradizionalista geniale, Guido Ceronetti, scrive nel suo ultimo libro L’occhio del barbagianni che i funerali di oggi sonofrettolosi, è scomparsa la ritualità complessa che aiutava i parenti e forse il morto nel suo passaggio nel mistero: “affrettati, ridotti al minimo, paternoster da telefonino, abolita la veglia, una corsa dal frigorifero al cimitero”.

Il frigorifero della cicala, che pensa solo a sé. Sia chiaro: la formica della favola è piuttosto antipatica, saccente, invidiosa e vendicativa, ma non esageriamo col consumismo funebre. Forse Ceronetti ha letto il messaggio sulla metro. Non credo, ma con le antenne dell’artista è come se lo avesse fatto. Accanto, proprio accanto, nello stesso vagone, un’altra agenzia si rivolgeva ad altri clienti, ma di un target assai differente: gli ecologisti puri, a cui veniva assicurata una bara in legno naturale, senza alcuna vernice chimica. Questo faceva morire l’ecologista più sereno, non ne dubito, e lo rassicurava dell’impatto zero su Gaia, il nome della terra come dea nella mitologia greca. E così si parla di Gaia funeral, l’intenzione è buona ma l’effetto un po’ stridente, paradosso cercato ma non tanto riuscito. Devo dire che non ho visto nessuno appuntarsi i numeri di telefono e quando sono riemerso alla luce dall’Ade metropolitana, ho ricordato la fiera bellezza dei funerali indiani, la cura del passaggio dei tibetani, il persistere soprattutto al sud di tradizioni che aiutano i parenti del defunto, magari portando il cibo per giorni.

E mi è venuto in mente Matteo, un novantenne che viveva in un’isoletta croata priva di alberi, Uniye in cui in molte soffitte si teneva una bara, viste le difficoltà di approvvigionamento. I proprietari erano giovani e Matteo, loro amico, chiese se gli potevano vendere la bara.

I ragazzi volevano regalargliela ma bisognava essere sicuri che andasse bene: Matteo era piuttosto alto. Una sera venne a provarla, ci si distese a braccia incrociate. Gli stava benissimo, convenimmo tutti che era perfetta e di notte attraversammo il paese trasportando a spalla la bara vuota, mentre Matteo la seguiva. Morì due anni dopo.


Identità nazionale, cultura e paura

07-05-2014

Fino a 30 anni fa identità nazionale e culturale coincidevano, le minoranza c’erano ma i numeri esigui non erano tali da mettere in crisi nessuno. Le grandi immigrazioni dall’Africa, dall’Albania, dall’Europa dell’Est ci hanno colti impreparati, come al solito, come era accaduto negli anni sessanta per le immigrazioni interne. La percezione dell’altro come diverso , forse pericoloso, e’ stata facilitata dal colore della pelle, dalla lingua, dalla religione , dagli usi diversi.

Il fatto poi che importassimo anche una certa criminalità ha avuto un impatto emotivo formidabile, in una percezione di pericolosità molto sproporzionata rispetto alla realtà.

Oggi secondo stime confermate da più fonti ci sono forse 400000 persone che sulle sponde libiche aspettano di imbarcarsi . Poiché ormai tutti i migranti sanno i rischi che corrono, è evidente che la disperazione che spinge questa migrazione è talmente grande da renderla inarrestabile. Cosa dobbiamo fare ? Le dighe legali o poliziesche non fermeranno uno tsunami. Lo scandalo delle rivolte con le bocche cucite, le attese interminabili nei centri di accoglienza li abbiamo rapidamente rimossi. Ci si arrocca in identità localiste per paura di perdere la propria, di cedere terreno. Le identità culturali ci sono e sono ricchezza, ma quando diventano identificazioni, stampelle dell’io, sono un pericolo psicologico, anzitutto per chi le vive. E dal pericolo psicologico al pericolo sociale il passo è breve. Pensate alla caccia all’assassino forestiero per Yara.

Oltre ai provvedimenti legislative e all’ accoglienza possibile l’Europa deve attrezzarsi culturalmente : altri paesi hanno già fatto questa esperienza con le ex colonie, e nessuna ricetta è facile.

Negli anni settanta c’era qualche studente eritreo nelle scuole  : erano pochi , bene integrati nelle classi. Uno di questi, Brahn Tesfa è diventato scrittore ed editore: ha scritto un libro spigoloso , Specchi sbagliati” (edizioni SUI), che mi ha fatto molto riflettere, al di là di ogni considerazione letteraria. E’ una storia di seconda generazione, che racconta il conflitto degli adolescenti nati e cresciuti in Italia con se stessi, con la loro famiglia, con gli Italiani più o meno consapevolmente razzisti ( imbarazzismi è il neologismo di un medico del Togo, Kossi Komia Ebrè) . Essere integrati non vuol dire essere assimilati, occorre un confronto e una condivisione, dove le differenze, le frontiere culturali siano non solo separazione ma anche suture, partendo dal considerarsi terrestri prima di italiani, marocchini e albanesi.

Nei tempi di crisi economica ci si incattivisce, i linciaggi dei neri nel sud degli Stati Uniti aumentavano negli anni di carestia, quando i bianchi poveri si trovavano ad essere nella stessa condizione di miseria dei braccianti neri. La vera integrazione riguarda tutti e richiede differenze, conoscenza, mediazione culturale e condivisione, Molto passa attraverso la condivisione del cibo e del sacro. Ma di questo bisognerà parlare un’altra volta.


Il corpo forzato

07-05-2014

Discussione sulla bellezza fisica dalla Bignardi, a Le invasioni barbariche. Una chirurga plastica che sembra Jackie Kennedy imbalsamata sostiene che le persone la fanno non per diventare diverse da ciò che sono, ma per essere pienamente se stesse, normali . Peccato che parli delle se stesse che erano venti anni prima : “ combattere l’invecchiamento, proibito imvecchiare”. Una guerra che si perderà sicuramente e farò un solo prigioniero : chi la combatte. Gli effetti sono spesso disastrosi : Berlusconi sembra un vecchio mandarino cinese, Laura Antonelli distrutta fa causa al chirurgo.

Si comincia presto : le ragazze chiedono un seno terza misura per il diciottesimo compleanno, mamme magari liftate e nonni dai capelli corvini pagano.

Vecchio è un insulto, e lo si ammette solo quando si è decrepiti. “Sono già un uomo vecchio, ho molti nipoti”, mi diceva orgoglioso un contadino peraltro in ottima forma, in Indonesia : avrà avuto sessanta anni, e ci stava bene dentro. E Anna Magnani raccomandava al truccatore di lasciarle le rughe, che ci aveva messo una vita a farsele.

Una volta feci un viaggio in treno con due trans che da Bari andavano a Firenze : uno voleva il mento più tondo, l’altro le labbra turgide. Era il terzo intervento dell’anno per tutti e due: “ho speso ventimila euro e poi magari piglio una mattonata in faccia “ . Essere nel guado dell’identità non è cosa facile.

Ma ci sono altre maniere di ridurre il corpo a un forzato in catene : nella sua bella autobiografia, Open, il tennista André Agassi racconta che a venti anni ha già il polso destro usurato e la schiena a pezzi per i feroci allenamenti a cui lo ha sottoposto fin da bambino il padre padrone. La descrizione dei dolori prima e dopo una delle ultime partite sembra racconti un vecchio caduto dal secondo piano. E ha 36 anni.

I cicloamatori della domenica si dopano, i body builder delle palestrine di provincia prendono gli steroidi, . Il corpo forzato non prevede futuro o si ancora al passato. E i calciatori si ammalano di strane malattie a carriera finita.

Dietro l’ossessione del presente bello e vincente si nasconde , neppure troppo bene, la paura della morte.


La Psicologia è razzista?

14-04-2014

Secondo me lo è e neppure lo sa. Molti manuali la fanno nascere come disciplina autonoma col primo laboratorio di psicologia sperimentale, creato a Lipsia da Wundt nel 1879. Altri si rifanno ad Aristotele, che scrisse il De anima, circa ventiquattro secoli fa. Europa insomma.

E gli altri ? Intendo i primis il mondo orientale : in India, in Cina,in Tibet,  in Giappone sono state elaborate raffinatissime psicologie, e prassi molto sofisticate ed efficaci per trasformare la mente. Nei miei anni universitari non ho trovato traccia di questi saperi , di questi saper fare.

Dell’Africa sappiamo ancora meno, eppure qualcuno ha paragonato la cultura Dogon  per complessità e raffinatezza a quella greca classica : se ne sono interessati gli etnopsichiatri , in Italia  Piero Coppo , Lelia Pisani e altri. Abbiamo molto da imparare dai dispositivi di cura  dele altre culture, e inoltre le immigrazioni ci portano in casa altre visioni del mondo, che gli psicoterapeuti fanno fatica a  capire e quindi a curare.  Certo non possiamo essere esperti di tutto, ma si tratta di costruire un approccio con l’altro e col suo mondo meno arrogante, meno limitato.

Ma per ora  l’etnocentrismo, per cui il bianco occidentale crede di portare il lume della conoscenza,   prevale, anche se non osa più dichiararsi esplicitamente. Spesso non si sa neanche di essere infettati da questo virus. Si crede di fare scienza, ed è scientismo. Nella medicina è ancora più evidente ; si snobbano pratiche terapeutiche cha sono fondate su esperienze millenarie.

Per fortuna ci sono le eccezioni : Jung , Assagioli che ingloba nella psicosintesi molti concetti e pratiche della tradizione orientale e non solo. L’importante è il confronto senza gettare alle ortiche il nostro sapere , la nostra identità, perché esiste anche questo rischio di segno opposto : trapiantare pratiche sciamaniche sudamericane o siberiane completamente fuori contesto, in lucrosi fine settimana. Anche la psiche, e forse soprattutto la psiche, come merce da vendere, magari contraffatta


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