“All'isola le bottiglie con i messaggi vanno e vengono. Credo che dovrò punire il mio servitore.”
Vento Di Mare
Il monaco di vetro - estratto
L'alba schiariva poco a poco i contorni
della cella. Ignazio sentiva la noia di un giorno nuovo; si alzò malvolentieri
e andò subito ad affacciarsi alla finestra. "L'inverno
non vuol mai finire quest'anno", pensò. Nei campi d'intorno
al convento c'era ancora la brinata. Era tutto intorpidito e per svegliarsi
si sciacquò vigorosamente il viso con l'acqua gelida della bacinella.
Avevano già suonato la campana della meditazione mattutina;
doveva affrettarsi se non voleva incorrere in un richiamo. Nel portico
non c'era nessuno, forse sarebbe stato davvero l'ultimo, quella mattina.
Ma il portone della sala di meditazione era aperto, ancora in tempo.
Entrò a capo chino e si avviò al suo posto che per fortuna
era negli ultimi banchi; si sarebbe notato meno il suo ritardo. Per
la corsa e la paura aveva il fiato grosso. Guardando in basso cercò di
calmare le sue emozioni, respirando lento; ignorò volutamente
un novizio che, da sinistra, gli rivolgeva uno sguardo di saluto. Era
già abbastanza distratto quella mattina. Suonò la seconda
campana e fu chiuso il portone.
Come sempre pensò che era strano che una porta alta quasi tre
metri di massiccio castagno si chiudesse senza un minimo rumore, quasi
che anziché sui cardini girasse sull'aria. Notò soltanto
che le fiamme delle candele di fronte a lui tremolavano un po'.
Dopo qualche minuto di silenzio la giornata degli
allievi cominciava con un canto; uno dei superiori lo intonava, gli
altri suonavano gli antichi strumenti.
L'inno riempì la sala, quaranta voci che non sembravano appartenere
a nessuno in particolare, ma essere il suono stesso di quelle mura,
tanto era potente e solido.
...
Rotolo era un maestro straordinario per uno come lui, che doveva imparare
tutto, perché quel mondo gli era più estraneo che a un
bambino. Gli camminava sempre a fianco in silenzio con gli occhi bassi,
proprio come faceva alla Scuola quando era con qualche anziano; avrebbe
voluto vincere quell'abitudine sciocca, ma di guardarlo in faccia proprio
non gli veniva naturale. Si contentava di osservarne l'andatura strana,
tutta ballonzolante sulle punte, agile a dispetto della grassezza.
Spesso Rotolo agguantava il flauto e ci dava dentro con quanto fiato
aveva; un disastro, non ne sapeva cavare tre note in fila. Gli bastava
trarne dei suoni ed era tutto soddisfatto, anzi voleva pure i complimenti: "Mica
male, eh? Pensa che lo suono solo da due mesi". Era anche questa
una prova di quella sicurezza di sé che affascinava tanto Ignazio: "Ecco
come sono quelli di fuori - pensava - non come me, sempre pieno di
dubbi e fisime". Diventare così, questo era il suo obiettivo;
poi avrebbe potuto affrontare ogni cosa. Bellissimo, ma se ne sentiva
lontano come dalla Cina.
Dovunque andassero Rotolo conosceva qualcuno.
La prima notte ad esempio si erano fermati a un casolare.
Il contadino sembrava scontroso, ma li aveva fatti entrare e durante
la cena Rotolo aveva fatto ridere tutti, soprattutto la figlia dell'uomo.
Il bimbo più piccolo lo guardava invece con occhi tondi di stupore,
che a Ignazio ricordavano la sua reazione quando lo aveva conosciuto.
Ecco, era come quel bimbo, quanto a esperienza del mondo. Non così sciocco
comunque da non accorgersi che Rotolo cercava di piacere alla figlia
senza ingelosire la madre e senza insospettire il padre.
Quando ebbero finito la cena in cui Ignazio non aveva
aperto bocca, Rotolo, prima che il contadino potesse dir nulla, lo
anticipò : "Il mio aiutante può benissimo dormire
nel pagliaio, è abituato", sottintendendo così che
per lui era certo pronto un alloggio più dignitoso.
Marito e moglie si lanciarono uno sguardo di dubbio,
poi lo sistemarono in casa. Ignazio mentre si accomodava sulla paglia,
pensò che di sicuro Rotolo avrebbe trovato la stanza della ragazza
nella notte. Fosse stato più sfacciato, al mattino dopo glielo
avrebbe chiesto; per timidezza si tenne la curiosità, e chi
ne soffrì di più fu Rotolo, che moriva dalla voglia di
essere indiscreto. Il contadino li accompagnò fino alla strada,
contento dell'unguento per le piaghe che Rotolo gli aveva regalato.
Dovunque si fermassero, Rotolo aveva qualcosa da vendere: pozioni contro
gli eczemi, l'impotenza, la caduta dei capelli e quasi ogni altro male
che fosse possibile immaginare. Con la sua lingua sciolta riusciva
a conquistare quasi tutti, e spesso Ignazio aveva ammirato il modo
in cui portava il pubblico a mettergli il denaro in mano quasi di forza,
senza neppure sapere esattamente che cosa stava comperando. Faceva
anche altri commerci più misteriosi, di cui lo teneva all'inizio
completamente all'oscuro.
...
...Al mattino uscì presto, ma già la piazza era piena,
e bisognava farsi largo spingendo tra la folla; moltissimi erano i
fedeli venuti dalle campagne, seri e goffi nelle vesti della festa.
Il suo sguardo esercitato gli permise di trovare subito tra la folla
i soliti volti di tante altre piazze: tagliaborse, puttane con i loro
mezzani e gente come lui. Era tempo che si rimettesse a lavorare, perché gli
erano rimasti pochi denari; aveva ancora la merce che il Nano gli aveva
alla fine donato. Girò lento la piazza, in cerca di un androne,
un posto appena fuori vista, che facesse al caso suo.
E si trovò di fronte Rosa, appena a pochi passi. Tutto gli sparì d'intorno,
solo gli occhi azzurri di lei sgranati nei suoi, e niente più mura,
né gente, né piazza, tutto sparito attorno a loro, mentre
si camminavano incontro piano, come per paura di sciupare tutto. Quando
furono l'uno di fronte all'altro, fu lei che gli prese le mani, e se
le poggiò sui fianchi. Nessuno dei due osò parlare, per
paura di perdere qualcosa di quel momento; ma camminarono sicuri attraverso
la folla, salirono le scale della locanda di lei soli come su una montagna
e si amarono subito, serenamente, con dolcezza. Rosa ritrovò se
stessa, diversa da come si credeva, da come credeva di avere scelto
di essere: tutto ciò da cui era scappata. E capì che
non voleva più fuggire, non c'era più bisogno. Ignazio
non le chiese nulla, gli bastava che lei esistesse, e fosse lì con
lui. I primi discorsi li fecero quando fuori non si sentivano più i
rumori del giorno. Fu Rosa a chiedere: "Cosa ti è successo
da quel giorno? e gli passava la mano in una ciocca di capelli grigi
questi non li avevi". "Vuoi che ti dica tutto, proprio tutto?" Rosa
si sentì gelare dentro, ma fece la voce calma e rispose: "Sì,
tutto". Ignazio parlò a lungo, più di quanto avesse
fatto in tutto il tempo che avevano trascorso insieme nel passato.
Ne aveva bisogno, un desiderio quasi fisico, impellente di aprirsi,
tirare fuori tutto se stesso.
Man mano che parlava il suo discorso prese direzioni
impreviste, gli si chiarirono sentimenti riposti di cui non era neppure
consapevole. E se dapprima questo gli fece anche paura - e si chiedeva
se era giusto - il sollievo che provava vinse ogni sua resistenza.
Disse ciò che credeva non avrebbe mai detto a nessuno, pianse
abbracciato a lei parlando di suo padre. Nell'ansia di sfogarsi non
osservò il volto di Rosa, altrimenti vi avrebbe letto emozioni
contrastanti. Dapprima si era sentita sollevata quando aveva capito
che non c'erano state altre donne, perché è sciocco ma
il dubbio le aveva dato forse il primo momento di gelosia della sua
vita; poi il racconto di Ignazio le aveva fatto scorrere una dolcezza
quasi di madre nelle braccia mentre se lo stringeva al petto. La impaurì scoprirlo
per la prima volta indignato, violento, quando le raccontò del
Nano e dell'ignavia e del tradimento di colui che avrebbe potuto forse
aiutarlo. Ma la rivelazione del vero ruolo del Gran Maestro la terrorizzò,
a lungo cercò di non capire ciò che era fin troppo chiaro.
L'odio di Ignazio solo in quella lotta la strappava dentro, parola
dopo parola; perché aveva paura, ed era lei, proprio lei più di
chiunque altro, che poteva aiutarlo. Non trovava il coraggio né di
tacere né di dire a Ignazio tutto. La paura la prendeva dentro
come una febbre forte, tanto che Ignazio si accorse che stava male
e la fece distendere. Dopo qualche minuto di silenzio Rosa cominciò a
parlare, senza aprire gli occhi, con una voce esile che faceva fatica
a uscire dal corpo.
Andrea Bocconi


