"Gli arcani maggiori sono tappe di un percorso di crescita, simboli potenti di trasformazione. Possono fare molto di più che dirci se troveremo o no la fidanzata , se faremo carriera e magari se vinceremo al lotto."
Queste pagine fanno parte
del libro “Il Matto e il Mondo” di Andrea Bocconi e Patrizia
Lacerna, uscito nel novembre del 2001 per l’editore Nomina, al
quale può essere ordinato direttamente scrivendo a
nomina.ed@mclink.it.
Il matto
Un
adolescente strappa il permesso dei genitori per la prima vacanza con
gli amici in campeggio. Mentre prepara lo zaino sotto l’euforia
scorre un rivolo di inquietudine: sa che è un momento importante,
lo desidera, ma ha paura.
Una persona che soffre psicologicamente si decide
a cominciare una psicoterapia. Esita a lungo di fronte al telefono,
magari rinuncia per settimane, prima di comporre il numero. Un giorno
chiama lo psicoterapeuta. Mentre il telefono da il segnale di libero,
il cuore batte forte.
Una donna imposta la lettera con cui si licenzia
dalla banca, perché ha deciso di dedicarsi completamente all’insegnamento
dello yoga. Esita di fronte alla cassetta.
Uno scapolo molto legato ai genitori firma il contratto
d’affitto del suo primo appartamento: finalmente vivrà da
solo.
Una ragazza decide dopo molti dubbi e sofferenze
di lasciare il fidanzato (o di fidanzarsi).
Tutti abbiamo vissuto qualcuna di queste situazioni,
che mescolano eccitazione e paura. È come prima di un tuffo
dal trampolino, volutamente si perde il controllo, il solido conforto
dei piedi per terra, per lanciarsi nel nuovo.
Il Matto, carta senza numero, è l’unico dei XXII Arcani
Maggiori che ancora vive nei normali mazzi da gioco, travestito da
Jolly, senza neppure un posto nell’ordine delle carte. Anche
il suo valore non è fisso. Chi lo mette in cima, chi all’ultimo
posto, chi tra il Giudizio e Il Mondo.
È
comunque l’inizio del viaggio interiore, un’avventura che
ci elettrizza, ci porta incontro al nuovo e all’ignoto.
“
Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che
lascia ma non quello che trova” ci ammonisce, vagamente minaccioso,
il proverbio. È vero, c’è chi ci prenderà per
pazzi, specialmente se questi cambiamenti non rientrano nelle trasgressioni
socialmente accettabili.
Come nel caso di quel reduce di guerra che, tornato
a casa, non riesce più a vivere la vita di prima: le serate
di baldoria con gli amici non gli dicono più nulla, rinvia continuamente
la ripresa del lavoro nell’azienda di famiglia.
Il padre comincia ad essere nervoso, ma la madre
lo esorta alla pazienza. Un giorno entra in ditta e comincia a tirare
le merci dalla finestra, per la gioia dei passanti: il padre, esasperato,
chiama la forza pubblica e decide addirittura di portare il figlio
in giudizio.
Il veterano di cui parlo si chiamava Francesco d’Assisi e suo
padre, il ricco mercante Bernardone, lo portò di fronte al Vescovo.
Si sa che in quella occasione si denudò pubblicamente per ridare
al padre anche l’ultima veste.
Quali diagnosi psichiatriche si potrebbero utilizzare,
quanta psicopatologia si potrebbe scomodare per un comportamento tanto
bizzarro?
Acting out, disturbo da stress post traumatico, come
minimo. Ma qualcuno potrebbe spingersi fino a diagnosticare la psicosi
acuta. Un folle, insomma. O un santo.
Scrive San Paolo: “Se qualcuno nella vita mondana pensa di essere
un saggio, è meglio che diventi un folle per essere davvero
saggio, perché la saggezza del mondo è follia con Dio.”
Assagioli ha descritto molto bene il conflitto tra
la personalità ordinaria e il Sé, che si manifesta in
profonde crisi esistenziali che precedono, accompagnano e seguono un
risveglio spirituale [1].
La necessità di un significato “altro” può coglierci
anche quando tutto va bene nella nostra vita, come racconta Tolstoi
nelle sue Confessioni: apparentemente la sua vita era invidiabile:
pieno di vigore fisico e intellettuale, famoso, ricco, con una famiglia
a cui era molto legato, impegnato, si direbbe oggi, nel sociale, con
la scuola per i figli dei contadini della sua tenuta.
Eppure “qualcosa di molto strano cominciò ad accadermi.
All'inizio ebbi dei momenti di perplessità, e come se la vita
si arrestasse, come se non sapessi cosa fare o come vivere, e mi sentivo
perduto e disperato. Ma questo passò, e continuai a vivere come
prima.
Poi questi momenti di perplessità cominciarono a ritornare sempre
più spesso, e sempre nella stessa forma. Erano sempre espressi
da queste domande: a cosa serve? A cosa porta? In principio mi sembrava
che fossero domande irrilevanti e senza scopo…… le domande
però cominciarono a ripetersi con più frequenza, e ad
esigere sempre più insistentemente delle risposte; e come gocce
di inchiostro che cadono sempre nello stesso posto andarono a formare
una macchia nera.” [2]
Questo bisogno in Tolstoi non si estinse mai nello
stagno della rassegnazione, fino a dettargli un’ultima disperata
fuga, ormai vecchio, che si concluderà con la sua morte nella
piccola stazione ferroviaria di Astapowo.
La parola crisi si scrive in cinese con l’unione di due ideogrammi
quello che indica pericolo con quello che indica opportunità.
Il Matto cammina con la testa per aria, il cane che lo segue in certi
mazzi sembra trattenerlo dal precipitare, perso com’è nei
suoi sogni, prossimo al precipizio. Ha un vestito strano, pieno di
colori, che sembra quello del buffone di corte, che come ricordiamo,
corre sempre dei rischi, perché è l’unico che dice
la verità al re.
Amicus Plato, sed magis amica veritas: come diceva
Aristotele: “Platone è mio amico ma mi è ancora
più amica la verità.”.
Il buffone con i suoi scherzi smaschera l’ipocrisia, è temuto
per la sua lingua ma è anche necessario ai potenti che si possono
fidare di ciò che dice. Oggigiorno ad esempio si invita negli
spettacoli televisivi più paludati Roberto Benigni, salvo poi
temere la sua comicità irriverente.
Tolstoi sembrò forse preda di una pazzia senile ma non a chi
lo conosceva bene. Che dire allora di Kunga Lengpa, uno yogi tibetano
vissuto nel secolo XVI. Tuttora onorato in molti templi del Tibet e
del Butan. È un vero Matto, che perpetua la grande tradizione
del buffone che si fa gioco di tutti, mettendo a nudo l’ipocrisia
di potenti e religiosi.
L’assoluta libertà di costumi e il suo linguaggio osceno
disorientano chi lo incontra, ma la grandezza delle sue realizzazioni
spirituali è troppo evidente e i veri maestri come Lama Tzong
Khapa lo riconoscono.
È
stato iniziato in grandi tradizioni, ma le ha lasciate
tutte per diventare un Naljorpa, yogi e mistico itinerante, adepto
alla pratica della meditazione tantrica.
Di se stesso dice: “lo spirito di un Naljorpa è inconsistente
come la chiacchiera di un matto, come il rumore di avvenimenti lontani,
volubile come la passera di una puttana.”
Continuamente si fa gioco dei monaci: “Se non puoi comprendere
lo spirito di un Buddha, a cosa ti serve seguire la regola per filo
e per segno?.... Se non sei capace di armonizzare la pratica della
meditazione con la tua vita, non sei probabilmente solo un imbecille
confuso?” [3]
A chi gli chiedeva perché vagabondasse rispose: “Non fosse
altro che per questa delizia di viaggio da dove guarda il mio culo
a dove punta il mio naso, varrebbe la pena di muoversi”.
Il Matto è la carta del nuovo, degli inizi, del rischiare e
del lasciare.
Inevitabilmente si porta dietro un senso di solitudine,
forse il cagnetto che lo segue la allevia.
È
anche il simbolo dell’istinto che lo trattiene dai pericoli di
un eccessivo sognare, dal fare un passo troppo avventato, quello che
lo farebbe cascare dalla montagna.
Nel mazzo Waite il giovane guarda il cielo, ma non
sa dove mette i piedi.
Il lato oscuro di questa carta è un’impulsività cieca,
avventurismo piuttosto che avventura, cecità.
È
la persona che si mette sempre nei pasticci per un’irresistibile
tendenza a ‘buttarsi’: in amore, negli affari, nel seguire
un guru.. In genere però c’è una forte tendenza
all’inerzia in noi.
I cambiamenti fanno paura, anche se ci dichiariamo
tipi flessibili e avventurosi. Anche minimi cambiamenti come una deviazione
dal nostro solito itinerario dovuta a lavori in corso ci disorienta
e destabilizza. Come possiamo esercitarci nella pratica del matto senza
farci male?
Possiamo provare alcuni piccoli esercizi di stretching psicologico:
- per un giorno usiamo solo la mano sinistra (i mancini usino la destra, ovviamente)
- proviamo un piatto che non abbiamo mai mangiato
- facciamo colazione in un nuovo bar. Se facciamo sempre colazione al bar, prepariamocela a casa
- resistiamo alla tentazione di raccontare per l’ennesima volta una aneddoto che “funziona”
- cambiamo itinerario per tornare a casa
Anche questo libro vi propone un viaggio e come mezzo di trasporto offre l’immaginazione, come in questa visualizzazione. Sediamoci comodi, leggiamo quanto segue, rilassiamoci ed ad occhi chiusi..
Immaginiamo di prepararci a partire per un viaggio della cui durata non sappiamo nulla. Possiamo prendere con noi poche cose da portare in uno zainetto: non è detto che siano cose “utili”, la scelta è assolutamente arbitraria.
È importante essere consapevoli di ciò che lasciamo, per forza di cose dobbiamo fare delle rinunzie.
Mettiamo poi lo zaino in spalla e ci chiudiamo dietro la porta di casa all’alba, per dirigerci verso una collina che possiamo già vedere.
Notiamo il nostro stato d’animo, le sensazioni che proviamo nel cammino, il paesaggio e gli eventuali incontri. In cima alla collina, ad un crocicchio, il nostro cammino si incrocia con quello del matto, seguito come sempre dal suo cagnolino. Il matto ci dirà qualcosa e ci regalerà un piccolo oggetto.
O forse sarà un incontro silenzioso.
Dopo questo incontro riportiamo la nostra consapevolezza sulla sensazione dell’essere seduti e dopo due o tre respiri profondi riapriamo gli occhi e prendiamo nota di tutto quello che abbiamo visto in questo breve viaggio interiore.
Questo è solo l’inizio e al momento può non esserci chiaro affatto il significato dell’incontro: serve a metterci in contatto con quel lato inquieto in noi che forse ci ha spinto a prendere questo libro.
Il significato simbolico delle immagini può esserci oscuro, ma dobbiamo chiederci: cosa ha a che fare con la mia vita?
[1] Realizzazione di Sé e disturbi psichici, in “ Principi
e metodi di Psicosintesi terapeutica”, Ubaldini, Roma 1970, pg.40-58
[ritorna al punto]
[2] Tolstoi, Le confessioni, cit in Assagioli, L’atto di volontà,
Ubaldini,pg.84 [ritorna al punto]
[3] Gheshe Ciapu, Il folle divino, Adea ed. - Pag.
22 [ritorna al punto]


