"Naturalmente nella Rocca c'è una splendida sala d'armi ove si praticano le arti marziali, tra cui la più bella, essenziale per il mestiere di corsaro: la scherma. Il mio padrone nonostante l'età si picca di essere ancora un valente schermitore, e a me tocca farlo vincere."
I regolamenti cambiano in accordo
coi tempi: si è introdotta una sanzione per chi alla fine dell'assalto
non stringe la mano all'avversario. Del resto gli schermitori oggi
si salutano a malapena prima dell'assalto, non rispondono al "Pronti?" del
presidente di giuria, e allora perché mai dovrebbero salutarsi
cavallerescamente dopo l'ultima stoccata? Per non parlare delle intemperanze
isteriche tollerate girandosi altrove se si tratta di un atleta forte,
magari di un nazionale.
Quando nel diritto romano si introdussero sanzioni
per coloro che non si prendevano cura degli anziani genitori, qualcuno
commentò amaramente sui tempi in cui si viveva, in cui la pietà filiale
andava imposta per legge. "O tempora, o mores".
Non scrivo perché voglia rimpiangere il bel tempo andato, che
spesso molto bello non era: mi interessa aprire una riflessione psicologica,
quasi filosofica, sulla scherma.Lo faccio in quanto psicologo specializzato
in psicosintesi e schermitore di lunga pratica molto interessato alle
vie di trasformazione di sé. Un autore giapponese, Kenji Tokitsu,
scrive nell'introduzione a "Lo zen e la via del karate" (Sugarco
edizioni): "Un giorno, mentre camminavo alla volta del liceo in
un chiaro mattino di primavera, mentre la macchia scura della mia ombra
si proiettava sul sentiero sterrato sovrastante i campi di riso, volli
sforzarmi di camminare per davvero, di essere presente a ogni passo;
ma invano. Questa sensazione di non essere, questo incompiuto tentativo
do esistere autenticamente, mi orientarono a una ricerca dell'esistenza
di sé attraverso la pratica delle arti marziali. & Ero molto
attratto da quanto avevo sentito raccontare, da piccolo, a proposito
della condizione spirituale raggiunta dagli adepti della sciabola.
Per discutere vari aspetti che chiamerei tecnicospirituali Tokitsu
si confronterà con gli scritti di cinque maestri di sciabola
dell'epoca Tokugawa. (1603-1868). Si discute di strategie e tattiche,
di tecniche di allenamento, di tempo e misura, ma soprattutto dell'atteggiamento
mentale da sviluppare. Scrive il maestro Takuan, tradotto da D.T. Suzuki
Roshi, che ha portato lo zen in America:
"
Ciò che più conta nell'arte della scherma è l'acquisizione
di un certo atteggiamento spirituale definito "saggezza immutabile". È una
saggezza che si acquisisce intuitivamente dopo un prolungato addestramento
pratico.
"
Immutabile" non significa rigida, pesante e senza vita come una
roccia o un pezzo di legno. Significa il massimo grado di mobilità attorno
a un centro immutabile."
Non si pensi che queste istruzioni siano disgiunte
dalla pratica: occorre tenere presente che qua si lottava per la vita
e quindi la filosofia astratta è di poco aiuto.
"
Bisogna usare le tecniche di combattimento conoscendo
la distanza alla quale la sciabola dell'avversario non può arrivare
a toccarci. Il riflesso della luna sull'acqua simboleggia la tecnica
con cui si stabilisce tale distanza senza che l'avversario se ne accorga.
Quando si guarda la luna, essa apparentemente non si muove, quando
si guarda l'acqua essa non riflette la luna, ma all'improvviso ci si
accorge del riflesso della luna sull'acqua dello stagno."
Un'immagine poetica, evocativa di quell'impalpabile che noi potremmo
chiamare scelta di tempo. Leggendo questo libro mi si sono chiarite
alcune sottigliezze dell'arte e gli sciabolatori a cui lo ho fatto
leggere hanno anch'essi riconosciuto quello spirito sottile del combattimento
che ne fa il fascino e che "costringe" rispettabili professionisti
con la pancetta a dedicare ancora tempo e passione alla gara di scherma,
sia pure nelle categorie Veterani.
La mia esperienza è che la buona pratica schermistica crea effettivamente
uno stato di coscienza particolare, in cui la mente non viaggia dissociata
dal corpo, in cui vi sono attimi di piena presenza, raramente riscontrabili
nella vita quotidiana, in cui, assorti nei pensieri, siamo propensi
a dissociarsi dall'ambiente circostante e perfino dal nostro corpo.
La piena presenza è una concentrazione particolare, senza sforzo
apparente: chi ha visto tirare Maffei o Nazlimov sa di cosa parlo.
Ma la scherma, la nostra scherma italiana, occidentale, è un'arte
marziale, ovvero una via di perfezionamento di sé? Più no
che sì, a mio parere.
Dico di no perché c'è un'ossessione del risultato a tutti
i costi, un agonismo spesso nevrotico, una perdita di alcune qualità etiche
della pratica schermistica: dico di sì perché quando
il Maestro ama il suo lavoro (e per fare il Maestro di scherma occorre
molto amore), stabilisce con l'allievo un rapporto assai profondo.
Il proprio Maestro rimane una figura importante anche quando, da adulto,
ne possiamo vedere assieme limiti e qualità. Ciò che è importante è il
suo esserci completamente nel momento della lezione, la disponibilità a
continuare ad apprendere, la generosità verso l'allievo che
magari può arrivare a superare la propria possessività e
ad affidarlo ad un altro quando si sente che questo lo farà crescere.
Del rapporto tra allievo e maestro vorrei scrivere ancora, approfondendone
gli aspetti psicologici. Ma ora torno all'osservazione di partenza,
sulla mancata stretta di mano, sul saluto abborracciato, sulla tolleranza
verso la cafoneria isterica.
La parola "disciplina" etimologicamente ci riporta proprio
a "discepolo". E quindi a un rapporto educativo e spirituale
profondo. Ecco allora che questo gesto fanno parte di un rituale cavalleresco,
e sono connessi con la pratica della lealtà e del rispetto dell'avversario.
I pugili si abbracciano dopo essersele date di santa
ragione, la cerimonia chiude lo scontro, la gestalt si completa. Non è buona
educazione, è una pratica della presenza della ricerca del centro
di sé in ogni momento. Nel momento in cui lo schermitore dimentica
il saluto, ha perso due volte: con l'avversario e con se stesso.

