"Naturalmente nella Rocca c'è una splendida sala d'armi ove si praticano le arti marziali, tra cui la più bella, essenziale per il mestiere di corsaro: la scherma. Il mio padrone nonostante l'età si picca di essere ancora un valente schermitore, e a me tocca farlo vincere."
Non so se preferisco considerarmi "master" o "veterano":
la prima definizione glissa elegantemente sull'età, in favore
di una maestria tutta da dimostrare; la seconda fa pensare a quei reduci
di mille battaglie con le stampelle. Forse questa è più vicina
alla realtà: ricordo un incontro agli europei di Moulins in
cui il mio avversario si massaggiava il ginocchio mentre io mi tenevo
il gomito. Dopo l'assalto ci ritrovammo in infermeria e lui commentò amichevolmente: "Ah,
les veterains, les veterains.".
Chiamatele come vi pare, queste gare "over 40, 50, 60 e anche
70", hanno una loro bellezza tutta particolare. È come
sfogliare un album che testimonia l'evoluzione dell'arte. I più vecchi
in guardie larghe, sempre alla ricerca del ferro, i più giovani,
si fa per dire, ancora vicini alla scherma atletica tutta scelta di
tempo dei nostri giorni.
Tre erano le qualità canoniche: tempo, misura e velocità.
A queste qualche cinico aggiungeva: salute e quattrini, visto che nella
scherma i soldi si spendono invece di guadagnarli come in qualsiasi
squadretta di calcio di seconda categoria. Meglio così, ci permette
un certo snobismo da decaduti, anche se il nostro è tutto meno
che uno sport elitario.
A queste qualità che riguardano il soma, aggiungerei quelle
della psiche: tenacia, concentrazione, creatività, intelligenza,
intuito, grinta. Come psicologo ne potrei vedere anche altre, come
schermitore voglio sottolineare l'imponderabile, un quid che rende
il combattimento sempre affascinante e talvolta sorprendente: come
mai Numa, uno dei grandissimi, perdeva spesso con Ranza di Brescia.
Misteri dell'arte. Alla fine però le Olimpiadi le vinceva Numa.
Nelle gare veterani però non c'è rispetto per il pedigree
e insigni medagliati le buscano da gente assolutamente meno titolata.
Fa un certo effetto affrontare Krovoputskov, oro olimpico e sentirsi
dire dai compagni di squadra: "con lui non puoi perdere".
Non si può dire che sia l'ombra di se stesso, piuttosto è il
triplo di se stesso, in difficoltà nel muovere il suo quintale
abbondante sulla pedana. Trovo bello che accetti di perdere con gente
che non avrebbe neanche visto, questo è il vero spirito sportivo.
Ricordo Livio Berruti che partecipava ai campionati piemontesi per
il gusto di correre, anche se perdeva. La sua medaglia d'oro la onorava
meglio così. Mi piacerebbe vedere più ex campioni anche
da noi, anche per provare a prendermi tardive rivincite con chi me
le ha sempre date...
Non si pensi però ad un agonismo blando: con la maschera calata
si hanno sempre diciotto anni, anche se i menischi scricchiolano e
i legamenti gridano vendetta. Ricordo un giudice ansioso a Sanremo
che cercava di convincere Nando Cappelli a darci un po' meno dentro
con le fleches: inutilmente. Tanto l'ambulanza era parcheggiata fuori.
Una differenza però c'è, ed è nel dopo. Finita
la gara ci si ricorda che esiste un mondo fuori dalla pedana, i figli
ci richiamano all'ordine, una certa allegria si accompagna perfino
alla sconfitta, quasi si crede per un momento che la scherma sia uno
sport e non un combattimento ritualizzato che ha come posta la vita
o la morte.
Aiuta a relativizzare anche il poderoso versante
turistico enogastronomico che accompagna le competizioni: mitiche pizze
a Caserta, cacciucchi livornesi, vodka e caviale a Mosca. E quanto
ho apprezzato al campionato italiano organizzato con grande signorilità dai
padovani, l'offerta di un frizzantino all'ora dell'aperitivo.
Come mai non si riesce a smettere?
Perchè la gara è una splendida metafora della vita, in
cui per una volta ci si affronta faccia a faccia, e ci si stringe la
mano alla fine riconoscendo il risultato. E poi c'è la bellezza
del gesto, che certe volte ci fa provare piacere anche se la stoccata
la prendiamo invece di darla.
Non che gli schermitori siano così propensi a riconoscere le
ragioni dell'altro; in buona o cattiva fede, si pensa (quasi) sempre
di avere ragione. Ma questo non è troppo diverso dalla vita.
Quando si smette. A parte eventi naturali (niente
scongiuri, non è bello), smettere mi sembra molto più difficile
che continuare, anche se con Giulio Paroli avremmo fissato la data
ai sessantacinque anni. Ma so già che a sessantasei mi telefonerà per
dirmi: "ci sarebbe una gara...", e io cercherò dove
diavolo ho messo le sciabole.
Andrea Bocconi

