"Psukè, dove attraccano le barche che portano psicologia nelle forme più diverse: lì si troveranno la psicosintesi di Roberto Assagioli e l'etnopsichiatria, l'antropologia e le psicologie altre."
La prima volta che sono arrivato a
Capolona era il 1973. Da due anni mi interessavo di Psicosintesi e,
grazie a Piero Ferrucci, avevo conosciuto Roberto Assagioli. Ricordo
bene che mi fece un'impressione curiosa: era un bel vecchio distinto
(a quel tempo aveva 83 anni) e io non ero abituato all'incontro con
persone così anziane. Non so come, mi fece parlare molto di
me, dei sogni che avevo, delle mie aspirazioni e mi invitò ad
andare a trovarlo quando volevo. Io non sapevo bene perché,
ma lo facevo. Andavo a Firenze, facevo la mia psicosintesi personale
con Piero Ferrucci e poi salivo le scale di questa palazzina di Via
San Domenico per incontrare il Dottore. A quel tempo studiavo legge
e la psicosintesi mi faceva esplorare territori di cui non conoscevo
l'esistenza, pur riconoscendoli come familiari. Assagioli mi dava dei
libri da leggere, mi insegnava la meditazione, il tutto senza alcun
atteggiamento di condiscendenza o superiorità. Mi colpì la
dedica che mi scrisse sul suo libro "Psicosintesi, armonia della
vita": "All'amico Andrea Bocconi". Cominciai a rendermi
conto che vi erano tanti modi di essere amici, e non solo quelli tipici
di un ventenne. La sua era un'amicizia dell'anima, anche se si sorbiva
non solo le mie aspirazioni, ma anche tutte le mie vicende sentimentali
di ventenne nei nostri incontri preziosi.
Nella primavera del '73 Piero Ferrucci mi disse: "Ho una grande
notizia per te: quest'estate puoi andare a Capolona a fare da segretario
ad Assagioli per un mese".
Io mimai un entusiasmo che non provavo fino in fondo,
fare il segretario al Dottore in un paesino della campagna toscana
mentre tutti i miei amici erano al mare o in viaggio non era esattamente
nei miei piani. Eppure dissi di sì.
Mi ritrovai così a La Nussa, la casa di Assagioli, dove ospitava
me e alcuni degli studenti che venivano a trovarlo da varie parti del
mondo. Mi resi conto che c'era chi attraversava l'oceano per avere
quegli incontri che per me erano così facili. L'atmosfera era
molto stimolante e assai eterogenea: per nazionalità, età,
retroterra culturale. In comune queste persone avevano una ricerca
interiore che li aveva avvicinati al lavoro di Assagioli, magari attraverso
il libro "Psychosinthesis" che era stato uno dei libri fondanti
della psicologia umanistica e transpersonale.
Strano destino quello di Assagioli, protagonista
di due rivoluzioni della psicologia, quella psicoanalitica all'inizio
del 900 e quella della psicologia umanistica negli anni sessanta: dalla
psicoanalisi si distaccò presto, benché Jung e Freud
pensassero a lui come a un possibile "ambasciatore in Italia" della
nuova disciplina. Sua fu la prima tesi in psicoanalisi italiana, quando
si laureò in medicina, per poi specializzarsi in psichiatria
studiando al famoso ospedale Burgholtzi di Zurigo ove strinse un'amicizia
con Jung che durò vari decenni. Quando la psicoanalisi diventò "rispettabile" se
ne era già allontanato. La psicosintesi, con l'attenzione centrale
che ha per l'aspetto spirituale dell'uomo era troppo avanti per alcuni,
e sospettata di essere troppo indietro da altri. E così mentre
la rivista americana Psychology Today dedicava ad Assagioli una lunga
intervista nella serie che dedicava ai grandi personaggi del secolo,
la corrispondente Italiana Psicologia Contemporanea, stampata a Firenze,
dove lavorava, di quel numero riprendeva anche la copertina, oltre
a vari articoli, ma non l'intervista di Sam Keen ad Assagioli. Insomma,
ai tempi dei seminari di Capolona Assagioli era molto più conosciuto
all'estero che in Toscana.
Il legame con Capolona era fortissimo, e non solo
per la famiglia della moglie. La villetta in collina dove insegnava,
meditava e scriveva, si chiamava Villa Ilario, in memoria del suo unico
figlio morto per una tubercolosi presa ai tempi della latitanza per
le persecuzioni nazifasciste. Era insomma un luogo del cuore, non semplicemente
una casa di campagna e anche dopo la morte della moglie Nella Ciapetti,
Assagioli continuò a trasferirvisi all'inizio dell'estate, con
un movimento biblico di libri che impegnava tutti in faticose confezioni
di casse. Fu proprio mentre preparavo questi pacchi nel suo studio
di Firenze che sentii un'improvvisa felicità, assolutamente
inspiegabile con la noiosa attività che mi impegnava. Rialzando
lo sguardo vidi Assagioli sorridente.
Molti degli allievi che venivano ai seminari di Capolona
hanno fatto cose egregie per la diffusione della Psicosintesi: penso
a Diana Withmore, che ha creato a Londra un centro molto attivo sia
nella formazione dei counselor che in vari campi del sociale; penso
a Tom Yeomans, che ha svolto un lavoro pionieristico in Russia e in
altri paesi, penso a chi ha creato centri in varie parti del mondo.
E naturalmente penso agli allievi italiani, Rosselli, Alberti, Ferrucci,
Caldironi, Bartoli e tanti altri che hanno espresso la loro visione
e comprensione della psicosintesi in modi diversi, dai libri scritti
alla creazione di comunità, dal lavoro nei servizi psichiatrici,
a quello nelle scuole, nei carceri etc.
Insomma, ritrovarsi a Capolona questo pomeriggio,
dopo la fruttuosa mattinata del convegno presso la Biblioteca Città di
Arezzo, per certi versi è sorprendente. Nella visita a Capolona
riemergono memorie di quei tempi segnati soprattutto dalla generosità a
tutti i livelli di Assagioli. Ricordo che volle a tutti i costi rimborsarmi
le spese di vitto, dicendomi: i conti giusti fanno le buone amicizie.
Ma ero io in debito con lui per l'opportunità di crescita e
di formazione che mi offriva, e lo sapevo anche allora.
Questo lungo intervallo temporale, che mi ha portato
dalla giovinezza alla mezza età, mi stimola anche a considerare
che cosa è cambiato nella teoria e nella prassi psicosintetica
in questi trenta anni, da quel 1974 in cui Assagioli morì serenamente
a Capolona, circondato dai suoi allievi.
La morte del fondatore causa sempre ripercussioni profondissime. Assagioli
non solo incarnava il Sé della Psicosintesi, ma ne rappresentava
anche il centro unificatore esterno, l'Io a cui tutti guardavano come
indiscutibile punto di riferimento. Il Sé non può sparire,
ma la scomparsa dell'Io attiva un processo di allontanamento dei pianeti
che attorno ad esso ruotano, talora l'emergere di orbite conflittuali,
talora la nascita e la scomparsa delle supernove. Con le ragioni più diverse
questo si è verificato negli istituti di psicosintesi di varie
parti del mondo. Anche se alcune di queste vicissitudini sono state
causa di grande sofferenza, mi sembra che nella sua totalità tutto
ciò rispondesse ad un bisogno di autonomia e individuazione,
prima di riallacciare relazioni inter pares che oggi trovano un sereno
terreno di incontro. Lo stesso gruppo di Arezzo Psicosintesi, pur in
ottimi rapporti con le altre istituzioni tra cui per prima l'Istituto
fondato da Assagioli, rappresenta un'entità autonoma. È poi
importante sottolineare che vi sono accenti e stili diversi, mediati
dalle diverse culture in cui si impianta la psicosintesi, ma non conflitti
teorici su punti fondamentali. Le mutazioni o sono adattative, o, se
nascono male, tendono per fortuna ad esaurirsi da sé.
Per quanto riguarda l'applicazione terapeutica della
Psicosintesi vi è uno sforzo interessante di trovare tra le
varie nazioni degli standard formativi comuni, che garantiscano la
qualità di questa preparazione, pur senza centralismi: "Ciascuno
coltivi il suo giardino", ricordava Assagioli, che inoltre, con
un amore per il paradosso, ricordava che neppure lui rappresentava
un'ortodossia psicosintetica. La psicosintesi è stata applicata
in campo educativo, anche con progetti di respiro internazionale quali
WYSE, un'organizzazione che si propone di offrire un'esperienza formativa
intensa a giovani leader del pianeta, persone che possono riportare
nelle loro comunità questa visione transculturale e contribuire
a quella psicosintesi delle nazioni che era uno dei sogni più belli
di Assagioli, così lontano dalla cosiddetta globalizzazione
forzata dei nostri tempi. Vi sono stati campi WYSE nei cinque continenti
dal 1988 in poi e sono stati occasione di verifica della tenuta transculturale
del modello, che consente di lavorare in Africa come in Asia o in Europa,
su alcuni "fondamentali" dello sviluppo psicologico sano
e pieno di ogni essere umano.
"Pensa globalmente, agisci localmente". Ad Arezzo mi piace ricordare
l'attività nel carcere locale, che è consistita in una
serie di corsi di scrittura creativa, tecnica che si proponeva di dar
voce a chi non l'ha, ed aiutare persone svantaggiate sia culturalmente
che socialmente a trovare nuovi aspetti di sé.
Oggi che sono uno psicosintesista di mezza età, e uno degli
ultimi che ha potuto studiare con Assagioli, il futuro proietta la
sua ombra già molto al di là della mia persona, mi chiedo
quale sarà lo sviluppo che mi piacerebbe vedere.
A mio parere manca un vero approfondimento teorico,
soprattutto in alcune aree: la tipologia di Assagioli, espressa sinteticamente
ne "I tipi umani", ha delle implicazioni importanti nella
psicodiagnostica e nella terapia, e andrebbe sviluppata la relazione
con altre classificazioni studiate nella psicologia clinica. Non è stata
sviluppata una psicologia dell'età evolutiva in chiave psicosintetica.
Manca ancora una riflessione per una psicosintesi transculturale, che
affronti i temi sollevati dal confronto e dall'ibridazione tra varie
culture. Penso in particolare alla relazione con le varie tradizioni
sapienziali che si propongono in modi diversi lo stesso obiettivo dello
sviluppo della coscienza: se la psicosintesi non avesse questa capacità di
incontro interculturale e transculturale questa sarebbe una negazione
dei principi stessi su cui si basa. Il Sé, o è transculturale
o non è. Il rapporto con l'arte e con i processi creativi in
genere ha ampie possibilità di sviluppo.
Un pensiero fertile continua a crescere, ma i suoi
frutti devono essere chiaramente riconoscibili come frutti peculiari
di quell'albero. Non abbiamo bisogno né di cloni della psicosintesi,
magari chiamati diversamente né di chiamare con questo nome
qualcosa di diverso.
A volte mi chiedo cosa direbbe Assagioli vedendoci
qui riuniti in questo paese tanto amato del percorso fatto in questi
trenta anni passati dalla sua morte. Lo immagino sorridente e lievemente
distaccato, dolcemente inamovibile nella volontà di servire.

