"Sotto il faro di Punta Sophia c'è una grotta sulla spiaggia di sassi, ove una volta vivevano degli eremiti: per questo lì si trovano scritti di spiritualità, di meditazione, dalle diverse tradizioni sapienziali."
Un mezzogiorno torrido dell'ultima estate: sulla statale 71, tra Arezzo e Cortona: all'altezza del centro commerciale di Olmo c'è un camion che occupa tutta la piazzola. Accanto al camion è inginocchiato l'autista, che ha steso un tappetino sull'asfalto e prega. Rallento per vedere meglio, poi mi sento indiscreto e accelero, ma lo porto con me. Quell'uomo viaggia, quell'uomo prega: ogni volta per lui è (anche) un viaggio dello spirito. Non ha bisogno di un luogo dello spirito, perchè lo porta con se, non lo dimentica. Però, penso, essendo musulmano, avrà fatto anche il pellegrinaggio alla Mecca, o magari starà mettendo da parte i soldi per farlo, ottemperando a uno dei cinque pilastri della fede islamica Quindi è vero che l'esperienza spirituale è anzitutto interiore, ma vi sono situazioni che la rendono più facile.
Alcuni paesi, alcuni luoghi, sembrano più adatti per questo
tipo di viaggio, sono più "specializzati" nel campo
della spiritualità. Non è la stessa cosa andare a Las
Vegas o sui monti del Casentino che hanno visto camminare Francesco
D'Assisi. Lo spirito sembra star bene in montagna, ma non disdegna
le città sacre, e di certo ama il deserto. I luoghi hanno una
storia che diventa la loro peculiare atmosfera. Le chiese si sovrappongono
a templi pagani, e chissà cosa ci si costruirà tra mille
anni. Si ascolta il silenzio e la forza dei paesi dove la ricerca interiore
ha radici profonde e terreni favorevoli.
Molti cercano in Asia, altri,magari per aver letto
i libri di Castaneda, sono andati in Sudamerica su piste sciamaniche,
fino ad addentrarsi in Amazzonia cercando la saggezza delle piante.
E' la rivincita del pellegrinaggi, ogni comune rivendica
il passaggio della via francigena, i monasteri abbandonati vengono
trasformati in alberghi di lusso e, sotto mentite spoglie, continuano
ad attrarre persone che cercano qualcosa di diverso da quello che credono.
Le persone pigliano le ferie per partecipare a ritiri di meditazione
delle più diverse tradizioni. Non manca un aspetto consumistico,
per cui si passa dagli sciamani siberiani ai monaci buddisti con la
stessa attitudine per cui non si tornerebbe due anni di seguito nello
stesso paese perchè (crediamo) lo abbiamo già visto.
E' l'illuminazione "tutto compreso": complesse pratiche iniziatiche
vengono semplificate e stravolte per un più facile consumo,
che non dà niente.
I deserti africani continuano a richiamarci, anche
se si va col fuoristrada e non a piedi, come gli anacoreti. Saint Exupery
ha scritto una volta: "io valgo nel deserto quello che valgono
le mie divinità". Il pellegrinaggio tradizionale si è ibridato
con il turismo. I luoghi dello spirito sono vicini talvolta alle discoteca.
Penso all'isola più turistica del mondo, Bali, reclamizzata
come "l'isola degli dei": i turisti partono dalle spiagge
(brutte) di Kuta e Legyan per seguire i Balinesi sulle pendici del
vulcano sacro, l'Agung. Più o meno goffamente vestiti "da
cerimonia" si recano a Besakhit dove la lava di una catastrofica
eruzione si fermò alle soglie del tempio non prima di avere
distrutto l'arco trionfale che Sukarno si era fatto costruire, dopo
aver spostato a suo comodo una cerimonia che si tiene ogni cento anni.
I sacerdoti non se ne erano andati e, nonostante il pericolo, erano
rimasti a pregare in quello che è il tempio più sacro
dell'isola. Sukarno fu destituito poco dopo.
Per i Balinesi la questione è semplice, vi sono cose che si
vedono e cose che non si vedono, sekala e niskala, ma sono sempre presenti,
l'una accano all'altra. Basta esercitare la sensibilità e gli
dei ci parleranno ancora.
E così dopo molti secoli il cammino di Santiago ritrova i suoi
pellegrini (ma li ha mai persi?), le parrocchie organizzano timbri
e posti tappa per i gruppi organizzati, ci si potrà incontrare
Romano Prodi in bicicletta o Shirley Mac Laine. Per fortuna che tanti
vanno da soli e, quando arriveranno a firmare il famoso libro alla
cattedrale, alla domanda "perchè hai fatto il cammino?" risponderanno: "non
so".
I luoghi dove da sempre l'umanità si raccoglie in se stessa
richiamano nuove folle, meno irregimentate e forse anche consapevoli
del perchè sono lì, come i due milioni di ragazzi di
Tor Vergata, i Papa Boys. Come mai oggi non si trova un posto nelle
foresterie dei monasteri se non ci si prenota con mesi di anticipo?
Vi è poi una forma di pellegrinaggio senza religioni: i sentieri
di montagna si riempiono di viandanti che vogliono solo silenzio e
bellezza. Ci si fa curare l'anima dalla bellezza.
La Piana del Castelluccio vicino a Norcia si riempie
di fiori ogni anno, Zeffirelli ci girò scene di "Fratello
sole e sorella luna". I Monti Sibillini sono pieni di segreti
e la gente si avventura verso l'antro della Sibilla, curiosi, negromanti
e studiosi dei peculiari fenomeni magnetici della zona.
Il mio luogo dell'anima non è certo originale: è l'India.
I primi viaggi negli anni settanta significavano: l'avventura, finalmente
qualcosa del tutto diverso da casa, ma anche vita che non costava niente,
esotismo. Non c'era neppure troppo bisogno di sostanze psichedeliche
per espandere la coscienza, l'India è psichedelica di per sé.
I Beatles andavano a meditare a Rishikesh, la città dei saggi,
dove Madre Ganga incontra la pianura e ci andammo anche noi. Ma ci
spingevamo anche al sud, magari nel gran tempio di Madurai, ove ti
porgevano vassoi di fuoco che sfioravi con le mani portandole alla
fronte. Al contrario di altre religioni, induista non si può diventare,
lo si può essere solo di nascita: un bel sollievo, una religione
temporanea, da viaggio. Alcuni, quando le nevi si scioglievano, risalivano
verso le sorgenti del Gange, si mescolavano ai pellegrini, visitavano
le città sacre, che hanno spazio per tutti e non fanno entrare
nessuno nell'ultima stanza del tempio.
Varanasi, detta anche Kashi, la luce, accoglie tutti:
sui ghat, tra i sadhu, vidi anche qualcuno che una volta, tanto tempo
fa', era stato un occidentale. Molti cercavano un guru troppo famoso
a Poona, o qualcuno che i media non avessero ancora scoperto. Al mio
primo viaggio fui ospite ad Amritsar dei Sikh assieme a pellegrini
e mendicanti, in uno stanzone nel recinto del Tempio d'oro, il luogo
più sacro della religione Sikh. Le guardie armate ci proteggevano.
Anni dopo Indira Gandhi lo cannoneggierà, seminando l'odio che
le costerà la vita. La religione coabitava con le peggiori nefandezze,
quindi nessuna idealizzazione. L'avidità prosperava anche in
India, "ma almeno", mi disse un mercante, "in fondo
alla cassaforte noi teniamo un'immagine della dea Lakshmi e le accendiamo
un incenso, per ringraziare".
Più a nord la catena dell'Himalaya, dove Shiva fuma i suoi chilom.
Qua c'è la montagna sacra che Messner non avrebbe mai scalato,
il Kailash: i pellegrini lo circumambulano, alcuni facendo continue
prostrazioni, per tutto il percorso. I cinesi, con tipico pragmatismo,
tollerano, purché si paghi. Sui picchi del Ladakh, sui passi
del Tibet le bandiere di preghiera mosse dal vento mandano le loro
benedizioni a chiunque ne verrà sfiorato. La mia guida mi portava
di monastero in monastero, bevevamo il tè col burro rancido
accolti con un sorriso pieno di compassione per la nostra ignoranza
da grandi lama. Non capivo niente delle danze sacre delle maschere,
mi guardavo d'intorno e vedevo altri occidentali che venivano a farsi
sfiorare dal vento dell'anima. E "anima" non viene forse
da anemos, vento in greco?
Il pellegrinaggio più affollato fu quello alla Kumbha Mela di
Allahabad, la più grande festa religiosa del mondo: in un mese
settanta milioni di pellegrini camminarono sulle rive polverose dove
tre fiumi si incontrano, uno dei quali, Saraswati, scorre invisibile
sotto gli altri due. I Naga Sadhu hanno il diritto di bagnarsi per
primi nei giorni propizi, e lo difesero con il vigore dei guerrieri
della fede. Scenografie da film di Bollywood ospitavano i guru più famosi,
altri si contentavano di stand da fiera paesana, la musica andava avanti
giorno e notte. Il campo di Vishnu Hindu Parishad era quello degli
integralisti fanatici che avevano distrutto la moschea di Ayodya: si
temevano attentati e l'esercito vigilava. Io dormivo lì, tra
un paio di colonnelli venuti alla più grande delle feste induiste.
Anche il Nepal ha importanti luoghi sacri: c'è un lago dedicato
a Shiva, dove in Agosto si riuniscono gli sciamani Tamang. Giorni di
cammino sotto la pioggia torrenziale del monsone, ma quando si sentono
i tamburi e gli sciamani arrivano danzando, ci si accorge del dono
che si è ricevuto sulle rive del lago, oltre i quattromila metri.
In poche ore si raduneranno diecimila persone, e non conterà il
disagio del cammino o la gran fogna a cielo aperto che diventerà il
prato, e non ci si vorrebbe cambiare con i ricchi nepalesi che arrivano
l'ultimo giorno con l'elicottero.
No, nei viaggi dello spirito camminare è importante, non ci
vuole troppa fretta, occorre tempo per ritrovarsi, che si vada dai
Dogon del Mali, nelle riserve Navajo, all'Averna o dalle sciamane della
Siberia.
A volte l'uomo sente il desiderio di mortificarsi,
sensualità travestita da pentimento e contrizione: ecco allora
i flagellanti di tanta cristianità, le tortura autoinflitte
al Kataragama di Sri Lanka, i fachirismi. Mi sembrano un braccio di
ferro con Dio: vediamo se ce la faccio, chi mai sarò più pio
di me? Un po' di sacrificio però ci vuole: me lo dissero due
operai della Piaggio che andavano da una mistica veggente, Natuzza
di Paravati. Certo, avrebbero potuto prendere l'aereo, ma preferivano
il viaggio lungo e scomodo del treno e delle corriere calabresi "sennò non
sarebbe la stessa cosa".
Dove la natura è grande l'uomo scopre che sarà forse
misura di tutte le cose, ma certo in proporzione a ciò che lo
circonda è misura assai meno grande di quanto tende a credere.
E nel piacere di riscoprirlo si fa quello splendido
pellegrinaggio un po' animista, un po' panteista, che chiamano trekking.
Forse basterebbe sollevare lo sguardo. Dante ha scritto "a non
guardare il cielo si fa peccato", non ha detto "è un
peccato non guardarlo". Ma che peccato è? Forse l'orgoglio
di chi si dimentica delle giuste proporzioni. Lo spazio, più che
conquistarlo, andrebbe forse solo tenuto presente, nelle nostre coscienze.
Tra gli dei antichi mi piace Ermes, che lascia tracce
di sé nelle pietre dei crocicchi. Mi fa credere che, se Dio
c'è, di certo viaggia.

