"Sotto il faro di Punta Sophia c'è una grotta sulla spiaggia di sassi, ove una volta vivevano degli eremiti: per questo lì si trovano scritti di spiritualità, di meditazione, dalle diverse tradizioni sapienziali."
pubblicato su Luna, maggio 2007
Era un pomeriggio di marzo né bello
né brutto, né inverno né primavera: un altro pomeriggio
di noia in negozio, quando sai dalla mattina che non entrerà nessuno,
neanche per un regalo da cento euro, neanche per curiosare.
Giulia poggiò il romanzo, quando si accorse che stava leggendo
la stessa frase per la terza volta. La pendola suonava le cinque, mancavano
tre ore alla chiusura. Si guardò di sfuggita nella specchiera
: i capelli, che portava tirati indietro, da ballerina: erano ancora
neri e spessi, gli occhi di un azzurro profondo conservavano la lucentezza
ma sembravano meno allegri, o meglio, meno vitali.
Odiava quel negozio, neppure ricordava più come era stata fiera
di quell’insegna sobria, “Antichità Ayroldi”,
dei biglietti da visita di Pineider che Giorgio le aveva regalato,
con la carta intestata..
Guardava le seggioline Luigi XVI, il disegno a china
di Giovanni Fattori, la coppia di vasi Minton sulla consolle dorata
, sotto la specchiera . Di ogni oggetto ricordava la storia, dove lo
aveva comprato, la faccia del venditore : la bella credenza umbra presa
a Todi, i vasi in un viaggio ad Edimburgo, e aveva voluto portarli
con sé in aereo, per paura che si rompessero .
Comprare era divertente, anche ora : una piccola
avventura , cercavi una scrivania e tornavi con un letto impero, e
poi se spendevi tanti soldi era una buona cosa, voleva dire che lavoravi
bene.
Ma ora c’era la crisi, anzi, c’era da anni, e gli antiquari
si vendevano le cose tra di loro, per tedio : più che altro
scambi. Giorgio, suo marito, era discreto , non le diceva nulla di
troppo esplicito. Solo una volta, compilando la sua dichiarazione dei
redditi, si era lasciato sfuggire un “ finché non ci si
rimette …”.
“
Già. Economicamente, meglio chiudere. “
Era arrabbiata, e quando si arrabbiava le uscivano
frasi cortissime. O nulla..
“
Ma no . Tanto i mobili non vanno mica a male, aveva
detto lui abbracciando con un gesto tutto quello che vedeva. In fondo
sono un investimento conservativo.”
Una retromarcia morbida, accomodante. Non avevano
certo problemi di soldi, lui guadagnava benissimo. E Giulia , che avrebbe
fatto, senza il negozio ? I figli non erano venuti , lui era sempre
nello studio fino a tardi, o via per lavoro,quando andava ai ciddià,
con l’accento in fondo, i tanti consigli di amministrazione che
testimoniavano il suo successo; aveva cominciato a lavorare appena
diplomato ragioniere, e si era preso la laurea in economia e commercio
a trentacinque anni. Le era piaciuto proprio per le cose che spiacevano
ai suoi : che era figlio di un maresciallo dei carabinieri, testardo,
cattivo nel suo lavoro ma corretto, dolcissimo con lei.
Giorgio non ci poteva credere che l’irraggiungibile Giulia l’avesse
scelto, e non stava a chiedersi perché . Gliene era grato e
non si era mai pentito. A parte il dolore taciuto per la sua sterilità.
Si stimavano, si volevano bene e dopo venti anni facevano ancora l’amore
volentieri : un buon matrimonio, erano fortunati.
E poi la bellezza di Giulia e il suo cognome non
lo avevano certo danneggiato nella professione. A parte il negozio,
andava tutto bene. Sì, tutto bene.
Una donna si era avvicinata alla vetrina, facendosi
visiera con una mano per vedere meglio dentro:
“
guarda la credenza là in fondo. Come la nostra. Anzi la nostra
mi sembra più grande. Però uguale precisa. Ora si entra
e chiedi quanto costa”, disse al marito che stava un po’ indietro.
Chissà perché la gente pensava che le parole non si sentissero
al di là del cristallo della vetrina.
Spinse l’uomo dentro, e si vedeva che lui non ne aveva proprio
voglia.
“
Scusi signora, quanto viene quella ?”
“
non è in vendita, è un mobile recente, di poco valore,
in cui riponiamo ciò che non si espone “
L’uomo gettò un’occhiata di sbieco alla moglie ,
che stringeva il manico della borsa con tutte e due le mani. Se ne
andarono in silenzio, e ripresero la discussione appena fuori.
In realtà era una bella credenza dell’ottocento e costava
alcune migliaia di euro.
“
Come sono diventata brava”, si disse Giulia, “ ai tempi
del basket le avrei rifilato una bella gomitata nelle costole, al momento
del salto. L’idea che quella donnetta saltasse in pantaloncini
la fece sorridere. Giocava bene, era un ala veloce, ma raramente finiva
le partite , perché si caricava di falli.
“
Faccia d’angelo è una vera carogna “, disse una
volta l’allenatore, che amava dare nomignoli. Lei preferiva ‘carogna’ a ‘faccia
d’angelo’. Bei tempi. Aveva smesso venticinque anni prima,
eppure sognava spesso le partite, la squadra.
In strada non c’era più nessuno : “ un tè,
mi ci vuole un tè”, si disse ad alta voce. Cercò la
mattonella con scritto “torno subito”. Gliela aveva disegnata
Silvia, un’ amica ceramista : sotto la scritta c’era un’atleta
sui blocchi di partenza, che vagamente le somigliava .
Aveva appena chiuso la porta a chiave quando squillò il telefono
del negozio. Chi la chiamava sul fisso ? Controllò se il cellulare
era acceso. Sì. Esitò, poi vinse la curiosità,
e fece anche uno scatto breve per raggiungere il telefono, prima che
la beffasse col silenzio.
“
Ayroldi Antichità ? Parla John Martini “
Il nome non le diceva nulla. Come se avesse sentito
il suo pensiero l’uomo continuò : lei non mi conosce:
ho dei mobili da stimare. Eventualmente da vendere. E’ interessata
a vederli ?-
- Sì. Possiamo fissare un appuntamento-
- - Parto martedì per gli Stati Uniti. Domani è possibile
?-
No, doveva partire, per un paio di giorni, con Giorgio.
Restava solo l’oggi. Non era l’ideale, ma insomma, era
il suo lavoro.
- E’ vicino ?-
- Sì, qui in città. Via Fillungo 110. Il nome è sul
campanello, John Martini. Anche subito.
- Va bene. Tra un quarto d’ora sono da lei.-
Chiuse di nuovo il negozio e si avviò verso l’unico bar
che faceva un tè decente. Prendeva tempo, perché si era
emozionata. Conosceva bene quel palazzo, ci passava spesso davanti,
anche se ormai non lo vedeva neanche più. Entrarci era un’altra
cosa.
Un quarto d’ora dopo era lì che leggeva i campanelli :
non c’erano più i bei pulsanti di ottone, sostituiti da
un videocitofono. Senz’altro era diverso anche il suono, uno
di quei sibili persistenti, ci si poteva giurare: John Martini , un
campanello in alto.
- Al quarto, disse una voce forte dal videocitofono.
Le dava fastidio sapere che lui la vedeva.
C’era un ascensore, ma non lo prese. Le piaceva salire gli scalini,
uno a uno. E poi faceva un gran bene ai polpacci. Fu lei a vederlo
per prima, perché lui l’aspettava davanti alla porta dell’ascensore.
Era alto, con capelli grigi fitti , jeans e maglione blu a collo alto.
- Il signor Martini ? –
- Ah, è lei-
- Ayroldi, Giulia Ayroldi. L’antiquaria- , aggiunse inutilmente
, visto che lui non diceva nulla..
Aveva già visto che la porta aperta era proprio quella. Contò :
cinque scalini dopo l’ascensore, la grande finestra sul pianerottolo.
Erano proprio in cima al vecchio palazzo. Fece due conti : diciassette,
quarantasei. Quasi trenta anni. L’uomo era silenzioso, seguendolo
notò che aveva un passo elastico, per essere così alto.
C’era una specie di ballatoio richiuso, su cui si affacciavano
le camere e un salottino. Almeno, così era una volta. La casa
era imbiancata, in ordine, ma sapeva di chiuso.
Si era distratta,sentì solo metà della frase :- perché quello
che resta vorrei venderlo in blocco, al migliore offerente-.
Si ricordò perché era lì. Del resto era la parte del lavoro
che le piaceva di più: la scoperta, quando trovi una bella ceramica in
una casa insignificante, o un mobile da restaurare di cui vedi già la
bellezza. Le trattative invece non la appassionavano troppo : se un mobile le
piaceva davvero lo pagava caro, e non si era mai sbagliata : la bellezza alla
fine si ripaga. Entrò in una camera , ma era diventata uno studio, con
una libreria moderna che arrivava al soffitto e una grande scrivania al centro,
troppo grande per essere facilmente vendibile.
Ora riconobbe l’odore della casa, e lo ispirò a pieni polmoni, come
per sincerarsi che fosse proprio quello. Si accorse che l’uomo la osservava,
forse per capire dove si poggiava il suo sguardo. Ma queste erano astuzie da
commercianti, e lui non lo era di sicuro.
“
Ho venduto la casa e la debbo liberare . Molte cose le spedisco a New York, ma
non è certo un appartamento grande come questo. Dovrò rinunciare
a parecchi mobili.”
L’uomo aveva parlato in modo sobrio , attenendosi ai fatti. Alla fine del
breve discorso gli era passata l’onda di un sorriso , dietro a chissà quale
pensiero. Aveva una faccia da attore americano di una volta, di quelli che sembravano
sempre uomini maturi, anche a venti anni : Cary Grant, Gary Cooper, i divi che
aveva scoperto grazie a sua madre , quando la accompagnava al cinema di pomeriggio,
in locali semivuoti dove la mamma poteva piangere senza ritegno alle scene commoventi.
Anche a lei scappò un sorriso, che lui notò in silenzio.
- Posso chiederle da quanto tempo ha questa casa ? –
- Dieci, undici anni , forse. I miei genitori sono lucchesi e volevo che avessero
una casa qui. E per le mie vacanze. Storie banali di emigranti.. Ma le cose sono
cambiate, non c’è più motivo. Venga che le faccio vedere
il resto.-
Ala fine del corridoio c’era un salottino, con uno splendido camino in
marmo verde screziato, del settecento. Per fortuna non lo avevano toccato. E
davanti il divano Luigi Filippo, grande. Le mancò il fiato.
Anche allora era inverno, l’inverno dei suoi diciassette anni. Studiava
col cappotto sulle ginocchia e Antonio si era messo ad armeggiare con la legna,
accortosi che aveva freddo. Lei si era avvicinata al fuoco più che poteva,
mollando Kant e le laconiche spiegazioni del Geymonat. Lui l’aveva abbracciata
da dietro e le aveva posato un bacio caldo sul collo. Giulia lo aveva sperato
tanto, e ora aveva paura. Le mani di Antonio entrarono sotto il maglione, le
graffiarono piano la schiena e poi cercarono goffamente i suoi seni. Si girò e
le parve un dio, e non si deve rendere difficile la vita a un dio; si sfilò il
reggiseno. Aveva lunghi brividi, timore piacere e freddo tutto mescolato.
- Peccato non potere portare via il camino -, disse l’uomo, sfiorandone
i riccioli che finivano in una bella conchiglia, al centro.
- Potrebbe, ma sarebbe un delitto portarlo via da qui. Ci è nato-
Era un discorso bizzarro, per un’antiquaria.
- -Già, non facciamo anche di lui un emigrante-
Il resto della casa la toccò meno. Non si ricordava, e poi molto era cambiato,
stanze sparite, bagni nuovi: una ristrutturazione di quelle che fanno gli architetti
a clienti ricchi e frettolosi Erano proprio i mobili che riconosceva meglio,
quei pochi rimasti. Un tavolone di castagno nella cucina antica, con il posto
per il carbone sotto il focolare ; gli enormi armadi della soffitta, “ belli
ma giganteschi, meglio che li venda con la casa, conviene a lei e all’acquirente.”
Avevano amoreggiato anche in soffitta. La verginità l’avevano persa
assieme e avevano fatto l’amore un inverno e una primavera. Quando il suo
dio si schiantò sull’asfalto, non stavano insieme: una lite , una
picca d’orgoglio da cui non erano stati capaci di salvarsi.
Per il funerale molti tornarono dalle vacanze, ed era strano vedere le professoresse
abbronzate con i vestiti scuri. Lei non parlò con nessuno, rifiutò gli
abbracci e scappò via a metà della cerimonia.
- Lei è nato a New York ?- domandò senza interesse. Lui fece solo
un cenno di assenso. Di colpo capì che l’uomo vendeva la casa per
un lutto : forse i genitori, forse una compagna. Non era una casa fortunata.
- Viaggio molto per lavoro, non ci vengo mai. Sono un broker-
Broker era una bella parola, anche se non era sicura di sapere esattamente che
significava. Doveva ricordarsi di chiederlo a suo marito.
- Ha una lista dei mobili ? Così le faccio le stime. Tornarono nel salottino
in silenzio e lui tirò fuori dalla ribalta una lista precisa, stanza per
stanza. Gliela passò e si mise a levare la cenere dal camino, per darsi
un tono mentre lei scriveva i prezzi a cui era disposta a comprare. Quando ebbe
finito non le venne fatto di chiamarlo,ma gli toccò leggermente la spalla
, lasciando la mano lì un secondo di troppo. L’uomo rimase fermo,
poi poggiò la mano sulla sua e cercò subito di intrecciare le dita.
Lei tremava. Ora si guardavano, vicini. Fu di nuovo Giulia che avvicinò le
dita alle labbra, ma fu lui che se le portò sulla lingua e le leccò con
dolcezza.. Si spogliarono con lentezza, come si stillano le carte a poker. Lei
ritrovò il suo posto sul divano, come se ne fosse alzata il giorno prima.
Ma il corpo dell’uomo era più grande, e non poteva giocare piede
contro piede con lui.
Fu strano, più che bello. Ma era contenta. Mentre si rivestivano pensò che
a volte è più impudico rimettersi un reggiseno che levarselo. Gli
girò le spalle.
Lui disse : sai, non ho capito il tuo nome quando me lo hai detto all’ascensore.-
- John, è certo che parti martedì ?-
- -Sì, ma-
- Non c’è un ma, e non ci sarà un poi. Puoi promettermi una
cosa ? Ne qui né a New York, ne a Shangai o dove diavolo fai il broker,
da nessuna parte, di oggi dirai nulla. Neanche un respiro. Lo so che sembra stupido,
e non c’entra niente col fatto che sono sposata. Neanche un respiro. Prometti
?-
Le scendevano due lacrime lente, che lui guardò con stupore.
- Prometto-, disse , e Giulia sentì che gli si poteva credere.
- Ma perché hai chiamato proprio me ?-
- Ayroldi Antichità. Il primo della lista-
Giulia rise , e scrisse sulla lista delle stime il nome di un collega.
- Lui ti può comprare tutto, i prezzi che ti ho scritto sono onesti ,
vendigli le cose in blocco. Meno questo, e indicò il divano. Firmò veloce
un assegno per il doppio della stima. Lui lo prese scuotendo la testa, incerto
. Poi lo strappò.
- - E’ tuo. Neanche un respiro.-
Si mise l’indice sul naso, con un gesto infantile.
- Come preferisci. Lo mando a prendere lunedì.-
Quando il grande portone del palazzo si chiuse dietro di lei fu contenta
di rientrare nei rumori della strada, e confondersi tra la gente .
Era buio. Passò a chiudere il negozio e poi andò a prendere
Giorgio allo studio.
A cena mentre lui parlava del suo lavoro, lo interruppe:
- forse hai ragione te, non ha senso continuare a
tenere aperto il negozio solo per pagare le spese. E poi non mi ci
si diverto più come una volta, le giornate non finiscono mai,
e non voglio cominciare a lavorare a maglia.-
Lui era spiazzato , e prese tempo
- Ma se chiudi, poi che farai ?-
- Oh, qualcosa mi inventerò . E non potrà essere più noioso
di questo. –
Cercò le sigarette nella borsa e scoprì così che
si era portata via la mattonella di ceramica.
La mostrò a Giorgio e disse :- torno subito-, soffiandogli piano
il fumo in faccia.
Andrea Bocconi

