"Sotto il faro di Punta Sophia c'è una grotta sulla spiaggia di sassi, ove una volta vivevano degli eremiti: per questo lì si trovano scritti di spiritualità, di meditazione, dalle diverse tradizioni sapienziali."
Caro Leonardo, cara Maria Elena,
sembra già passato tanto tempo, eppure qualcuno è ancora
in galera. Sembra passato già tanto tempo, si chiamava come?
Carlo Giuliani, mi pare. E il carabiniere, lui praticamente non ha
nome, pare normale, lo protegge non avere nome, è ovvio, eppure
lo distrugge anche, il rinculo di quell'arma da fuoco uccide anche
lui, per esistere non può più esistere, e se uccidi un
tuo coetaneo,tu sei vittima del tuo gesto. Sofri aveva previsto tutto,
con la lucidità dolente del suo osservatorio,con la memoria
della sua esperienza: è il primo morto che fa lo spartiacque,
dopo nessuno è più lo stesso.
È
successo di venerdì, io dovevo andare sabato, nuclei meditanti
concilianti, si scherzava, tutta gente tranquilla, ARCI, Mani Tese,
Lilliputh: il cellulare avrà squillato dieci volte, ma la batteria
era scarica sapevo che erano i miei amici, in dubbio, si va o no, dopo
il morte ci sarà la pace del lutto, la rabbia della vendetta
o che altro?
Io ho una figlia piccola, un altro in arrivo, i miei
amici pure aspettano un bambino, lo sanno da pochi giorni: andare o
no? credo che fosse Longanesi che voleva scriverlo nel bianco del tricolore, "teniamo
famiglia". La mia mi è accanto, Martina ha detto che se
qualcuno spinge il babbo lei gli tira una pizza col pomodoro e poi
l'acqua. Oggi gli anarchici nsurrezionalisti cominciano sempre prima
ad armarsi.
Maria Elena, nipote e papagirl, mi mandi un messaggino
ignara che tuo zio ha il telefono rotto. Lo leggerò molti giorni
dopo: se dai fuoco ai cassonetti non sei più mio zio. Mi vuoi
bene, ma chissà, forse lo pensi davvero che mi possa trasformare
in un violento. Se uno va a Genova, o va per far casino o se le cerca,
pensano in tanti. La sera prima tiro tre carte: cinque di spade, lagrimas;
gli Amanti, ovvero la scelta; la Torre, ovvero non la vedo affatto
bene e non dipende da me.
È
una vita che non vado a una manifestazione, perché proprio ora.
Perché è ora che accade, c'è qualcosa di nuovo,
e voglio esserci. E poi il regista Stefano Agosti, presuntuoso come
sempre, ha detto alla radio: io vado quando c'è profumo di storia,
non quando c'è puzzo di cronaca. Si sarà mangiato le
mani, le riprese ora le hanno fatte gli altri.
Paura non ne avevo, anche se le carte erano chiare,
lagrimas lascia pochi dubbi, dicono di portarsi i limoni, non ho capito
bene, è come farsi un autogavettone prima che ti bagnino gli
idranti. Però prendo scarpe buone per correre, un sarong giavanese
un po' magico, che mi può fare da turbante antimanganello, fasciatura
e mille altri usi.
Sull'autobus pochi i posti vuoti, anche dopo il morto.
Non ho nessuna illusione, sarà una giornata dura: mi guardo
attorno, vecchie facce, fa allegria rivedersi,e poi questi ragazzi
di venti anni, sguardi puliti, li vedo e temo, non c'è malizia,
e oggi servirà perché "ci sono anche i delinquenti,
non bisogna aver paura ma stare un poco attenti". Da come parte
il nostro gruppo nel corteo capisco che siamo candidati al manganello,
ce ne siamo già persa una buona metà, c'è anche
una con la gamba rotta in carrozzella, bella determinazione, ma continuerò pensare
a lei nel casino tutto il giorno.
Il resto lo sappiamo tutti, i fatti sono argomenti
testardi e nell'era mediatica e globale caro Presidente lo dovrebbe
sapere, bugie così rozze non resistono, rivoli di verità da
tutte le parti, proprio da tutte, perfino dalle sue televisioni, mica
solo da Radio Sherwood.
I black block indisturbati e i pacifici picchiati,
metter paura, spezzare le reni ai troppi per la strada: copioni vecchi,
che ai cinquantenni come me fanno l'effetto di uno dei tanti già visto,
già sentito. Chi non conosce la storia è condannato a
ripeterla, è stato detto. Forse anche chi la conosce.
Nei giorni dopo le e mail arrivano a cascata, i fwd
si moltiplicano in una progressione impressionante. Quella di Leonardo è dura,
all'ingiustizia non si vuol più dare una risposta pacifica,
la rabbia è compressa, io penso ad un volto aperto, una testa
fine, un'impressione di una bella persona.
Penso ancora a Sofri, penso a belle persone che hanno
fatto cammini dolorosi e mi chiedo molte cose, in realtà una
sola: cosa può rompere questa coazione a ripetere?
Le spiegazioni politiche economiche sociali sono
così evidenti che bloccano nella ripetizione.
Il corteo di sabato vedeva sfilare vecchi comunisti
greci e antivivisezionisti, curdi e verdi, anarchici e tute bianche,
papaboys e molti fuoririga, uno sui trampoli, un francese vestito da
vescovo, professionisti di mezza età e terzomondisti, gente
del commercio equo solidale. Che vuol dire tutto ciò?
Vuol dire che in molti dicono: ci riguarda, l'interdipendenza
di Tich Nat Han, il monaco vietnamita, la vediamo tutti, per cui lo
ricordiamo a chi mette in scena questa pagliacciata mediatica del "lasciateci
lavorare" dei reclusi nella zona rossa (ironia dei colori). Vi è quindi
una coscienza di un potere globale, in cui il corteo deve riconoscere
le sue mille facce, e un'idea di prepotenza globale, che pure andrà vista
nella stessa scena, ne fa parte tanto più quanto più se
ne isola e manganella l'altra parte, o ne subisce la pressione, pacifica
o violenta. Tute bianche, i black block, le divise dei vari corpi:
la logica delle divise, la parola porta già in sé la
separatività.
Eppure quando volteggiano gli elicotteri e parecchi
fanno il gesto della P38 o gridano bastardi assassini, ci guardiamo
sconfortati con Alessandro e Michela nel vedere il cane di Pavlov ancora
all'azione. Stimolo-Reazione, suona la campanella, esce la bava. Come è possibile
rompere questo cerchio?
C'è un processo inarrestabile, la presa di coscienza collettiva,
per niente antiideologica, ma anche sovra o poliideologica. Questo è nuovo,
gli slogan del 68 diomio no, sono miopi. Leonardo, Maria Elena, noi,
tutti, è un allargare che comincia a perdere quando abbocca
all'amo repressivo io ti bastono, tu ti incazzi, sei un violento. La
non violenza attiva è antica come le montagne,diceva un politico
sottile come Gandhi. La nostra coscienza dovrà allargarsi, sempre
meno separativa, questo sì che è difficile, se già nel
mio corteo sai quanti ce n'era che li guardavo e dicevo oibbò,
mente critica giudicante sempre militante, pochi i momenti di riposo.
Tich Nat Han è riuscito a fare incazzare i governi del Vietnam
e degli Stati Uniti, ha lavorato con i veterani e con gli aggrediti, è stato
espulso di qui e di là. È scrittore, insegnante di meditazione,
sempre presente al mondo. Luther King lo aveva proposto per il Nobel
della pace. La sua gente è stata violentata in mille modi.
Una bambina, una dei tanto boat people che non ce
la fanno, violentata da un pirata tailandese si annegò.
Dopo una lunga meditazione, il cuore gonfio di dolore,
scrisse questa poesia:
Chiamami con i miei veri nomi
Non dire che domani scomparirò,
perché io arrivo sempre.
Guarda in profondità: io arrivo ogni secondo, per esser un germoglio
sul ramo a primavera;
per essere un minuscolo uccellino con le ali ancora
fragili che impara a cantare nel suo nido;
per essere un bruco nel cuore di un fiore; per essere
un gioiello che si nasconde in una pietra.
Io arrivo sempre, per ridere e per piangere, per
temere e per sperare.
Il ritmo del mio cuore è la nascita e la morte di tutto ciò che è vivo.
Io sono un insetto che muta la sua forma sulla superficie
di un fiume.
E io sono l'uccello che, a primavera, arriva a mangiare
l'insetto.
Io sono una rana che nuota felice nell'acqua chiara
di uno stagno.
E io sono il serpente che, avvicinandosi in silenzio,
divora la rana.
Sona un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa, le
mie gambe esili come canne di bambù,
e io sono il mercante che vende armi mortali all'Uganda.
Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca,
che si getta in mare dopo essere stata violentata
da un pirata.
E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace
di vedere e di amare.
Io sono un membro del Politburo, con tanto potere
a disposizione.
E io sono l'uomo che deve pagare il "debito di sangue" alla
mia gente,
morendo lentamente in un campo di lavori forzati.
La mia gioia è come la primavera, così splendente che
fa sbocciare i fiori su tutti i sentieri della vita.
Il mio dolore è come un fiume in lacrime, così gonfio
che riempie tutti i quattro oceani.
Per favore chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io possa
udire tutti i miei pianti e tutte le mie risa insieme,
cosicché io possa vedere che la mia gioia e il mio dolore sono
una cosa sola.
Per favore, chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io mi
possa svegliare
E cosicché la porta del mio cuore sia lasciate aperta, la porta
della compassione.
(Essere pace, Ubaldini ed. pg86)
E poi ci sono state le torri, e il bisogno di vedere al di là dell'illusione separativa si fa sempre più urgente, anche se ci si sente sempre più soli, inevitabilmente destinati alla sconfitta dell'oggi e alla verità del sempre.

