"Nella Baia della vera finzione arrivano i mercanti di storie; scrittori, poeti, saggisti, contrabbandieri e bugiardi per vizio o per mestiere."
Perché scrivere? Perché leggere?
A che servono le storie?
La risposta a queste domande sembra superflua sia
per chi già ama le storie, sia per la grande maggioranza che
si tiene a debita distanza da ogni forma di parola scritta, per mancanza
di interesse, di tempo, di consuetudine.
Eppure io credo che la questione del "a che servono le storie?" sia
assolutamente vitale, letteralmente una questione di vita o di morte,
per l’anima come per il corpo.
Gao Xinjian, ancora stordito per l'inaspettato premio
Nobel, ha dichiarato a France Press:
“
Questo premio è un segno particolarmente importante giacché io
non scrivo per il mercato, per guadagnare soldi o per fare propaganda:
fin da giovane ho sempre avuto la mania di scrivere, senza mai fermarmi,
e ciò per via delle sofferenze del mio paese. Scrivere per me è sopravvivere.
Anche durante il periodo più duro in Cina, ho continuato a scrivere
di nascosto, sebbene non pensassi di poter pubblicare un giorno. Da
allora ho imparato a non aspettarmi nulla dalla vita” … ”Scrivere
per me è il solo modo per restare vivo.”
Le parole di uno scrittore, di un dissidente, di
uno nato con il dono delle storie valgono anche per l’uomo comune?
Io credo di sì, perché l’esperienza della sofferenza è universale
(quella della gioia meno) e condividerla, leggendo o scrivendo o narrando,
guarisce l’anima, dà un senso.
Ne trovo conferma e conforto nella testimonianza
di Abdellah Ziou Ziou, uno psichiatra marocchino intervistato da Piero
Coppo ad Essaouira.
Ziou, che nel 76 aveva partecipato all’incontro di Trieste organizzato
da Psichiatria Democratica e dall'equipe di Basaglia, ha lavorato nell'Ospedale
di Ber Rechid, il più grande del Marocco, con duemila degenti,
di cui 1800 cronici, “ in una piccola città in cui l'Ospedale
era la sola fabbrica che dava lavoro alla gente, fabbrica per fabbricare
follia, e con l’equipe di medici che già c’era e
il personale curante abbiamo fatto un progetto per umanizzare l’Ospedale.
Ho contattato alcuni pittori, cineasti, poeti, scrittori: dei creativi,
perché ero convinto che, per il fatto di essere dei creativi,
avessero una certa disponibilità di ascolto della sofferenza…”
Questo è vero, ed è stato ampiamente dimostrato anche
dagli studi sulla personalità creativa: più conflitti
e più capacità di avere accesso ai livelli profondi,
al processo primario, all’ascolto insomma, di set stesso e dell'altro.
Ma vi è una testimonianza decisiva e sconvolgente in un'altra
esperienza del dottor Ziou: “ da sette anni animo delle sessioni
di psicoterapia di gruppo per i sopravvissuti di Tezmamat e kal Assan
Guna, luoghi dove le vittime di tortura hanno passato venti, quindici
anni di detenzione segreta; e questo lavoro con le vittime della tortura
mi ha permesso di vedere che l’immaginario è un mezzo
importante di resistenza. Per esempio a Tazmat c’erano due padiglioni
di trenta persone: in uno ci sono stati ventotto decessi e nell’altro
solo tre o quattro. Nel padiglione dove ci sono stati meno morti avevano
adottato un processo di ciò che chiamo resistenza attraverso
l’immaginario:recitavano brani di teatro, facevano pranzi di
cuscus il venerdì nel loro immaginario: uno usciva e andava
al mercato, l’altro tagliava i legumi, l’altro preparava
la semola e poi mangiavano, c’era tra loro un narratore straordinario
che raccontava le storie de Le mille e una notte, e tutte queste attività attraverso
l’immaginario hanno permesso loro di resistere in quel momento
così oscuro e difficile della loro vita.”
Sherazade stavolta era un detenuto torturato, che
salvava la vita a se stesso e ai suoi compagni con le sue storie.
Io ho condotto per due anni un corso di scrittura
creativa nel carcere di Arezzo, una vera esperienza sub e transculturale:
il gruppo era omogeneo non solo per la sua condizione, ma anche per
la bassa scolarizzazione: c’ era anche un analfabeta, che amava
ascoltare le storie degli altri e dettare le sue all’unico in
grado di capire e tradurre il suo dialetto molfettano.
Era certamente transculturale, con la presenza di
almeno sei o sette nazionalità e un numero maggiore di etnie.
Dell’esperienza ho scritto altrove. Al momento dovrebbe riprendere,
quando i tempi burocratici del carcere lo permetteranno. Il successo
con i detenuti può essere dovuto a tanti motivi, il più ovvio
dei quali è che ogni attività proposta rompe comunque
la monotonia del carcere. Ma ciò che mi ha davvero colpito è che
un detenuto trasferito in un altro carcere mi ha scritto per chiedermi
di continuare gli esercizi di scrittura, e si è unito a lui
un altro ragazzo con cui non ho avuto mai contatto: ogni quindici giorni
propongo loro un tema, con una piccola storia che lo accompagna. E
poi aspetto le loro storie, con l’ansia felice del lettore che
si lascia portare via.
Andrea Bocconi

