Psukè, dove attraccano le barche che portano psicologia nelle forme più diverse: lì si troveranno la psicosintesi di Roberto Assagioli e l'etnopsichiatria, l'antropologia e le psicologie altre.


 

In piedi nella calca si leggono lepubblicità. Mi colpisce l’immagine di una cicala e l’esortazione: “Vivi da cicala, tanto c’è l ‘Outlet dei funerali'; 1.499 euro tutto compreso”. Insomma, spendi tutto, o al massimo lascia questa piccola somma per gli eredi e muori soddisfatto.

Il termine outlet è geniale, dà già l’idea del grande affare, effettivamente il prezzo è conveniente, tutto compreso, ed evita quelle scene penose del parente, magari figlio o moglie, a cui vengono proposte bare che costano quanto automobili di piccola cilindrata dalle classiche agenzie funebri, quelle che sanno prima di te che sei morto, e guardano il parente affranto con una espressione leggermente disgustata e colpevolizzante se uno timidamente dice:per me è troppo cara. In un film di Verdone ho rivisto la grottesca, macabra trattativa e ho riso un po’ verde; non era troppo lontano dalla realtà. Per inciso, spesso le bare arrivano dalle foreste indonesiane e consentono ottimi guadagni.

Mi chiedo se, come in ogni outlet, ci siano dei periodi in cui i saldi sono più convenienti, in maniera tale che il cliente si possa organizzare per finire i soldi al momento giusto, o decidere di sopravvivere finché morire non è un affarone. Oppure potrebbe essere congelato e portato all’agenzia quando i prezzi calano.

Del resto un tradizionalista geniale, Guido Ceronetti, scrive nel suo ultimo libro L’occhio del barbagianni che i funerali di oggi sonofrettolosi, è scomparsa la ritualità complessa che aiutava i parenti e forse il morto nel suo passaggio nel mistero: “affrettati, ridotti al minimo, paternoster da telefonino, abolita la veglia, una corsa dal frigorifero al cimitero”.

Il frigorifero della cicala, che pensa solo a sé. Sia chiaro: la formica della favola è piuttosto antipatica, saccente, invidiosa e vendicativa, ma non esageriamo col consumismo funebre. Forse Ceronetti ha letto il messaggio sulla metro. Non credo, ma con le antenne dell’artista è come se lo avesse fatto. Accanto, proprio accanto, nello stesso vagone, un’altra agenzia si rivolgeva ad altri clienti, ma di un target assai differente: gli ecologisti puri, a cui veniva assicurata una bara in legno naturale, senza alcuna vernice chimica. Questo faceva morire l’ecologista più sereno, non ne dubito, e lo rassicurava dell’impatto zero su Gaia, il nome della terra come dea nella mitologia greca. E così si parla di Gaia funeral, l’intenzione è buona ma l’effetto un po’ stridente, paradosso cercato ma non tanto riuscito. Devo dire che non ho visto nessuno appuntarsi i numeri di telefono e quando sono riemerso alla luce dall’Ade metropolitana, ho ricordato la fiera bellezza dei funerali indiani, la cura del passaggio dei tibetani, il persistere soprattutto al sud di tradizioni che aiutano i parenti del defunto, magari portando il cibo per giorni.

E mi è venuto in mente Matteo, un novantenne che viveva in un’isoletta croata priva di alberi, Uniye in cui in molte soffitte si teneva una bara, viste le difficoltà di approvvigionamento. I proprietari erano giovani e Matteo, loro amico, chiese se gli potevano vendere la bara.

I ragazzi volevano regalargliela ma bisognava essere sicuri che andasse bene: Matteo era piuttosto alto. Una sera venne a provarla, ci si distese a braccia incrociate. Gli stava benissimo, convenimmo tutti che era perfetta e di notte attraversammo il paese trasportando a spalla la bara vuota, mentre Matteo la seguiva. Morì due anni dopo.

Discussione sulla bellezza fisica dalla Bignardi, a Le invasioni barbariche. Una chirurga plastica che sembra Jackie Kennedy imbalsamata sostiene che le persone la fanno non per diventare diverse da ciò che sono, ma per essere pienamente se stesse, normali . Peccato che parli delle se stesse che erano venti anni prima : “ combattere l’invecchiamento, proibito imvecchiare”. Una guerra che si perderà sicuramente e farò un solo prigioniero : chi la combatte. Gli effetti sono spesso disastrosi : Berlusconi sembra un vecchio mandarino cinese, Laura Antonelli distrutta fa causa al chirurgo.

Si comincia presto : le ragazze chiedono un seno terza misura per il diciottesimo compleanno, mamme magari liftate e nonni dai capelli corvini pagano.

Vecchio è un insulto, e lo si ammette solo quando si è decrepiti. “Sono già un uomo vecchio, ho molti nipoti”, mi diceva orgoglioso un contadino peraltro in ottima forma, in Indonesia : avrà avuto sessanta anni, e ci stava bene dentro. E Anna Magnani raccomandava al truccatore di lasciarle le rughe, che ci aveva messo una vita a farsele.

Una volta feci un viaggio in treno con due trans che da Bari andavano a Firenze : uno voleva il mento più tondo, l’altro le labbra turgide. Era il terzo intervento dell’anno per tutti e due: “ho speso ventimila euro e poi magari piglio una mattonata in faccia “ . Essere nel guado dell’identità non è cosa facile.

Ma ci sono altre maniere di ridurre il corpo a un forzato in catene : nella sua bella autobiografia, Open, il tennista André Agassi racconta che a venti anni ha già il polso destro usurato e la schiena a pezzi per i feroci allenamenti a cui lo ha sottoposto fin da bambino il padre padrone. La descrizione dei dolori prima e dopo una delle ultime partite sembra racconti un vecchio caduto dal secondo piano. E ha 36 anni.

I cicloamatori della domenica si dopano, i body builder delle palestrine di provincia prendono gli steroidi, . Il corpo forzato non prevede futuro o si ancora al passato. E i calciatori si ammalano di strane malattie a carriera finita.

Dietro l’ossessione del presente bello e vincente si nasconde , neppure troppo bene, la paura della morte.

Fino a 30 anni fa identità nazionale e culturale coincidevano, le minoranza c’erano ma i numeri esigui non erano tali da mettere in crisi nessuno. Le grandi immigrazioni dall’Africa, dall’Albania, dall’Europa dell’Est ci hanno colti impreparati, come al solito, come era accaduto negli anni sessanta per le immigrazioni interne. La percezione dell’altro come diverso , forse pericoloso, e’ stata facilitata dal colore della pelle, dalla lingua, dalla religione , dagli usi diversi.

Il fatto poi che importassimo anche una certa criminalità ha avuto un impatto emotivo formidabile, in una percezione di pericolosità molto sproporzionata rispetto alla realtà.

Oggi secondo stime confermate da più fonti ci sono forse 400000 persone che sulle sponde libiche aspettano di imbarcarsi . Poiché ormai tutti i migranti sanno i rischi che corrono, è evidente che la disperazione che spinge questa migrazione è talmente grande da renderla inarrestabile. Cosa dobbiamo fare ? Le dighe legali o poliziesche non fermeranno uno tsunami. Lo scandalo delle rivolte con le bocche cucite, le attese interminabili nei centri di accoglienza li abbiamo rapidamente rimossi. Ci si arrocca in identità localiste per paura di perdere la propria, di cedere terreno. Le identità culturali ci sono e sono ricchezza, ma quando diventano identificazioni, stampelle dell’io, sono un pericolo psicologico, anzitutto per chi le vive. E dal pericolo psicologico al pericolo sociale il passo è breve. Pensate alla caccia all’assassino forestiero per Yara.

Oltre ai provvedimenti legislative e all’ accoglienza possibile l’Europa deve attrezzarsi culturalmente : altri paesi hanno già fatto questa esperienza con le ex colonie, e nessuna ricetta è facile.

Negli anni settanta c’era qualche studente eritreo nelle scuole  : erano pochi , bene integrati nelle classi. Uno di questi, Brahn Tesfa è diventato scrittore ed editore: ha scritto un libro spigoloso , Specchi sbagliati” (edizioni SUI), che mi ha fatto molto riflettere, al di là di ogni considerazione letteraria. E’ una storia di seconda generazione, che racconta il conflitto degli adolescenti nati e cresciuti in Italia con se stessi, con la loro famiglia, con gli Italiani più o meno consapevolmente razzisti ( imbarazzismi è il neologismo di un medico del Togo, Kossi Komia Ebrè) . Essere integrati non vuol dire essere assimilati, occorre un confronto e una condivisione, dove le differenze, le frontiere culturali siano non solo separazione ma anche suture, partendo dal considerarsi terrestri prima di italiani, marocchini e albanesi.

Nei tempi di crisi economica ci si incattivisce, i linciaggi dei neri nel sud degli Stati Uniti aumentavano negli anni di carestia, quando i bianchi poveri si trovavano ad essere nella stessa condizione di miseria dei braccianti neri. La vera integrazione riguarda tutti e richiede differenze, conoscenza, mediazione culturale e condivisione, Molto passa attraverso la condivisione del cibo e del sacro. Ma di questo bisognerà parlare un’altra volta.

Secondo me lo è e neppure lo sa. Molti manuali la fanno nascere come disciplina autonoma col primo laboratorio di psicologia sperimentale, creato a Lipsia da Wundt nel 1879. Altri si rifanno ad Aristotele, che scrisse il De anima, circa ventiquattro secoli fa. Europa insomma.

E gli altri ? Intendo i primis il mondo orientale : in India, in Cina,in Tibet,  in Giappone sono state elaborate raffinatissime psicologie, e prassi molto sofisticate ed efficaci per trasformare la mente. Nei miei anni universitari non ho trovato traccia di questi saperi , di questi saper fare.

Dell’Africa sappiamo ancora meno, eppure qualcuno ha paragonato la cultura Dogon  per complessità e raffinatezza a quella greca classica : se ne sono interessati gli etnopsichiatri , in Italia  Piero Coppo , Lelia Pisani e altri. Abbiamo molto da imparare dai dispositivi di cura  dele altre culture, e inoltre le immigrazioni ci portano in casa altre visioni del mondo, che gli psicoterapeuti fanno fatica a  capire e quindi a curare.  Certo non possiamo essere esperti di tutto, ma si tratta di costruire un approccio con l’altro e col suo mondo meno arrogante, meno limitato.

Ma per ora  l’etnocentrismo, per cui il bianco occidentale crede di portare il lume della conoscenza,   prevale, anche se non osa più dichiararsi esplicitamente. Spesso non si sa neanche di essere infettati da questo virus. Si crede di fare scienza, ed è scientismo. Nella medicina è ancora più evidente ; si snobbano pratiche terapeutiche cha sono fondate su esperienze millenarie.

Per fortuna ci sono le eccezioni : Jung , Assagioli che ingloba nella psicosintesi molti concetti e pratiche della tradizione orientale e non solo. L’importante è il confronto senza gettare alle ortiche il nostro sapere , la nostra identità, perché esiste anche questo rischio di segno opposto : trapiantare pratiche sciamaniche sudamericane o siberiane completamente fuori contesto, in lucrosi fine settimana. Anche la psiche, e forse soprattutto la psiche, come merce da vendere, magari contraffatta